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Dalle OMELIE SULLE
BEATITUDINI di S. Gregorio di Nissa
ORAZIONE V
Beati i misericordiosi perché troveranno misericordia
La virtù come
progresso incessante verso il meglio. Il simbolo della scala.
Forse, ciò in cui fu
istruito, enigmaticamente, Giacobbe con una visione, quando vide una
scala che dalla terra giungeva all'altezza del cielo e Dio che stava
sopra di essa [Gen 28,10ss], è qualche cosa di simile a ciò che ora
anche a noi propone l'insegnamento delle beatitudini, che solleva a
pensieri sempre più alti coloro che ascendono grazie ad esso. Io credo,
infatti, che in quella occasione sia stata rappresentata al patriarca,
sotto la forma della scala, la vita secondo virtù, perché lui stesso
imparasse ed insegnasse alla sua discendenza, che essere innalzati a Dio
non consiste in altro che in questo: con lo sguardo sempre fisso verso
l'alto e con l'incessante desiderio delle realtà superiori, non amare la
sosta nelle azioni rette già compiute, ma anzi ritenere una perdita il
non toccare la realtà posta più in alto. Anche qui, dunque, l'elevatezza
delle beatitudini che si sorreggono una sull'altra, ci predispone ad
accostarci a Dio, il vero beato, che è stabilito al di sopra di ogni
beatitudine. Certamente, come ci accostiamo al sapiente attraverso la
sapienza e al puro attraverso la purezza, così anche dobbiamo
assimilarci al beato attraverso le beatitudini. La beatitudine, nel
senso più vero, è propria di Dio; perciò anche Giacobbe narrò che Dio
poggiava sopra tale scala. La partecipazione alle beatitudini non è
dunque null'altro se non comunione con la divinità, alla quale il
Signore ci innalza attraverso ciò che è stato detto. A me sembra,
dunque, che Egli, con il fatto di far precedere alla conseguenza
l'indicazione della beatitudine, renda in un certo qual modo "dio" colui
che ascolta e comprende il discorso. "Beati -Egli dice infatti- i
misericordiosi, perché troveranno misericordia". Io so che in molti
passi della Sacra Scrittura i santi chiamano con il nome di
"misericordioso" la potenza divina. Così fa Davide negli inni, così
Giona nella sua profezia, così il grande Mosè, più volte, nella Legge.
Se dunque la denominazione di "misericordioso" spetta a Dio, a cos'altro
ti invita il Logos se non a divenire "dio", come se tu fossi modellato
secondo un attributo proprio della divinità? Se infatti Dio è chiamato
"misericordioso" nella Scrittura divinamente ispirata e da stimarsi
veramente beata è la divinità, dovrebbe essere evidente il pensiero
conseguente: se uno, pur essendo uomo è misericordioso, egli è reso
degno della beatitudine divina, essendo in lui quell'attributo con cui è
designato Dio. "Misericordioso è il Signore e giusto; il nostro Dio ha
misericordia" [Sal 114,5]. Come dunque può non essere cosa beata che un
uomo sia chiamato con il nome con cui è appellato Dio per il suo agire,
e lo diventi realmente? Ora, anche il divino apostolo invita con parole
proprie ad essere zelanti per i doni più grandi; lo scopo di quest'invito,
per noi, non è di persuaderci a desiderare il bene (è infatti spontaneo
per la natura umana avere inclinazione per il bene), ma ci è rivolto
perché non sbagliamo nel giudizio del bene. Infatti soprattutto in ciò
fallisce la nostra vita: nel non poter comprendere con chiarezza che
cosa sia il bene per natura e che cosa sia ciò che è supposto tale per
errore. Se infatti il male si fosse presentato nella vita spoglio, senza
valersi di nessuna apparenza di bene, il genere umano non avrebbe
disertato a suo favore. Noi abbiamo dunque bisogno di giudizio per
comprendere le parole che ci sono proposte, perché, edotti riguardo alla
vera bellezza del pensiero che è contenuto in esse, ci conformiamo ad
essa. Come la concezione di Dio è insita naturalmente in ogni uomo ma,
rimanendo sconosciuto chi sia veramente Dio, si genera l'errore riguardo
l'oggetto dei nostri pensieri (alcuni, infatti, venerano la vera
divinità, contemplata nel Padre nel Figlio e nello Spirito Santo, altri,
invece, andarono errando in assurde concezioni, supponendo che tale
divinità fosse nel creato; perciò, la deviazione, seppur di poco, dalla
verità ha aperto la strada alle empietà), così, se non comprendessimo il
vero senso del concetto proposto, noi, erranti, subiremmo una perdita
della verità non da poco.
La misericordia come
amore reciproco e "simpatia" nata dalla carità.
Che cosa è dunque la
misericordia e relativamente a cosa si esercita? E come può essere detto
beato colui che riceve in cambio ciò che dà? Dice infatti il Signore:
"beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia. Il senso più
accessibile del contenuto del detto esorta l'uomo all'amore reciproco e
alla simpatia poiché, per l'ineguaglianza e la varietà dei fatti della
vita, non tutti vivono nelle stesse condizioni, né per la reputazione,
né per la costituzione fisica, né per i rimanenti beni. La vita, il più
delle volte, si divide in opposti: in schiavitù e in signoria, in
ricchezza e povertà, in fama e disonore, in deformità fisica e in buona
salute, scindendosi in tutti gli opposti di questo genere. Perché dunque
fosse pareggiato ciò che è scarseggiante con ciò che abbonda e riempito
ciò che è mancante con ciò che è in eccesso, fu prescritta agli uomini
la misericordia per i più bisognosi. Non è possibile, infatti, sentire
l'impulso a curare la disgrazia del vicino, se la misericordia non ha
suscitato nell'anima simile istinto. Si pensa alla misericordia,
infatti, come al contrario della durezza di cuore. Come l'uomo duro di
cuore e furioso è inaccessibile per coloro che gli si avvicinano, così
l'uomo compassionevole e misericordioso è come addolcito per la sua
disposizione verso il bisognoso, diventando, per colui che è afflitto,
ciò che il suo spirito angosciato ricerca. La misericordia è, come
qualcuno potrebbe interpretare comprendendola con una definizione, una
afflizione volontaria prodottasi per i mali altrui. Se poi non avessimo
dimostrato pienamente il senso di quel concetto, si potrebbe forse
spiegarlo più pienamente con un altro discorso. Misericordia è una
disposizione di carità verso coloro che si trovano in situazioni penose.
Come infatti la durezza di cuore e la ferocia traggono origine
dall'odio, la misericordia è come generata dalla carità, non potendo
esistere senza di lei. Se si volesse poi sviscerare in modo più
penetrante la caratteristica propria della misericordia, si troverebbe
che è un ardore nella disposizione di carità unita all'affezione del
dolore. Infatti si ricerca con ardore la comunione dei beni con tutti in
ugual modo, amici e nemici. La volontà di condividere le pene è poi
caratteristica propria solo di coloro che sono dominati dalla carità.
D'altra parte si è senza dubbio d'accordo nel riconoscere che la carità
è la cosa più eccellente tra quante si perseguono in questa vita. La
misericordia è poi ardore di carità. E' dunque da ritener beato in senso
proprio colui che si trova in tale disposizione d'animo, poiché è come
se avesse toccato il vertice della virtù. Nessuno, poi, consideri la
virtù solo nella dimensione materiale; se così fosse simile rettitudine
di comportamento sarebbe possibile solo a chi ha una certa potenza a far
bene, invece a me sembra più giusto vedere simile rettitudine nella
scelta. Se infatti uno avesse soltanto voluto il bene, ma gli fosse
stato impedito di compierlo, il non poterlo attuare non lo renderebbe
per nulla inferiore, nella disposizione d'animo, a colui che ha
manifestato la sua intenzione nei fatti. Se ora si è colto il senso
della beatitudine, dovrebbe risultare superfluo spiegare quanto sia
grande il guadagno che ne deriva alla vita, perché sono evidenti perfino
ai semplici i risultati felici per la vita di questo consiglio. Se
infatti, per ipotesi, ci fosse in tutti una simile disposizione d'animo
verso l'inferiore, non ci sarebbe più né superiore né inferiore; la vita
non si differenzierebbe più nell'opposizione dei nomi. La fame non
affliggerebbe più l'uomo, né lo umilierebbe la schiavitù, né lo
addolorerebbe il disonore, ma tutto sarebbe comune a tutti e
un'uguaglianza di diritti e un'egual libertà di parola avrebbe
cittadinanza nell'esistenza umana, poiché chi governa si porrebbe
volontariamente allo stesso livello del resto dei cittadini. Se ciò
accadesse non sarebbero più comprensibili dei motivi di inimicizia:
resterebbe inattiva l'invidia, sarebbe morto l'odio e sarebbero esiliati
il ricordo delle ingiurie, la menzogna, l'inganno, la guerra (tutti
frutti del desiderio di avere di più). Una volta bandita quella
disposizione di inimicizia, vengono rigettati completamente i germi
della malvagità, come venissero da una malvagia radice. Alla abolizione
della malvagità dovrebbe subentrare l'elenco dei beni: pace, giustizia e
tutta la sequela di ciò che è pensato in relazione al meglio. Quale
situazione, dunque, si potrebbe ritenere più beata del vivere così,
senza più riporre la nostra sicurezza in catenacci o pietre, sicuri
dell'aiuto reciproco? Come l'uomo duro di cuore e feroce si rende ostili
coloro che hanno fatto esperienza della sua selvatichezza, così, al
contrario, tutti noi diventiamo ben disposti verso il misericordioso,
poiché naturalmente la misericordia genera carità in coloro che
partecipano di essa. La misericordia, dunque, come dimostra il discorso,
è madre della benevolenza, pegno di carità e legame di ogni disposizione
amichevole. Che cosa potrebbe essere pensato di più saldo, in questa
vita, di questa sicurezza? Perciò a buon diritto il Logos chiama beato
il misericordioso, poiché beni tanto grandi si manifestano in questo
nome. Ma non è sconosciuta a nessuno l'utilità per la vita di tale
consiglio.
La sentenza finale di
Dio è speculare rispetto alla libera scelta dell'uomo.
A me pare, poi, che il
senso di tale passo, con la scelta del tempo futuro, sveli
ineffabilmente qualche cosa di più grande di ciò che viene inteso
immediatamente. "Beati i misericordiosi -dice infatti il Signore- perché
troveranno misericordia", come se per i misericordiosi la ricompensa
secondo misericordia fosse posta dopo. Dunque, per quanto ne siamo
capaci, tralasciato questo significato facile da comprendere e scoperto
con facilità dalla gran parte della gente, accingiamoci, secondo il
possibile, a penetrare con il pensiero oltre il velo. "Beati i
misericordiosi, perché troveranno misericordia". In queste parole è
possibile imparare qualche cosa di più sublime anche per la dottrina:
Colui che fece l'uomo a sua immagine, ripose nella natura della sua
opera i principi di tutti i beni, affinché nessun bene si introducesse
in noi dall'esterno, ma fosse in noi il potere di ciò che vogliamo,
traendo il bene dalla nostra natura come da un forziere. Infatti
impariamo, da una parte per il tutto, che non è possibile altrimenti che
uno incontri ciò che desidera senza che lui stesso si faccia dono del
bene; perciò una volta il Signore disse a coloro che l'ascoltavano: "Il
regno di Dio è dentro di voi" [Lc 17,21] e "chiunque chiede ottiene, chi
cerca trova e a chi bussa sarà aperto" [Mt 6,7-8]. Così l'ottenere ciò
che desideriamo, il trovare ciò che cerchiamo, l'introdurci dove
desideriamo, sono in nostro potere, qualora lo vogliamo, e sono legati
alla facoltà del nostro animo. Insieme con questo, conseguentemente, si
stabilisce anche il pensiero contrario: anche l'inclinazione verso il
peggio ha luogo senza che si eserciti nessuna necessità esterna; essa si
realizza nel momento stesso in cui compiamo la scelta, venendo
all'essere solo allora. Il male, in se stesso, secondo la propria
sostanza, non può essere trovato da nessun'altra parte al di fuori della
scelta. Da ciò si mostra chiaramente la facoltà di autogoverno e di
autodeterminazione di cui il Signore della natura ha dotato gli uomini,
facendo dipendere ogni cosa, sia buona, sia malvagia, dalla nostra
libera scelta e si mostra anche chiaramente che il giudizio divino,
facendo seguito con un'incorruttibile e giusta sentenza alle scelte
fatte secondo il nostro proponimento, a ciascuno distribuisce quanto
ognuno si sia trovato a procurarsi; a coloro che, come dice l'Apostolo [Eb
12,7], cercano gloria e onore con la perseveranza nelle buone opere, Dio
dà la vita eterna, ma a coloro che disubbidiscono alla verità e danno
credito all'ingiustizia, Dio distribuisce collera e afflizione e tutti
quanti i nomi che indicano la triste retribuzione. Come gli specchi
corretti mostrano l'immagine dei volti tali quali sono i volti, sereni
per coloro che sono sereni, cupi per coloro che sono corrucciati (e
nessuno farebbe colpa alla natura dello specchio se apparisse cupa
l'immagine dell'originale caduto nell'abbattimento), così anche il
giusto giudizio di Dio si conforma alle nostre disposizioni, rendendoci
dal suo ricompense tali quali sono le azioni che abbiamo compiuto.
"Venite -dice il Signore- benedetti" e "Andatevene maledetti" [Mt
25,34-41]. C'è qualche necessità esterna per cui quelli di destra siano
chiamati con dolcezza e quelli di sinistra con tono cupo? I primi non
ottennero misericordia per il loro comportamento e i secondi non resero
duro contro di loro il volere divino per il comportamento duro contro i
loro simili? Il ricco, che si rallegrava nel lusso, non ebbe pietà del
povero che stava afflitto davanti al suo portone e perciò recise per sé
la possibilità della misericordia e quando ebbe bisogno di misericordia
non fu ascoltato. Questo non perché una sola goccia comporti una perdita
per la grande fonte del paradiso, ma perché la goccia di misericordia
non può mischiarsi con la durezza di cuore. Che c'è in comune, infatti,
tra luce e tenebre? Quello che l'uomo semina raccoglierà, dice
l'Apostolo [Gal 6,8], poiché chi semina nello spirito raccoglierà dallo
spirito vita eterna. Io credo che la semina sia la scelta dell'uomo e la
raccolta la ricompensa che segue la scelta. Fecondo è il frutto dei beni
per coloro che hanno scelto simile raccolta; penosa la raccolta di spine
per coloro che hanno gettato nella vita semi spinosi. è del tutto
necessario, infatti, che uno raccolga la stessa cosa che ha seminato e
non è possibile altrimenti. "Beati i misericordiosi, perché troveranno
misericordia". Quale parola umana potrebbe penetrare la profondità dei
pensieri contenuti in questo discorso?
La misericordia più
profonda è verso se stessi,
privati, per il peccato, della dignità originaria.
L'assolutezza e
l'infinità di tali parole ci induce a ricercare qualche cosa di più di
ciò che è stato detto. Il Signore, infatti, non ha aggiunto chi sono
coloro verso cui è necessario che si operi la misericordia, ma disse
semplicemente: "Beati i misericordiosi". Forse il Logos, attraverso le
parole dette, ci orienta enigmaticamente in tal senso: il concetto di
misericordia è conseguente alla sofferenza che è chiamata beata. Nella
beatitudine precedente, infatti, era beato colui che aveva trascorso la
vita di quaggiù nella sofferenza, in questa beatitudine a me sembra che
il Logos indichi la stessa dottrina. Come noi, infatti, rimaniamo
colpiti dalle disgrazie altrui, quando ad alcuni dei nostri amici
accadono sventure non volute: o sono stati cacciati dalla casa paterna,
o si sono salvati, privi di tutto, da un naufragio, o sono caduti nelle
mani dei pirati o dei briganti, oppure sono diventati schiavi da liberi
che erano, o prigionieri di guerra da benestanti; oppure coloro che fino
a quel momento erano in vista in una forma di benessere per la loro
vita, hanno ricevuto in cambio qualche altra disgrazia del genere. Come
dunque, di fronte a simili sventure, nasce nella nostra anima una
compartecipazione dolorosa, sarebbe forse molto più opportuno che
avessimo la stessa disposizione riguardo a noi stessi, considerando il
colpo subito dalla nostra vita contro la nostra dignità. Quando infatti
consideriamo quale era la nostra splendida casa da cui siamo stati
gettati fuori; come siamo caduti nelle mani dei briganti; come,
sprofondando nell'abisso di questa vita, siamo stati denudati; a quali e
quanti padroni ci siamo legati invece di vivere in maniera libera ed
autonoma; come abbiamo spezzato la beatitudine della vita con morte e
corruzione; è dunque possibile, se cogliamo questi pensieri, che la
nostra anima si occupi delle sventure altrui e non si disponga a
misericordia nei propri confronti, considerando ciò che aveva e da quale
condizione è stata cacciata? Che cosa c'è di più miserevole di questa
prigionia? Invece della delizia del paradiso abbiamo ricevuto in sorte,
nella vita, questo luogo soggetto a malattie e a fatiche. In cambio di
quella libertà dalle passioni, abbiamo preso in sorte innumerevoli
passioni. In cambio di quel modo di vivere superiore, la vita insieme
con gli angeli, siamo stati condannati ad abitare al terra insieme con
le bestie. Poiché abbiamo mutato la vita angelica e libera da passioni
in quella bestiale, chi potrebbe facilmente enumerare gli amari tiranni
della nostra vita, padroni furenti e selvaggi? L'ira è un amaro padrone
e così l'invidia; l'odio, che è la passione della superbia, è un tiranno
furente e selvaggio; il ragionamento licenzioso, che assoggetta la
natura a servizi legati alle passioni e alle impurità è come se
deridesse degli schiavi. La tirannide dell'avidità, quale eccesso di
asprezza non supera? Questa, assoggettatasi la misera anima, la
costringe a soddisfare i suoi smisurati desideri, poiché è sempre
bisognosa e non è mai sazia. è come una bestia policefala che invia
attraverso le innumerevoli bocche il cibo allo stomaco insaziabile e
questo non è per nulla soddisfatto di ciò che ha guadagnato, anzi, ciò
che continuamente assume è materia che incendia il desiderio del di più.
Chi dunque, considerando questa vita infelice, potrebbe rimanere duro e
insensibile a tali disgrazie? Il fatto di non provare misericordia di
noi stessi è dovuto all'insensibilità di fronte a questi mali; come
accade ai folli a cui l'eccesso del male ha tolto anche la
consapevolezza di ciò che patiscono. Se dunque uno ha conosciuto se
stesso, come era una volta e come è nel presente (anche Salomone dice in
qualche passo "saggi sono coloro che conoscono se stessi"), costui non
cesserà mai di avere misericordia di sé e a tale disposizione dell'anima
seguirà, come è verosimile, anche la misericordia di Dio.
Il misericordioso è
giudice di se stesso nel giudizio finale.
Perciò il Signore dice:
"Beati i misericordiosi perché troveranno misericordia". Essi, non
altri: in ciò, infatti, fornisce un chiarimento il nome, come se uno
dicesse: "Cosa beata è il prendersi cura della salute fisica; colui
infatti che se ne prende cura, vivrà in salute". Così chi ha
misericordia è detto beato perché il frutto della misericordia è
possesso proprio di chi è misericordioso, sia seguendo il discorso che
abbiamo scoperto ora, sia seguendo quello precedente, ossia il mostrare
compassione per le sventure altrui. In entrambi i casi, infatti, è
ugualmente bene sia l'aver misericordia di sé, nel modo detto, sia il
compatire le sventure dei vicini. Perciò l'equità del giudizio di Dio
mostra che la libera scelta dell'uomo verso gli inferiori è in relazione
alla superiore volontà, per cui, in un certo qual modo, l'uomo è giudice
di se stesso esprimendo il giudizio su di sé nelle cause dei suoi
sottoposti. Poiché si crede, e giustamente si crede, che tutta la natura
umana sia sottoposta al tribunale di Cristo, affinché ciascuno riceva la
ricompensa secondo quanto ha compiuto quando era nel corpo, sia esso
bene o male (è forse audace anche dirlo) se è possibile cogliere con un
ragionamento ciò che è ineffabile e invisibile, è anche già possibile
comprendere la beatitudine della ricompensa per chi ottiene
misericordia. Infatti la benevolenza che nasce nelle anime nei confronti
di coloro che mostrano compassione, verosimilmente, rimane perenne, per
tutta l'esistenza, nella vita di coloro che partecipano della
benevolenza. Che cosa, dunque, è verosimile che accada al momento della
resa dei conti, se il benefattore verrà riconosciuto da coloro che sono
stati oggetto del beneficio? Come disporrà egli la sua anima ascoltando
le voci riconoscenti che lo acclamano di fronte al Dio di tutta la
creazione? Di quale altra beatitudine necessiterà, dunque, colui che è
celebrato come da un araldo in così grande teatro per le ottime azioni?
Infatti, insegna la parola del Vangelo [Mt 25,34ss], coloro che hanno
ricevuto un beneficio, sono presenti nel giudizio del Re verso i giusti
e verso i peccatori. Con entrambi egli fa uso del dimostrativo, come se
indicasse con un dito l'oggetto: "Per quanto faceste ad uno di questi
miei fratelli più piccoli" [Mt 25,40-45]. Il dire "questi" indica la
presenza di coloro che ricevettero il beneficio. Mi dica, dunque, chi
preferisce la materia inanimata delle ricchezze alla futura beatitudine:
quale splendore d'oro, quale fulgore delle pietre preziose, quale
ornamento di abiti è paragonabile a quel bene che la speranza
suggerisce? Quando il Re della creazione abbia rivelato se stesso alla
natura umana, assiso con magnificenza sul suo trono sublime; quando
siano apparse intorno a Lui le innumerevoli miriadi di angeli; e ancor
più quando sia di fronte agli occhi di tutti l'ineffabile regno dei
cieli e, dal lato opposto, si mostrino le terribili punizioni. Ma
quando, in mezzo a queste cose, tutta la natura umana, dalla prima
creazione fino alla pienezza del tutto, sia sospesa tra il timore e la
speranza del futuro, tremando spesso per l'esito finale di ciò che si
attende da ciascuna delle due sorti; mentre coloro che hanno vissuto con
una buona coscienza sono in dubbio sul futuro, qualora vedano altri
trascinati dalla cattiva coscienza, come da un boia, in quelle cupe
tenebre; se costui si presentasse al Giudice, confidando nelle sue
opere, fra le voci di lode e di gratitudine di coloro che hanno ricevuto
il beneficio, splendido nella sua fiducia, forse calcolerà che quella
buona sorte sia da misurare secondo la ricchezza materiale? Forse
accetterà, in cambio di quei beni, tutte le montagne, le pianure, le
valli boscose e il mare tramutati in oro per lui? Prendiamo invece il
caso di colui che ha scrupolosamente occultato mammona grazie a sigilli
chiavistelli, porte di ferro e nascondigli sicuri, giudicando
preferibile ad ogni comandamento l'ammucchiarsi per lui della materia,
sotterrata in luogo segreto; se sarà trascinato giù a capofitto nel
fuoco tenebroso, tutti coloro che hanno sperimentato in questa vita la
sua durezza di cuore e la sua ferocia, gliela presenteranno davanti e
gli diranno: "Ricordati che hai già ricevuto i tuoi beni durante la vita
[Lc 16,25]; nelle fortezze della tua ricchezza chiudesti insieme anche
la misericordia e lasciasti sottoterra la magnanimità; non ti desti
pensiero, in questa vita, dell'amore degli uomini: ora non hai ciò che
non avesti, non trovi ciò che non hai messo in serbo, non raccogli ciò
che non hai diffuso, non mieti ciò che non hai seminato; la raccolta sia
per te degna della tua seminagione: hai seminato amarezza, raccogline le
messi; stimasti la spietatezza, hai ciò che amasti; non guardasti con
simpatia, neppure ora sarai guardato con misericordia; trascurasti
l'afflitto, ora, mentre perisci, sarai trascurato; fuggisti la
misericordia, la misericordia fuggirà da te; provasti nausea per il
povero, colui che fu povero per causa tua, proverà ora nausea di te". Se
dunque fossero pronunciati questi o simili discorsi, dove andrebbero a
finire l'oro, gli splendidi suppellettili, la sicurezza riposta nei
tesori sigillati, i cani validi per la guardia notturna? Dove le armi
predisposte contro chi insidia i tesori? Dove l'annotazione registrata
sui libri? Perché tutto ciò è per il pianto e lo stridore dei denti? Chi
farà risplendere le tenebre? Chi estinguerà la fiamma? Chi respingerà il
verme che non ha fine? Dunque fratelli meditiamo le parole del Signore
che ci insegna, in breve, cose tanto grandi relative al futuro e
diventiamo misericordiosi, per divenire grazie a ciò beati in Cristo
Gesù nostro Signore, a cui è la gloria e la potenza nei secoli dei
secoli. Amen.
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