|

|
Negli ultimi mesi tre
vicende di cronaca - due tragiche, una fortunatamente dall'esito
positivo - hanno richiamato l'attenzione dell'opinione pubblica italiana
su altrettante figure di missionari: don Andrea Santoro, sacerdote fidei
donum ucciso in Turchia il 5 febbraio 2006, suor Leonella Sgorbati,
assassinata in Somalia il 17 settembre dello scorso anno, padre
Giancarlo Bossi, rapito il 10 giugno nelle Filippine e liberato 39
giorni dopo.
Le loro storie - e quelle di molti altri missionari, italiani e non -
sono la dimostrazione più drammatica, ma anche più «alta», che quella
del martirio è una prospettiva tutt'altro che scomparsa dall'orizzonte
dell'esperienza cristiana e che l'invito di Gesù a «dare la vita» per il
Vangelo, a volte in senso letterale, vale anche nel XXI secolo. E pure
chi, tra i missionari inviati «agli estremi confini della Terra», non è
chiamato a versare il proprio sangue, manifesta una radicalità che
suscita ammirazione (pensiamo solo a cosa significhi lasciare la propria
terra e le agiatezze di un mondo ricco per immergersi in contesti spesso
di forte degrado materiale).
Detto questo, ci pare vada evidenziato un rischio nascosto tra le pieghe
di un certo «trionfalismo» cattolico: il rischio di mitizzare la figura
del missionario, creando così una distanza tra un inarrivabile ed eroico
modello e la quotidiana esperienza di testimonianza e annuncio del
Vangelo a cui ogni cristiano è chiamato. Missionario, cioè, sarebbe solo
colui (o colei) che parte, lascia tutto e si trova ad agire in contesti
di estrema rischiosità o precarietà.
Missione equivarrebbe a un compito assegnato a una task force di pochi
specialisti (colpisce, tra l'altro, il parallelismo terminologico con le
«missioni spaziali» o le svariate mission impossible della
cinematografia).
Tutto il contrario di quanto la riflessione teologica e il magistero
della Chiesa vanno ribadendo da non poco tempo. Limitandosi ai soli
Messaggi per le annuali Giornate missionarie mondiali (quella di
quest'anno si celebra il 21 ottobre), si osserva la costante
sottolineatura dei pontefici riguardo alla corresponsabilità e
all'universalità della missione. Scrive, ad esempio, Benedetto XVI nel
messaggio di quest'anno: «Per i singoli fedeli, non si tratta più
semplicemente di collaborare all'attività di evangelizzazione, ma di
sentirsi essi stessi protagonisti e corresponsabili della missione della
Chiesa».
È ormai chiaro (ma non per questo acquisito) che, complici i processi di
globalizzazione, la cosiddetta missio ad gentes assume nuove
dimensioni, si muove su nuove frontiere, non per forza geograficamente
lontane. Ci riferiamo in particolare all'urgenza di (ri)trovare la
capacità di dialogare con il pensiero laico e con le grandi religioni,
mettendo da parte ogni anacronistico desiderio di «conquista»,
impegnandosi invece nel proporre e condividere con gli uomini, tutti gli
uomini, un cammino autentico di ricerca di senso. Partendo, come sempre,
dalla propria personale conversione. Scriveva provocatoriamente Enzo
Bianchi su queste pagine (Popoli, n. 10/2005): «Sappiamo mostrare una
fede che plasmi la nostra vita a imitazione di quella di Gesù fino a far
apparire in noi la differenza cristiana? La nostra vita propone una
forma di uomo, un modo umano di vivere che racconti Dio, attraverso Gesù
Cristo?».
|