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La Giornata missionaria
mondiale deve essere un’occasione propizia per elaborare insieme
appropriati itinerari spirituali e formativi che favoriscano la
cooperazione fra le chiese e la preparazione di nuovi missionari per la
diffusione del Vangelo. Il dono prezioso di preti e di laici “fidei
donum”. Alcuni tratti della missionarietà oggi.
«L’impegno missionario – scrive il papa nel suo messaggio per la
Giornata missionaria mondiale – è il primo servizio che la chiesa deve
all’umanità di oggi, per orientare ed evangelizzare le trasformazioni
culturali, sociali ed etiche; per offrire la salvezza di Cristo all’uomo
del nostro tempo, in tante parti del mondo umiliato e oppresso a causa
di povertà endemiche, di violenza, di negazione sistematica di diritti
umani».
Allora siamo proprio tutti in missione! Nessun cristiano e nessuna
chiesa può esimersi da questo servizio. Ora è tempo di alzarsi e di
portare la Buona Notizia al mondo… “Va’ e porta il Vangelo ad ogni
creatura”. È tempo di dirci che missione è raccontare un’esperienza:
l’esperienza di Gesù. E che missione è vivere una presenza: quella di un
Dio che è in missione di vita in ogni angolo del mondo. Lui è il
missionario che si dona e si proclama, in ogni tempo e in tutte le
culture. Lui, il padrone della messe, è con noi e guida senza sosta il
suo popolo. È Cristo la fonte inesauribile della missione della chiesa.
E felici noi, perché egli ci chiama ad accompagnarlo e ci invita a
percorrere le strade dell’esistenza, vivendo e testimoniando il suo
stile umano-divino. Uno stile che, ascoltando i racconti evangelici,
possiamo coniugare così:
– Vibrare con il cuore universale di Gesù nella quotidianità del mondo,
offrendo alla società un’esperienza di vita e un servizio alle esigenze
vitali di tutti. Rendere presente nella nostra società dei consumi la
testimonianza concreta di un’esistenza segnata dalla sobrietà e
dall’essenzialità.
– Andare all’altro con compassione, capace di entrare in un mondo
“altro” con una visione di fede e di speranza; impegnati cuore e corpo
ad addomesticare l’altro, poiché questa è la nostra possibilità di
vivere. Infatti, addomesticare «è creare dei legami», dice la volpe al
“Piccolo principe”, è rendere qualcuno unico. Niente di più banale,
certo; ma sta diventando sempre più raro. Infatti, il tempo manca, e
creare legami con gli altri richiede tempo.
– Camminare con la gente a piccoli passi e a tempi lunghi. La pazienza
di Dio è infinita, e la nostra?… È necessario passare dal “tutto e
subito” al “poco, ma fatto bene”. Trasformare la tentazione del
possedere in desiderio del dare, imparando il linguaggio del donare
attraverso proposte concrete e gesti fattibili e quotidiani di
giustizia, di rispetto, di attenzione agli ultimi, di salvaguardia del
creato.
– Partecipare ad una comunità cristiana che cura e riconcilia. In un
mondo lacerato da divisioni e feroci competizioni che eliminano chi ci è
accanto, imparare ad essere uomini e donne di dialogo, capaci di
costruire ponti di comunione, nel rispetto e nell’accoglienza delle
diversità.
– Far sì che le nostre parrocchie siano il quartiere generale dove si
elaborano i progetti per una migliore qualità di vita, dove la
solidarietà viene sperimentata in termini planetari e non di campanile,
dove si è disposti a pagare di persona il prezzo di ogni promozione
umana, dove le nostre piccole e fragili speranze di quaggiù vengono
alimentate da quell’inesauribile riserva di speranze che trabocca dal
Vangelo. E così assumere comunitariamente stili di vita che esprimono
accoglienza, sobrietà, condivisione. Stili che devono coinvolgere tutte
le chiese, perché tutta la chiesa e ciascuna chiesa è inviata alle
genti. E se le nostre chiese di antica tradizione corrono il rischio di
rinchiudersi in se stesse, di guardare con ridotta speranza al futuro e
di rallentare il loro sforzo missionario, oggi le chiese di recente
evangelizzazione portano a noi nuova linfa e nuova speranza.
I vescovi italiani nella Nota pastorale dopo il 4° convegno ecclesiale
nazionale ci sorreggono in questo cammino e ci animano con queste
parole: «Desideriamo che l’attività missionaria della chiesa italiana si
caratterizzi sempre più come comunione-scambio tra chiese e, mentre
offriamo la ricchezza di una tradizione millenaria di vita cristiana,
riceviamo l’entusiasmo con cui la fede è vissuta in altri continenti.
Non solo quelle chiese hanno bisogno della nostra cooperazione, ma noi
stessi abbiamo bisogno di loro per crescere nell’universalità e nella
cattolicità» (Rigenerati per una speranza viva: testimoni del grande sì
di Dio all’uomo n. 9).
I “fidei donum”, nuovo soggetto missionario
Ricorre quest’anno il 50° anniversario dell’enciclica Fidei donum che
invitava sacerdoti e laici a partire per le missioni in terre lontane.
«Oggi – scrive Benedetto XVI – rendiamo grazie al Signore per i frutti
abbondanti ottenuti da questa cooperazione missionaria in Africa e in
altre regioni della terra. Schiere di sacerdoti, dopo aver lasciato le
loro comunità di origine, hanno posto le loro energie apostoliche al
servizio di comunità talora appena nate, in zone di povertà e in via di
sviluppo. Tra loro ci sono non pochi martiri che, alla testimonianza
della parola e alla dedizione apostolica, hanno unito il sacrificio
della vita». E la Redemptoris missio afferma che «i presbiteri fidei
donum evidenziano in modo singolare il vincolo di comunione tra le
chiese, danno un prezioso apporto alla crescita di comunità ecclesiali
bisognose, mentre attingono da esse freschezza e vitalità di fede» (n.
69).
Fra i tanti missionari e missionarie, religiosi e laici sparsi per il
mondo, in questi ultimi decenni una piccola esperienza ha portato frutti
e fecondato le nostre chiese: l’esperienza dei fidei donum. Attualmente
circa 550 sacerdoti diocesani e 150 laici sono a servizio di altre
chiese, soprattutto delle comunità cristiane presenti nel Sud del mondo.
Ma che significa essere fidei donum oggi? Ha ancora senso andare?
Molteplici sono stati in questi mesi i convegni e gli incontri di
sacerdoti e laici fidei donum promossi da Missio. Da inchieste,
dibattiti e lavori di gruppo svoltisi in tutti i continenti è emerso che
essere fidei donum è uno stile di chiesa, di una chiesa che è tutta
missionaria; è uno stile sia presbiterale sia laicale. Non è ad tempus;
ad tempus è il ministero presso altre chiese. L’esperienza dei fidei
donum alimenta questo stile di chiesa, che può divenire ricchezza nel
quadro della spiritualità diocesana: essere con il dono della fede per
il mondo, nel vasto mondo in cammino verso il Signore risorto. Uno stile
di cui nei nostri convegni siamo riusciti a percepire alcuni tratti:
Siamo:
* uomini e donne, battezzati, inviati da una chiesa ad un’altra chiesa,
per tessere legami di scambio e costruire spazi di comunione e di
missione. Uomini e donne che, attraverso la loro esperienza,
costruiscono legami di incontro, di servizio, di crescita evangelica
delle due chiese;
* uomini e donne che pongono se stessi e i propri doni, maturati e
ricevuti nella fede, a servizio della chiesa sorella. Un servizio che
chiede di inserirsi umilmente e rispettosamente nei progetti pastorali e
di promozione umana che la diocesi che accoglie ha maturato e scelto.
Ci viene chiesto:
1. di essere compagni e compagne di viaggio, di acquisire
progressivamente una buona qualità di ascolto e di elaborare un’abituale
capacità di discernimento all’interno di un sentire
comunitario-ecclesiale. Quando si è compagni di viaggio, si riceve e si
dà. Il missionario non porta nulla ma dà un nome a quello che già
esiste;
2. di assumere un profondo atteggiamento di simpatia e di ascolto e di
saper curare lo sguardo per divenire capaci di rispetto dell’altro, dei
popoli, delle loro culture, del loro stile di vita, delle loro storie.
Quando si cammina insieme, non si è faccia a faccia, ma fianco a fianco.
Non invito a casa mia, ma sono ospite a casa sua, sono a fianco del
cammino che l’altro/a già sta percorrendo. Tutto questo domanda
un’effettiva capacità di saper relazionarsi e di porsi di fronte
all’incontro di due cammini in un atteggiamento di rispetto, perché
colui verso il quale noi andiamo è “storia sacra”;
3. di mantenere costante l’attenzione alla dimensione ecumenica, sia
qui, nella nostra vita ecclesiale, come in missione, aperti alla
collaborazione con le altre confessioni cristiane ed evitando
atteggiamenti di proselitismo;
4. di vivere lo scambio tra chiese, tenendo vivo il contatto diretto con
le diversità di condizioni dell’umanità, con le condizioni di
ingiustizia e povertà. La scelta dei poveri e degli ultimi chiede di
divenire attenti a come le comunità cristiane si situano tra i poveri e
con i poveri;
5. di assumere uno stile di vita sobrio, attento all’impegno ecologico e
alla salvaguardia del creato, per partecipare attivamente alla
costruzione di un modo di vita che sia in sintonia con un modello
sostenibile di sviluppo, capace di far leva più sulla qualità della vita
che sull’aumento dei consumi;
6. di continuare ad alimentare e ad esprimere la dimensione universale
della missione anche dopo il necessario rientro. Una dimensione che ci
stimola ad essere laici e preti evangelizzatori che rendono le nostre
comunità sempre più missionarie con l’animazione, ma molto più con una
formazione continua, sistematica, in cui sono implicati sacramenti,
catechesi, attività pastorali, promozione umana, dialogo ecumenico e
interculturale. Servitori umili e fedeli in questa chiesa italiana che
sta puntando sulla missione come paradigma di tutta la sua azione.
È fondamentale:
a) partire “in compagnia” (fare équipe), in collegamento con il Centro
missionario diocesano, e inseriti nel clero diocesano locale,
b) essere “inviati” dalla chiesa madre per “inserirsi” nella chiesa che
accoglie, nelle sue strutture e nei suoi progetti pastorali,
c) essere parte di una chiesa discepola, che prende volto attorno alla
missione, all’annuncio del Vangelo, alla parola di Dio che incrocia la
vita nelle sue differenti situazioni.
Il papa nel suo messaggio, chiede di ricordare nelle preghiere questi
fratelli e di domandare a Dio «che il loro esempio susciti ovunque nuove
vocazioni e una rinnovata consapevolezza missionaria del popolo
cristiano. In effetti, ogni comunità cristiana nasce missionaria, ed è
proprio sulla base del coraggio di evangelizzare che si misura l’amore
dei credenti verso il loro Signore».
Una spiritualità dell’incontro
Benedetto XVI ci esorta affinché la Giornata missionaria mondiale sia
occasione propizia per elaborare insieme appropriati itinerari
spirituali e formativi che favoriscano la cooperazione fra le chiese e
la preparazione di nuovi missionari per la diffusione del Vangelo.
“Tutte le chiese per tutto il mondo” è il messaggio del santo padre per
questa 81ª giornata missionaria mondiale; un invito stimolante!
A tutti è chiesto di riscoprire la propria vocazione missionaria e di
andare con la certezza che la missione rinnova la chiesa. Missionario è
colui che va con un umile atteggiamento di ascolto, di fermento e di
servizio, con la pazienza di bussare e fermarsi alle porte delle case,
con l’entusiasmo di invitare tutti a condividere il bene che ognuno ha,
scoprendoci creature e figli di un Padre che a tutti dona beni e
possibilità.
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