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Sabato, 16 Dicembre 2017

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XXVII Domenica T.O. - A

Dal Vangelo secondo Matteo (21,33-43)

In quel tempo, Gesù disse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo:
«Ascoltate un’altra parabola: c’era un uomo, che possedeva un terreno e vi piantò una vigna. La circondò con una siepe, vi scavò una buca per il torchio e costruì una torre. La diede in affitto a dei contadini e se ne andò lontano.
Quando arrivò il tempo di raccogliere i frutti, mandò i suoi servi dai contadini a ritirare il raccolto. Ma i contadini presero i servi e uno lo bastonarono, un altro lo uccisero, un altro lo lapidarono. Mandò di nuovo altri servi, più numerosi dei primi, ma li trattarono allo stesso modo.
Da ultimo mandò loro il proprio figlio dicendo: “Avranno rispetto per mio figlio!”. Ma i contadini, visto il figlio, dissero tra loro: “Costui è l’erede. Su, uccidiamolo e avremo noi la sua eredità!”. Lo presero, lo cacciarono fuori dalla vigna e lo uccisero.
Quando verrà dunque il padrone della vigna, che cosa farà a quei contadini?».
Gli risposero: «Quei malvagi, li farà morire miseramente e darà in affitto la vigna ad altri contadini, che gli consegneranno i frutti a suo tempo».
E Gesù disse loro: «Non avete mai letto nelle Scritture:
“La pietra che i costruttori hanno scartato
è diventata la pietra d’angolo;
questo è stato fatto dal Signore
ed è una meraviglia ai nostri occhi”?
Perciò io vi dico: a voi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che ne produca i frutti».

Il contesto immediato della parabola dei vignaioli omicidi riguarda il rapporto tra Dio e il popolo d'Israele. È ad esso che storicamente Dio ha inviato dapprima i profeti e poi il suo stesso Figlio. Ma come tutte le parabole di Gesù, essa è una "storia aperta". Nella vicenda Dio-Israele viene tracciata la storia del rapporto tra Dio e l'umanità intera.

Gesù riprende e continua il lamento di Dio in Isaia della prima lettura. È lì che si deve cercare la chiave di lettura e il tono della parabola. Perché Dio ha "piantato la vigna" e quali sono "i frutti" che si aspetta e che a suo tempo viene a cercare? Qui la parabola si distacca dalla realtà. I vignaioli umani non piantano certo una vigna e non vi spendono le loro cure per amore della vigna, ma per il loro beneficio. Non così Dio. Egli crea l'uomo, entra in alleanza con lui, non per suo interesse, ma per il vantaggio dell'uomo, per puro amore. I frutti che si aspetta dall'uomo sono l'amore per lui e la giustizia verso gli oppressi: tutte cose che servono al bene dell'uomo, non di Dio.

Questa parabola di Gesù è terribilmente attuale applicata alla nostra Europa e in genere al mondo cristiano. Anche in questo caso bisogna dire che Gesù è stato "cacciato fuori della vigna", estromesso da una cultura che si proclama post-cristiana, o addirittura anti-cristiana. Le parole dei vignaioli risuonano, se non nelle parole almeno nei fatti, nella nostra società secolarizzata: "Uccidiamo l'erede e sarà nostra l'eredità!".

Non si vuole più sentire parlare di radici cristiane dell'Europa, di patrimonio cristiano. L'uomo secolarizzato vuole essere lui l'erede, il padrone. Sartre mette in bocca a un suo personaggio queste terribili dichiarazioni: "Non c'è più nulla in cielo, né Bene, né Male, né persona alcuna che possa darmi degli ordini. [...] Sono un uomo, e ogni uomo deve inventare il proprio cammino".
Quella che ho indicato è una applicazione per così dire "a banda larga" della parabola. Ma quasi sempre le parabole di Cristo hanno anche una applicazione a banda stretta, o a livello individuale: si applicano a ogni singola persona, non solo all'umanità o alla cristianità in genere. Siamo invitati a chiederci: che sorte ho riservato io a Cristo nella mia vita? Come corrispondo all'incomprensibile amore di Dio per me? Non l'ho per caso anch'io cacciato fuori delle mura della mia casa, della mia vita...cioè dimenticato, ignorato.

Ricordo che un giorno ascoltavo questa parabola durante una Messa, mentre ero abbastanza distratto. Arrivato al punto in cui si sente il padrone della vigna dire tra sé: "Avranno rispetto di mio Figlio", ebbi un soprassalto. Capii che quelle parole erano rivolte personalmente a me, in quel momento. Adesso il Padre celeste stava per mandare a me il Figlio nel sacramento del suo corpo e del suo sangue; ero compreso della grandezza del momento? Ero pronto ad accoglierlo con rispetto, come il Padre si aspettava? Quelle parole mi richiamarono bruscamente dai miei pensieri...

Aleggia nella parabola dei vignaioli omicidi un senso di rammarico, di delusione. Non si direbbe davvero una storia a lieto fine! Ma a leggerla in profondità, essa parla solo dell'amore incredibile di Dio per il suo popolo e per ogni sua creatura. Un amore che alla fine, anche attraverso le alterne vicende di smarrimenti e di ritorni, sarà sempre vittorioso e avrà l'ultima parola.

I rifiuti di Dio non sono mai definitivi, sono abbandoni pedagogici. Anche il rifiuto d'Israele che risuona velatamente nelle parole di Cristo: "Sarà tolto a voi il regno di Dio e sarà dato a un popolo che lo farà fruttificare", appartiene a questo genere, come è quello descritto da Isaia nella prima lettura. Abbiamo visto, del resto, che questo pericolo incombe anche sulla cristianità, o almeno su vaste parti di essa.

Scrive S. Paolo nella lettera ai Romani: "Dio avrebbe forse ripudiato il suo popolo? Impossibile! Anch'io infatti sono Israelita, della discendenza di Abramo, della tribù di Beniamino...Dio non ha ripudiato il suo popolo, che egli ha scelto fin da principio. ...Forse inciamparono per cadere per sempre? Certamente no. Ma a causa della loro caduta la salvezza è giunta ai pagani, per suscitare la loro gelosia. Se infatti il loro rifiuto ha segnato la riconciliazione del mondo, quale potrà mai essere la loro riammissione, se non una risurrezione dai morti?" (Rom 11, 1 ss.).

P. Raniero Cantalamessa

 

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