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Eucaristia: sorgente di
comunione
di Emanuela De Nunzio
Tra le varie arti in cui l’uomo esprime
il suo ideale di vita ce n’è una che spicca per forza e bellezza: l’arte
del vivere insieme, del far comunione. E’ un’arte quanto mai ardua, che
non è mai fuori moda e, benché gratuita, è sempre necessaria, anzi
indispensabile. Di essa si è fatto autorevole interprete Giovanni Paolo
II , che affermava nella sua Lettera Apostolica Mane Nobiscum Domine:
“Il cristiano che partecipa all’Eucaristia apprende da essa a farsi
promotore di comunione, di pace, di solidarietà, in tutte le circostanze
della vita” (MND, 27).
Sì, di fronte al fenomeno quasi
inarrestabile del disgregarsi della famiglia, di fronte all’inaudito
inasprirsi del terrorismo e di ogni forma di violenza, è urgente
recuperare la consapevolezza che quel pane spezzato e condiviso è la
vera sorgente della comunione, al di là di un “buonismo” ingenuo, ed è
l’unico capace di rivelare, proprio a partire dalla sua forza di
aggregazione, quali siano i veri credenti.
E poiché fare comunione è una vera
“opera d’arte”, non la si può improvvisare, essa richiede esercizio, un
vero tirocinio e un autentico addestramento alla Sequela di Cristo e
sotto la guida dello Spirito Santo. Noi francescani siamo chiamati a
fare questo tirocinio nella Fraternità, definita dalla Regola
comunità di amore. E’ nella Fraternità che possiamo apprendere a
camminare insieme e possiamo esercitarci nell’umiltà per vivere insieme
da autentici cristiani.
Come, in concreto? Mai anteponendosi né
opponendosi agli altri, anzi mettendosi a loro servizio, sull’esempio di
Cristo, dal quale possiamo attingere la grazia di passare dall’egoismo
all’altruismo, dal ripiegamento sull’io all’attenzione al tu,
dalla ricerca di sé alla ricerca della gloria di Dio e del bene del
prossimo.
L’arte del fare comunione esige
profonda, sincera umiltà. E l’Eucaristia è scuola di
annientamento e di estrema povertà. Anzi, con chiaroveggente audacia,
essa è chiamata da Francesco d’Assisi l’umiltà di Dio, ossia
l’abbassamento e l’annientamento di Dio. San Francesco faceva sempre
riferimento all’umiltà insieme alla povertà. In un certo senso, esse
sono la stessa cosa: un modo personale di essere “senza niente”,
riconoscendo che tutto quello che abbiamo – tanto sul piano spirituale o
intellettuale, quanto sul piano fisico o materiale – è dono di Dio.
Perciò di niente possiamo vantarci e in niente possiamo sentirci
superiori agli altri.
L’arte del fare comunione si esprime
nella condivisione. La condivisione non riguarda solo i beni
materiali, ma tutti i beni; non si preoccupa solo delle povertà
materiali, vecchie o nuove che siano, ma anche delle povertà spirituali,
come la mancanza di ideali, di speranza, di prospettive per il futuro,
la solitudine, l’abbandono, le infinite forme di sofferenza. All'inizio
del suo Pontificato (Omelia del 24 aprile 2005), ce lo ha
ricordato il Papa Benedetto XVI: “L’umanità – noi tutti – è la pecora
smarrita che, nel deserto, non trova più la strada … Vi sono tante forme
di deserto. Vi è il deserto della povertà, il deserto della fame e della
sete, il deserto dell’abbandono, della solitudine, dell’amore distrutto.
Vi è il deserto dell’oscurità di Dio, dello svuotamento delle anime
senza più coscienza della dignità e del cammino dell’uomo. I deserti
esteriori si moltiplicano, perché i deserti interiori sono diventati
così ampi”.
Ognuno s’incontra ogni giorno con le
povertà degli altri e conosce le proprie povertà. Perciò
condivisione non è solo attenzione ai bisogni degli altri, ma anche
possibilità di esprimere i propri, in un contesto di relazioni vere,
fraterne, dove non si ha paura del giudizio dell’altro ma ci si sente
accettati. La vita di ogni uomo dipende dalla vita degli altri. Questo
vale per il bambino, come per il ragazzo e il giovane, che stanno
costruendo la loro personalità. Questo vale per le persone
psicologicamente o socialmente deboli, che hanno bisogno di qualcuno su
cui contare, ma vale anche per le persone sane, robuste, per gli adulti
nella pienezza e nella maturità delle dimensioni della loro vita.
Siamo chiamati a prenderci cura gli uni
degli altri. La partecipazione alla dimensione eucaristica di dono
totale del Signore, aiutandoci a porci in verità di fronte a Dio Padre e
accanto ai nostri fratelli che sono, come noi, Suoi figli, c’impone di
passare dai semplici gesti di carità, che possono essere anche
facili quando si ha il superfluo, all’autentica condivisione, come
atteggiamento di fondo della vita. Solo allora la nostra esistenza
acquista splendore, bellezza. Lo psicologo Carl Jung, in “Psicologia
e religione”, afferma: “L’Eucaristia è la più grande attività
religiosa comunitaria attraverso la quale possiamo divenire esseri
integri e completi … la Cena del Signore è il massimo di umanizzazione”. |