|
►
torna indietro |
L’Eucaristia, sorgente
e manifestazione di unità fraterna
di Fr. Irudaya Samy, OFMCap
I. Introduzione
L’anno dell’Eucaristia che Giovanni Paolo II ha aperto nell’ottobre 2004
e che il santo padre Benedetto XVI conclude in questo ottobre 2005, è il
compimento di un cammino che ha preso avvio nei tre anni preparatori al
Grande Giubileo del 2000. Cammino continuato poi nei grandi avvenimenti
ed incontri celebrati proprio in questo inizio di millennio e segnato da
importanti documenti quali la Dies Domini, la Novo Millennio Ineunte e
la Ecclesia de Eucharistia.
Un percorso pastorale che ha segnato la storia della Chiesa in questi
ultimi dieci anni e che nelle intenzioni del venerato e caro papa
Giovanni Paolo II ha al suo centro la Persona di Cristo, la sua
Presenza, sicura, certa: “Ecco io sono con voi tutti i giorni fino alla
fine del mondo” (Mt 28,20).
Con tanta freschezza Giovanni Paolo II nella Novo Millennio Ineunte, ci
aveva invitato ad impegnarci con sempre maggiore fiducia a mettere
Cristo al centro della vita. Ma come? Con quello che è tipico del
cristiano: la grazia. Noi infatti siamo tentati di pensare che i
risultati o i successi dipendano dalla nostra azione pastorale, dalle
nostre capacità di fare e di programmare. E’ invece la preghiera che ci
fa vivere e che ci ricorda il costante primato di Cristo e in rapporto a
Lui, il primato della vita interiore e della santità.
L’Eucaristia, la Grande Preghiera della Chiesa, è il suo cuore, Cristo
che ci assimila a sé: Chi mangia di me vivrà per me! (Gv 6, 56-57).
Il richiamo è forte e allo stesso tempo autentico e audace. Duc in altum,
prendete il largo (Lc 5,4), come a dire e a richiamarci al centro vitale
dell’attività della Chiesa stessa: mostrare il mistero della Presenza di
Cristo sotto il velo del sacramento eucaristico. E’ intorno a Cristo,
nella sua Presenza eucaristica, che siamo invitati a ritrovare noi
stessi, i nostri rapporti di fraternità, la nostra incidenza nella
società e nel mondo.
Come allora non ricordare e ripetere le parole che Francesco d’Assisi ci
ha consegnato nella sua prima Ammonizione:
“Ecco ogni giorno egli si umilia, come quando dalla sede regale
discese nel grembo della Vergine: ogni giorno viene a noi in apparenza
umile; ogni giorno discende dal seno del Padre sopra l’altare nelle mani
del sacerdote. E come ai santi apostoli apparve nella vera carne, così
ora si mostra a noi nel pane consacrato; e come essi con lo sguardo
fisico vedevano solo la sua carne, ma contemplandolo con gli occhi della
fede, credevano che egli era Dio, così anche noi, vedendo pane e vino
con gli occhi del corpo, vediamo e fermamente crediamo che il suo
santissimo corpo e sangue sono vivi e veri”[1].
II. Mistero della Presenza
La Presenza reale e continua, concreta e attuale, umile e allo stesso
tempo unica di Cristo ci permette di stare nella Vita, di vivere l’unica
vita come possibile. Il sorprendente è sempre continuo Mistero
dell’Incarnazione del Verbo che si fa Presenza, concreta e viva, è
scoperta unica. Fare memoria di questa Presenza significa non solo
ripetere il gesto di Gesù che, radunati i discepoli nella sala
superiore, spezza il pane della comunione e versa il vino dell’unità,
offrendo in sacrificio se stesso per la redenzione di tutti, ma vivere
la Redenzione.
E le prime parole della Enciclica Ecclesia de Eucharistia sono incisive
ed indicano l’unica strada percorribile per il cristiano: “La Chiesa
vive dell’Eucaristia... e nella sacra Eucaristia, per la conversione del
pane e del vino nel corpo e sangue del Signore, essa gioisce di questa
presenza con un’intensità unica”[2]. La scoperta del dono, del Dio
che è arrivato prima di noi e che ha apparecchiato la tavola per il
banchetto di tutti, ci riempie di gioia e di meraviglia. Fa sorgere il
nostro “grazie”. Ringraziamento ed adorazione che diventano un unico
gesto.
Dire grazie oltre che ad essere segno della gentilezza d’animo di un
uomo, davanti al segno dell’Eucaristia diventa riconoscimento di una
gratuità. Celebrare l’Eucaristia, non come un semplice rito, ma come
Presenza del Cristo nato e dato per noi, è la capacità di adorare il
mistero fattosi carne, è vedere il camminare del Signore che viene
incontro con la sua stessa azione di grazie, è riconoscere che ha posto
nelle nostre mani la nuova alleanza, la sua stessa azione di grazie, la
Sua Eucaristia, con la quale possiamo adeguatamente dire grazie
all’Autore di ogni dono, di ogni Bene. E da questo non può che nascere
l’adorazione: “l’umanità trepidi, l’universo intero tremi, e il cielo
esulti, quando sull’altare nelle mani del sacerdote, è il Cristo figlio
di Dio vivo” [3].
L’Eucaristia è allo stesso tempo, la Grande Preghiera della Chiesa,
l’azione di grazie ed il Mistero della Presenza. E’ rito che celebra e
fa memoria della nuova alleanza tra Dio e l’uomo. Di un Dio che ha
voluto legarsi all’uomo, a tutti ed ad ogni uomo, per sempre.
L’Eucaristia diventa dunque per noi l’alimento della nostra speranza, in
un mondo lacerato da discordie, conflitti, da fratelli che uccidono e
violentano i loro fratelli, da guerre assurde per un potere effimero,
fiducia che l’incarnazione del Verbo per la salvezza dell’uomo è in
atto, la redenzione è compiuta, il Regno di Dio cresce verso la sua
pienezza.
La celebrazione quotidiana dell’Eucaristia non è una celebrazione
staccata dalla vita di tutti i giorni o dell’andare del mondo, ma è
profondamente inserita, anzi possiamo dire, è la sorgente della
celebrazione della vita, della liturgia della vita redenta che sappiamo
ha il suo alimento nel pane spezzato e nel sangue versato, in un corpo
dato e in un coppa di vino innalzata. “Chi mangia la mia carne e beve il
mio sangue ha la vita eterna” (Gv, 6.54).
III. Vita e Liturgia
Per ogni nostra fraternità, la celebrazione quotidiana dell’Eucaristia
dovrebbe allora essere il grazie per il dono del saper dire grazie, del
perché dire grazie, e allo stesso tempo il rimando nel mondo per essere
incisivi, sorgivi della nuova umanità. Il rito stesso non dovrebbe
essere distratto, un gesto quasi spensierato o abitudinario, nel
peggiore dei casi semplice cerimonia, ma memoria di quanto Dio ha
operato per toglierci dalla drammaticità della nostra esistenza, dalla
solitudine, memoria della sua amicizia e del nuovo testamento che sulla
croce rende fruibile per tutti la salvezza che è quel ritrovare la
strada verso Dio e quindi verso la nostra umanità.
Come le nostre fraternità potranno celebrare l’Eucaristia? Non nel
semplice rito, che ha certamente la necessità di essere celebrato e
celebrato bene, da e fra noi, di essere celebrato in comunione ed
insieme alla Chiesa locale alla quale apparteniamo, ma quale
celebrazione che attua la vita di tutti i giorni.
Anche qui chiediamo aiuto a san Francesco che nella Lettera a tutto
l’Ordine esplode con indicibile forza drammatica “O ammirabile
altezza, o degnazione stupenda! O umiltà, sublime! O sublimità umile,
che il Signore dell’universo, Dio e Figlio di Dio, così si umili da
nascondersi, per la nostra salvezza, in poca apparenza di pane! Guardate
frati, l’umiltà di Dio, e aprite davanti a Lui i vostri cuori;
umiliatevi anche voi, perché egli vi esalti. Nulla, dunque, di voi,
tenete per voi; affinché vi accolga tutti colui che a voi si dà tutto”[4].
“Nulla di voi tenete per voi.....”. Tutto per essere vero ed incisivo
deve essere restituito, questo è il grande magistero dell’Eucaristia,
magistero silenzioso, magistero umile, come umile è la presenza del
Signore: Dio si è abbassato, umiliato “fino alla morte e alla morte di
croce” (Fil 2.8), magistero che parla dell’unica parola umile che dona
vita: la parola della croce. Non tenere nulla per noi, restituire,
dentro l’Eucaristia celebrata nel rito e nella vita, tutto a Dio ha il
significato di rendere possibile la comunione fra gli uomini. Offrire a
imitazione del Signore la vita per tutti, questo rende eucaristici gli
uomini e le donne. Coloro che si offrono dentro l’offerta che è
l’Eucaristia del Signore.
Maria, la Madre è il modello di questa restituzione, di questo non aver
trattenuto nulla per se stessa, di non aver avuto nessuna intenzione se
non quella di stare nel Mistero. Chi trattiene per sé la propria vita la
perde, chi la perde nel Figlio dell’uomo, la trova e la trova nella vita
eterna (cf. Mt 10,39).
IV. Fraternità e
Comunione
Fare comunione, generare la fraternità è ciò che sorga limpido
dall’Eucaristia, intima e reale partecipazione all’unico sacrificio di
Cristo, non solamente un banchetto di convivialità.
Partecipare alla modalità con la quale Cristo è passato tra gli uomini,
non imputando loro i peccati, ma facendo sì che nel riconoscimento del
proprio peccato accogliessero il perdono, la salvezza che veniva da Lui,
è il dono restituito più grande. La fraternità è costruita dentro questa
logica eucaristica. Egli è passato facendo del bene (At 10,38), salvando
gli uomini, non aspettando che comprendessero tutto quanto stava
compiendo, ma compiendo la salvezza. Quando la logica eucaristica non
plasma le nostre fraternità, non dico questo per moralismo, ma con cuore
aperto, non viviamo dell’Eucaristia, non viviamo il nostro essere
inseriti nella Vita di Dio.
Il cristianesimo, per appartenenti all’Ordine Francescano Secolare, la
stessa scelta di vita seguendo il carisma di Francesco, non va
ostentato, non ha bisogno di tante parole, va vissuto, umilmente, senza
disprezzo per chi ancora non ha ricevuto la parola della salvezza, per
chi ha tradito la parola della salvezza. L’unico potere sarà quello di
amare! La fraternità è potere di Amore perché l’Eucaristia è potenza di
Amore, fraternità che sgorga da quelle ferite d’amore che sono i segni
della passione della croce, che sono quel pane spezzato che sulla tavola
della sala superiore è vero cibo e vero corpo: che fa la Chiesa, la
fraternità, la nuova umanità!
Fare la fraternità fra di noi legati a Cristo, è l’unico luogo possibile
per fare la fraternità con tutti gli uomini. E se le nostre fraternità
sono incapaci di lasciare spazio a questo unico potere, quello di amare,
e vorranno mantenere un piccolo spazio di potere per se stessi, come
potranno dire la parola fraternità al mondo?
Vivere l’Eucaristia fino in fondo, partecipando del Corpo e del Sangue
di Gesù , è dal punto di vista della grazia e della crescita spirituale,
momento importante per ognuno di noi. E’ il momento più grande delle
nostre giornate, in cui Gesù vuole rinnovare in noi il gusto della
verità e dei valori evangelici, convincerci del suo amore, unirci ai
fratelli e sorelle sciogliendo rancori e pregiudizi, vecchi e nuovi, far
nascere in noi il coraggio di affrontare le fatiche della fedeltà ed
assumere gioiosamente il costo della maturità spirituale e apostolica.
V. Unità e nuovi rapporti
Così intorno all’Eucaristia si realizza la fraternità, sgorgata e
operata dal Figlio nel miracolo del suo darsi all’uomo che risponde con
un libero sì, ma al tempo stesso è manifestazione di quell’unità più
profonda che ha il suo essere nella Trinità stessa. “Io in loro e tu
in me, perché siano perfetti nell’unità e il mondo sappia che tu mia hai
mandato e li hai amati come hai amato me” (Gv 17,23). L’Eucaristia
ci trascina e ci immette nella vita della Trinità, nei rapporti di amore
e di unità perfetta della vita di Dio.
L’unità deve però avere gesti e manifestazioni concrete. Una fraternità
che non manifesti in qualche modo la novità di vita e di nuovi rapporti
cui è chiamata dall’Amore che celebra nell’Eucaristia, farebbe dubitare
della sua effettiva connessione con Cristo. Chiamati a raccogliere tutti
gli uomini nell’unità di una sola famiglia, non possiamo tradire questa
consegna ed i gesti concreti mostrano la nostra effettiva fecondità,
anche se non è possibile pretendere che tutti accolgano il nostro fare.
A noi è chiesto di porre gesti concreti, di fare il nostro lavoro, di
impegnare nel concreto le nostre energie, non ci è chiesto di pretendere
che il nostro fare abbia successo, e successo immediato.
Lavorare per l’unità nelle nostre fraternità, ponendo gesti concreti, è
oggi compito per noi urgente. Unità che non è solo il volersi bene,
questo è il passo imprescindibile per poter camminare. Una fraternità,
raccolta solo formalmente attorno all’Eucaristia, non potrà mai
camminare, perché ha chiuso la porta all’azione dello Spirito che opera
con la grazia, non si lascia plasmare dall’Eucaristia e dal suo
magistero, trattiene per sé il dono. Una fraternità che professa un
amore solo soprannaturale e di belle parole, molto probabilmente non ha
amore e i suoi membri non si amano. L’unità riverbero dell’amore della
Trinità che lo Spirito Santo porta in noi e che in Cristo è offerto come
cibo che alimenta e sostiene, ha una visibilità, cambia i rapporti e
incide sconvolgendo, mettendo ognuno e tutti nella sua autenticità.
Da non dimenticare mai certi elementi concreti che ci offre il Nuovo
Testamento riguardanti la relazione fra Eucaristia e unità fraterna. Mi
riferisco, soprattutto, a due icone di grande significato: una che si
trova nel racconto lucano dell’ Ultima Cena, cioè l’immagine del
servizio alla mensa (Lc 22,24-27;12,37); e l’ altra che prende il posto
dell’istituzione dell’ Eucaristia nel quarto Vangelo, cioè la lavanda
dei piedi (Gv 13,1ss.). Sembra che Gesù non poteva pensare alla mensa e
quindi anche della mensa eucaristica senza raffigurarsi nei panni di
colui che serve, di colui che è l’espressione vivente dell’ amore e del
servizio vicendevole attraverso i gesti della vera umiltà e minorità. Il
legame fra la celebrazione eucaristica e l’etica cristiana,
concretamente l’impegno per servire il bene delle persone e dell’
umanità senza contare il costo, ci ricorda il gesto sublime di Gesù che
consegna il suo amore offrendo il suo corpo e il suo sangue, dando la
vita al servizio di tutti.
“Il calice della benedizione che noi benediciamo, non è forse
comunione con il sangue di Cristo? E il pane che noi spezziamo, non è
forse comunione con il corpo di Cristo? Poiché c’e un solo pane, noi,
pur essendo molti, siamo un solo corpo; tutti infatti partecipiamo dell’
unico pane...” (1 Cor 10,16). Il Corpo sacramentale di Gesù è il
centro e fondamento dell’ unità della Chiesa, il modo autentico di avere
fra di noi l’intimità vitale, la partecipazione di vita che comporta
ogni vera unità cristianamente fraterna.
San Paolo ricorda che, in virtù dell’ Eucaristia, il cristiano entra in
diretta comunione con Cristo (1 Cor 10, 17). La “ frazione del pane”
sottolinea il carattere sociale e comunitario dell’Eucaristia. La
comunione dei discepoli con Cristo diventa comunione tra loro. Di questa
unione con Cristo l’Eucaristia è il sacramento perfetto. Ne segue che la
Chiesa e ogni autentica comunità cristiana vivono dell’Eucaristia,[5] la
quale è allo stesso tempo sacrificio-sacramento, sacramento-presenza e
sacramento-comunione. Il corpo di Cristo, che è la Chiesa, è costituito
dalla partecipazione al suo Corpo Eucaristico e animato dalla vita dello
Spirito.
“Perciò chiunque in modo indegno mangia il pane o beve il calice del
Signore, sarà reo del corpo e del sangue del Signore, Ciascuno,
pertanto, esamini se stesso e poi mangi di questo pane e beva di questo
calice” (1 Cor 11,27-28), cioè nella consapevolezza che si riassume,
come ha voluto Gesù, nella perfetta unità del nostro autentico amore di
fratelli e sorelle. Quindi, da cristiani e da francescani la nostra
preghiera dovrebbe essere questa: Gesù che riunisci in un solo corpo
quanti si nutrono di te, Pane e Sangue di vita, accresci nelle nostre
comunità l’unione, la concordia e la pace, valori identificativi dei
tuoi fratelli e delle tue sorelle.
VI. Conclusione
Fraternità ed unità hanno la loro sorgente nell’Eucaristia,
partecipazione al dono totale di Cristo che non risparmia neppure di
donarci la sua intimità con il Padre. Con Francesco d’Assisi impariamo a
pregare ogni giorno “dacci il nostro pane quotidiano: il tuo diletto
Figlio, il Signore Nostro Gesù Cristo, dà a noi oggi: a ricordo e a
riverente comprensione di quell’amore che ebbe per noi, e di tutto ciò
che disse, fece e patì”[6].
1 San Francesco d’Assisi, Ammonizione I, Fonti Francescane 144.
2 Giovanni Paolo II, Ecclesia de Eucharistia, 1.
3 San Francesco d’Assisi, Lettera a tutto l’Ordine, Fonti Francescane
221.
4 Ibid.
5
Giovanni Paolo II, Ecclesia de Eucharistia, 1.
6 Francesco d’Assisi, Commento al Padre nostro, Fonti Francescane 271.
|