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Sabato, 16 Dicembre 2017

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I Domenica di Avvento - B

Dal Vangelo secondo Marco (13,33-37)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Fate attenzione, vegliate, perché non sapete quando è il momento. È come un uomo, che è partito dopo aver lasciato la propria casa e dato il potere ai suoi servi, a ciascuno il suo compito, e ha ordinato al portiere di vegliare.
Vegliate dunque: voi non sapete quando il padrone di casa ritornerà, se alla sera o a mezzanotte o al canto del gallo o al mattino; fate in modo che, giungendo all’improvviso, non vi trovi addormentati.
Quello che dico a voi, lo dico a tutti: vegliate!».

Oggi inizia l'anno liturgico. Non è una replica di una storia già conosciuta. Siamo a tal punto analfabeti di Dio da aver bisogno di tornare alla Sua scuola. Tutti! Stare con il Signore non è una ripetizione sempre uguale: lo diventa quando teniamo la nostra vita lontana da Lui e dai fratelli. Le domeniche ci aiutano a capire nell'oggi il mistero della sua presenza tra gli uomini. Come ogni storia di amore ha vari momenti, tutti importanti. Quel che ci è chiesto è ascoltare e seguire il Signore e, anzitutto, attenderlo. Gesù stesso esorta: "Vigilate, non sapete quando il padrone di casa ritornerà".

Tutta la nostra vita è un'attesa. Quando non aspettiamo più nessuno, quando il domani sembra non esserci più, iniziamo un po' a morire. Quando lasciamo solo qualcuno lo aiutiamo a morire. Qualche volta pensiamo che in fondo gli altri non aspettino niente, non serva loro nulla, stiano bene così. Non è così. Chi aiuta gli uomini a sperare? Chi cerca di capire e rispondere all'attesa dell'altro o di interi popoli segnati dalla guerra e dalla violenza? Chi incoraggia e risponde all'attesa dei giovani? Anche per questo dobbiamo essere "vigilanti".

Il tempo liturgico viene scandito dal tempo di Dio; o meglio, è il tempo di Dio che entra in quello degli uomini. Ed è misurato dal mistero stesso di Gesù: inizia dalla sua nascita, continua con la predicazione in Galilea e in Giudea sino alla morte, resurrezione e ascensione al cielo. Ogni domenica, da questa prima di Avvento sino alla festa di Cristo re, la Parola di Dio ci prende per mano, ci sottrae in certo modo alla schiavitù dei nostri ritmi, e ci introduce dentro il mistero di Cristo, per renderci partecipi della sua stessa vita. Con il tempo liturgico riceviamo il grande dono di divenire contemporanei di Gesù. È questa la "forza" delle domeniche, che faceva dire ai primi cristiani: "Per noi è impossibile vivere senza la domenica".

"Avvento", lo sappiamo bene, significa "venuta", ossia la nascita di Gesù in mezzo a noi. E fin dai tempi antichi la Chiesa ha avvertito il bisogno di preparare il cuore suo e quello dei fedeli ad accogliere il Signore. Per quasi mille anni, infatti, le comunità cristiane, sia d'Oriente che d'Occidente, hanno vissuto i quaranta giorni prima del Natale digiunando e pregando nell'attesa della nascita di Gesù, tanto era sentita decisiva. E sapevano bene che bastava poco perché le occupazioni ordinarie facessero dimenticare tale passaggio. Oggi, pur essendo accorciati i giorni (solo quattro settimane di preparazione) e abolito il digiuno, non meno sentita è l'attesa di questa venuta, che da circa duemila anni ricordiamo.

La supplica del profeta Isaia, che ascoltiamo nella prima lettura, sale ancora oggi dalle nostre labbra: "Perché Signore ci lasci vagare lontano dalle tue vie e lasci indurire il nostro cuore, così che non ti tema? Ritorna, per amore dei tuoi servi. Se tu squarciassi i cieli e scendessi!" (Is 63,17). Sì, "Ritorna, Signore, per amore dei tuoi servi!". Ne abbiamo bisogno. Ne ha bisogno la tua stessa terra che sembra non trovar pace; ne ha bisogno l'Africa bagnata dal sangue di migliaia di profughi abbandonati a se stessi; ne hanno bisogno tanti paesi ove milioni e milioni di poveri muoiono di fame ogni giorno; ne hanno bisogno le grandi città dell'Occidente che emarginano schiere innumerevoli di deboli, di anziani, di malati. Ne hanno bisogno i cuori di tanti uomini e tante donne perché sciolgano la loro durezza, si commuovano sui poveri e sui deboli e si adoperino per un nuovo futuro.

"Se tu squarciassi i cieli e scendessi!". Questo grido è la preghiera dell'Avvento; e resta la preghiera universale di questo tempo. Il tempo di Avvento irrompe nelle nostre giornate, appunto, per ricordarci l'invocazione del profeta e le grida dei tanti che aspettano qualcuno che li salvi. Queste grida, spesso lontane dalle nostre orecchie, sono in realtà la vera nostra coscienza. Esse ci aiutano a comprendere il senso concreto dell'Avvento e ci spingono a non restare addormentati nella nostra ricchezza e nella nostra avara tranquillità. Noi, pur così smaliziati, abbiamo forse smarrito il senso dell'attesa; siamo convinti che non verrà nessuno a salvarci; tanto convinti da inculcare ai nostri bambini che debbono badare da soli a se stessi, che non debbono aspettarsi nulla da nessuno. Che triste una società senza Avvento, senza un po' d'inquietudine!

Dio non lascia "avvizzire la nostra vita"; non vuole che vaghiamo come chi cammina senza sapere verso dove; non lascia senza forma l'argilla, la creta della nostra vita. Squarcia i cieli e diventa lui la via per il cielo. Ci fa scoprire il desiderio di cielo, di speranza, che c'è in ognuno di noi ed in ogni uomo. Quando aspettiamo qualcuno siamo contenti. Egli non si vergogna della mia debolezza; non mi disprezza se sono piccolo. Porta amore e non cose come chi non sa dare il cuore! La richiesta dell'Avvento è fare nascere il Signore nel nostro cuore, fare nascere la speranza nel mondo!

Dobbiamo stare alla porta del nostro cuore e vigilare. Come quando aspettiamo qualcuno che deve tornare a casa e stiamo attenti a sentire il rumore dei suoi passi per potergli aprire subito. "Ecco - dice il Signore, nell'Apocalisse - io sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me". L'Avvento c'invita a non addormentarci. Svegliamoci dal sonno dolce del crederci a posto, perché abbiamo già fatto molto; dal sonno triste del pessimismo, per cui non vale la pena di fare nulla; da quello agitato e sempre insoddisfatto degli affanni e dell'affermazione di sé. Svegliamoci dal sonno distratto di chi non ascolta più; dal sonno dell'impaziente, che vuole tutto e subito, che non sa attendere, si delude e dorme. E diciamo al Signore: Vieni Signore Gesù, vieni presto, dona consolazione e pace. Squarcia i cieli ed apri un futuro per chi è schiacciato dal male. Libera dall'amore per sé che addormenta il cuore. Insegnaci a stare attenti per riconoscerti ed aprirti la porta del cuore, dolce ospite, amico di sempre, speranza nostra.

Mons. Vincenzo Paglia

 

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