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L'Avvento: il Signore
viene Difficile è precisare
il primitivo significato di questo tempo liturgico, poiché scarse e non
facilmente interpretabili sono le testimonianze scritte a riguardo. In
ogni caso, si può fondamentalmente concordare con quanti ritengono che,
fin dal V secolo l’avvento è stato un tempo in cui i cristiani si
preparavano alla celebrazione della prima venuta del Signore (il Natale)
e...
L’avvento segna l’inizio dell’anno liturgico, «l’itinerario ideale per
ogni comunità che voglia crescere nella fede e punto di sostegno e di
comunione dei diversi itinerari di catechesi e di celebrazione
sacramentale» (cf. Cei, Il giorno del Signore, n. 23).
L’anno liturgico è prima di tutto il cammino attraverso il quale il
tempo viene santificato, cioè reso “altro”. L’anno liturgico, con il
dispiegarsi delle varie festività e dei diversi periodi liturgici al cui
centro vi è la domenica, santifica il tempo nel senso che impedisce
all’uomo di viverlo come un mero susseguirsi di momenti e lo induce a
viverlo nell’intenzione voluta da Dio. In questa prospettiva, si può
dire che la santificazione dell’uomo inizia quando è anzitutto il tempo
ad essere reso santo, cioè “altro”.
L’imperativo di Dio «Siate santi perché
io, il Signore Dio vostro, sono santo» (Lv 19,2) significa “siate
altri”, cioè capaci di sottrarvi alla seduzione idolatrica quotidiana
che impedisce di essere “altrimenti”, di vedere oltre; in una parola, di
credere alla presenza di Dio nel mondo.
L’avvento “di mezzo”
Difficile è precisare il primitivo significato di questo tempo
liturgico, poiché scarse e non facilmente interpretabili sono le
testimonianze scritte a riguardo. In ogni caso, si può fondamentalmente
concordare con quanti ritengono che, fin dal V secolo l’avvento è stato
un tempo in cui i cristiani si preparavano alla celebrazione della prima
venuta del Signore (il Natale) e, contemporaneamente, un tempo di
preparazione alla venuta definitiva del Signore (la parusìa).
La revisione dell’anno liturgico indicata dal Vaticano II (cf.
Sacrosanctum concilium n. 107) ha voluto che fosse conservato
all’avvento il duplice carattere di tempo di preparazione alla solennità
del Natale, in cui si ricorda la prima venuta del Figlio di Dio fra gli
uomini, e di tempo in cui, attraverso tale ricordo, lo spirito viene
guidato alla seconda venuta del Cristo alla fine dei tempi. I testi
liturgici, in primo luogo i due prefazi del Messale Romano, riescono a
dare unitarietà celebrativa a questo tempo “forte”, invitando ad
un’attesa, quella del mistero del Natale, compimento a sua volta
dell’antica alleanza e solido fondamento della fedeltà di Dio nella
storia fino alla venuta finale di Cristo.
In questo modo è evitato il rischio, deleterio sotto il profilo
pastorale e spirituale, della pura e semplice giustapposizione delle due
“venute”. Anche le letture bibliche, in particolare quelle previste per
le quattro domeniche, articolano e non giustappongono la duplice
prospettiva dell’avvento. In effetti, tutti i diversi temi che emergono
dal Lezionario (la vigilanza, la conversione, la gioia… ) convergono
verso la festa del Natale, vista però non solo come memoria della
nascita storica di Gesù, bensì come promessa e annuncio della venuta
gloriosa alla fine dei tempi e perciò come “visita” continua al suo
popolo.
In particolare, l’itinerario biblico disegnato dal Lezionario configura
l’avvento come un tempo simultaneamente escatologico e natalizio. Ma
questi due “avventi” non esauriscono la grazia di questo tempo
liturgico. In effetti, proprio in mezzo, tra la prima e l’ultima venuta
di Cristo, tra l’incarnazione e la parusìa, la liturgia indica per noi
oggi una “terza” venuta del Signore che s. Bernardo, in maniera
“geniale”, chiamava “avvento di mezzo”. Questo avvento è da viversi in
tensione tra il “già” della prima venuta e il “non ancora” della seconda
nell’“oggi” della liturgia e della storia.
Una stupenda pagina di s. Massimo di Torino risulta, in proposito,
illuminante: «Ciò che è stato compiuto un tempo, lo abbiamo visto con
chiarezza e lo vediamo ogni giorno. Le opere meravigliose di Cristo sono
tali che non cadono in dimenticanza per l’antichità, ma acquistano
vigore per la grazia. Non vengono seppellite dall’oblio, ma si rinnovano
nelle loro proprie doti. Davanti alla potenza di Dio, infatti, nulla
viene abolito, nulla è passato, ma di fronte alla sua grandezza tutto
gli è presente. Per lui tutto il tempo è oggi. Che se tutta la serie dei
secoli per il Signore è un solo giorno, nel medesimo giorno nel quale il
Salvatore ha operato prodigi per i nostri padri, li ha operati anche per
noi» (Sermo 102,2)
A ben vedere, il momento decisivo per
noi è propriamente l’“avvento di mezzo”, che non possiamo mancare,
perché – come ricorda s. Bernardo – «è la via che ci consente di passare
dal primo al terzo avvento. Nel primo Cristo era la nostra redenzione,
nell’ultimo ci apparirà come nostra vita. In questo avvento attuale, è
nostro riposo e nostra consolazione» (Discorso quinto sull’avvento). In
definitiva, i testi liturgici dell’avvento veicolano una teologia che
invita la comunità cristiana non tanto a prepararsi a ricordare un
anniversario o a fare un’operazione nostalgica, come se trovassimo Dio
solo nel Bambino nato a Betlemme, bensì a lasciarsi coinvolgere in un
avvenimento attuale: il Signore viene ora, e tale venuta richiede
preparazione per riconoscerlo, accoglierlo e seguirlo. Solo
accogliendolo oggi lo sapremo incontrare alla fine dei tempi: «Ora egli
viene incontro a noi in ogni uomo e in ogni tempo, perché lo accogliamo
nella fede e testimoniamo nell’amore la beata speranza del suo regno»
(Prefazio di avvento I/A).
La salvezza data è Cristo e la salvezza
attesa è ancora Cristo. L’opera salvifica di Cristo non è terminata;
egli è atteso nella sua qualità di Salvatore ed è invocato come
salvezza: «“Dai cieli attendiamo come Salvatore Gesù Cristo” (Fil 3,20).
Per questo, se la quaresima può essere riassunta nel Miserere e la
cinquantina pasquale nell’Alleluia, l’avvento può essere identificato
nell’invocazione Maranatha, Vieni Signore!». In conclusione,
nell’avvento la liturgia conduce la chiesa e ogni cristiano a confessare
la fede nella venuta di Cristo nella carne per ravvivare la speranza
della venuta di Cristo nella gloria.
Una spiritualità della
“vigilanza”
La preparazione alla venuta del
Signore si connota, sotto il profilo spirituale, come un’attesa
vigilante: a ciò orientano le pagine bibliche, in particolare quelle
della prima domenica di avvento, nonché i diversi testi eucologici:
«Quando egli verrà e busserà alla porta ci trovi vigilanti nella
preghiera ed esultanti nella lode» (colletta 1ª lunedì); «Rafforza la
nostra vigilanza nell’attesa del tuo Figlio perché… andiamo incontro a
lui con le lampade accese» (colletta 2ª venerdì). Un grande aiuto per
entrare nel clima spirituale di questo tempo liturgico è offerto,
inoltre, dalla Liturgia delle ore. In avvento la distribuzione dei salmi
è quella consueta, ma vi sono antifone proprie per il Benedictus e per
il Magnificat di ogni giorno e per i salmi di Lodi e Vespri di ogni
domenica. Questi testi, unitamente agli inni e ai responsori, suscitano
un clima di attesa e di vigilanza nel quale si illuminano i salmi e le
letture bibliche scelte per questo tempo.
Vigilanza è, dunque, l’invito pressante
di questo tempo “forte”. Cos’è la vigilanza? Gesù nella sua predicazione
allude spesso alla vigilanza, indicandola come l’attitudine di fondo di
quanti vivono da credenti nel mondo, aspettando il giorno finale: «Io
dico a tutti: vegliate!» (Mc 13,37). Nel vangelo di Matteo la
raccomandazione è analoga: «Vegliate, perché non sapete in quale giorno
giungerà il vostro padrone» (24,42). Luca non è da meno: «Beati i servi
che il padrone troverà fedeli a vegliare» (12,37). Nel momento più
drammatico della sua esistenza terrena Gesù raccomanda ai discepoli di
pregare e di vegliare per non entrare in tentazione (cf. Mc 14,38; Mt
26,41).
Anche la riflessione neotestamentaria
ribadisce la necessità della “veglia”: «Vegliate, rimanete saldi nella
fede» (1Cor 16,13). L’apostolo Pietro raccomanda: «Siate sobri,
vegliate» (1Pt 5,8). L’Apocalisse presenta il ritorno del Signore come
la venuta improvvisa di un ladro e ammonisce: «Beato colui che veglia»
(16,15). In definitiva, la vigilanza, nella testimonianza biblica,
appare come la virtù che tiene viva la fede dell’uomo pellegrino nel
mondo in attesa di raggiungere la meta finale. In effetti, sempre la
sacra Scrittura insegna che proprio il dormire è ciò che risulta
incompatibile con la fede: le vergini stolte si addormentano (Mt 25,5);
Gesù nell’orto degli ulivi torna dai discepoli e li trova addormentati
(Mt 26,43). L’uomo che dorme, ovvero non veglia, è l’uomo che è incapace
di cogliere la presenza di Dio nel mondo, l’uomo che corre il terribile
rischio di vivere nel mondo come se Dio non ci fosse.
In una bella pagina G. Dossetti
descrive cos’è la vigilanza. Egli scrive: «La vigilanza è la virtù di
cui Gesù ha maggiormente parlato nella fase conclusiva della sua venuta,
e certo si può comprendere perché tanto ne ha parlato. La vigilanza è la
virtù tipica del tempo intermedio, tra la prima e la seconda venuta di
Cristo… Quaggiù noi non possiamo che protenderci verso la carità, così
come ci protendiamo verso il Cristo. La vigilanza è in un certo senso la
virtù condizionante di tutto il tempo intermedio, perché è solo
attraverso la vigilanza, questo incessante vegliare, che noi possiamo
mettere da parte nostra tutto ciò che è necessario, perché da parte sua
il Dio vivente nel suo Spirito ci metta l’Amore che ci deve colmare,
totalmente riempire» (Meditazioni sull’avvento).
Solo ponendoci nella prospettiva di una
storia di salvezza che Dio conduce – e che al presente vuole costruire
con noi –, riusciamo a vivere la spiritualità dell’avvento. Secondo la
frase dell’Apocalisse, il Signore è “colui che era, che è e che viene”
(1,4); il domani dell’opera di Dio non è un futuro statisticamente
predeterminato, ma un compimento a cui egli chiede la nostra
collaborazione con un incessante “venire” che è sempre annuncio e
proposta. L’atteggiamento spirituale della vigilanza veicola, dunque,
una vera e propria concezione della vita quale cammino totalmente
orientato verso l’incontro con Cristo, ma nella più fattiva
collaborazione all’incarnazione di Cristo nel mondo e nell’uomo d’oggi.
L’avvento suggerisce una presa di
coscienza della condizione dell’uomo: egli è pellegrino nel mondo. La
storia umana è un cammino verso il Signore; essa è il luogo del
discernimento, fatto di un’attesa vigile e di una fedeltà operosa.
Quella dell’avvento appare così una spiritualità impegnativa, non un
happening rituale e devozionale che non lascia traccia se non per
qualche preghiera e opera buona supplementare. L’avvento sospinge i
cristiani a recuperare la coscienza di essere chiesa per il mondo,
riserva di speranza e di gioia, come ci spronano i nostri vescovi nel
documento in preparazione al convegno ecclesiale di Verona Testimoni di
Gesù risorto, speranza del mondo.
Maria, “figura” dell’avvento
La spiritualità tipica
dell’avvento trova un modello impareggiabile in Maria, vergine
dell’attesa vigilante. Paolo VI nell’esortazione apostolica Marialis
cultus ha molto significativamente scritto: «I fedeli, che vivono con la
liturgia lo spirito dell’avvento, considerando l’ineffabile amore con
cui la vergine madre attese il Figlio, sono invitati ad assumerla come
modello e a prepararsi ad andare incontro al Salvatore che viene
vigilanti nella preghiera, esultanti nella lode».
Come per la prima venuta nel mondo del Verbo eterno fu necessario, per
divino disegno, il sì di Maria, così la presenza della Vergine non cessa
di farsi sentire nell’attesa dell’ultima venuta del Salvatore. Dice
l’Apocalisse: «Ecco, sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia
voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con
me». Si può dire che Maria è colei che per prima ha aperto la porta,
anzi l’ha spalancata, al Signore che viene, ed è per questo che il
cristiano di ogni epoca può trovare nella madre di Dio un modello e un
esempio.
Ecco perché l’avvento è da sempre considerato il tempo mariano per
eccellenza, il tempo in cui ogni cristiano, fissando lo sguardo su Maria
può apprendere da lei quelle disposizioni d’animo che permettono di
sperimentare l’incontro con il Veniente. Il card. Ratzinger, in un
commento all’enciclica di Giovanni Paolo II Redemptoris mater scriveva:
«L’avvento è nella liturgia della chiesa un tempo mariano: il tempo in
cui Maria ha fatto spazio nel proprio grembo al Redentore del mondo, il
tempo in cui portò in sé l’attesa e la speranza dell’umanità. Celebrare
l’avvento significa divenire mariani, unirsi al sì di Maria, che è
continuamente lo spazio della nascita di Dio, della pienezza del tempo»
(Maria il sì di Dio all’uomo, Queriniana, 1987).
In questa prospettiva, una
valorizzazione in senso mariano dell’avvento non è affatto un cedimento
devozionalistico, quanto piuttosto un’opportunità pastorale per aiutare
ogni cristiano a vivere esistenzialmente la spiritualità di questo tempo
liturgico. Di più, il tempo dell’avvento potrebbe divenire un’occasione
pastoralmente efficace per mostrare come il vero culto alla Vergine non
può essere mai distaccato, come talvolta è accaduto e continua ad
accadere in alcune forme di pietà popolare, dal suo necessario punto di
riferimento, che è Cristo. Tale valorizzazione, ovviamente, non va
intesa nella direzione di un’intensificazione delle occasioni di
devozione mariana, quanto piuttosto nel senso di un’intelligente
esplicitazione delle tematiche mariane, che sono sempre anche “cristologiche”,
così come la liturgia già indica nella solennità dell’Immacolata
Concezione, nelle messe dal 17 al 24 dicembre, nella quarta domenica di
avvento, nonché nella Liturgia delle ore di tutto il tempo di avvento.
In proposito, il recente Direttorio su
pietà popolare e liturgia, si presenta indubbiamente come una guida
illuminata e illuminante: esso, infatti, articolando in maniera armonica
anno liturgico e pietà popolare (cf. cap. IV), offre suggerimenti
preziosi per una sapiente programmazione pastorale che sia capace di far
risaltare l’indiscusso primato della liturgia, senza peraltro ignorare
le tradizionali espressioni di pietà popolare mariana.
In ogni tempo liturgico è comunque la
domenica il momento centrale di ogni itinerario pastorale. Questo vale
anche per l’avvento. L’eucaristia è celebrata “nell’attesa della sua
venuta”. Pone chi vi partecipa in stato di vigilante attesa, e realizza
veramente il lento e paziente ritorno del Signore nella storia
dell’umanità. Partecipare all’eucaristia con la convinzione che la
venuta del Signore è cosa estranea alla storia degli uomini è mentire
all’eucaristia stessa, fatta dal pane e dall’amore degli uomini; è non
capire il vero significato della venuta del Signore ieri, oggi e alla
fine dei tempi.
(Tratto da «La Settimana» - Ed.
Dehoniane) |