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L'impegno smarrito nella fiction
La fede è sempre più un
fenomeno di costume e sempre meno un fatto di vita.
Torino, vigilia del
mercoledì di Quaresima, portici di via Po, colloquio rubato tra madre e
figlia: “È il giorno delle Ceneri, lo sai?”. “Le Ceneri, certo, ma di
chi?”. Telequiz di grande audience: “Chi ha portato le tavole della
legge dal monte Sinai? Mosè, Abramo, Isacco?” Risposta dopo lunga e
vuota attesa: “Forse Isacco”.
Così va il mondo. E se va così, certo, per chi ha un barlume sia pure
flebile flebile di fede, gira malissimo. La società del Grande Fratello
è passata dal bigottismo all’ignoranza. Si può anche non credere, ma non
si può avere il diritto di non conoscere i fondamentali di una delle
storie più affascinanti dell’umanità. Così va il mondo. E aprile e
maggio ci sciorinano, di domenica in domenica, prime comunioni e cresime
che richiamano in chiesa tutti i cattolici di primavera, quelli del
“dopo ci vediamo al ristorante”, quelli del “speriamo che il prete
faccia in fretta”. E via in un profluvio di banalità. E' sempre più
difficile incontrare qualcuno che sappia spiegare esattamente che cosa
ci sta a fare tra i banchi con l’abito da festa e soprattutto che cosa
ci stia a fare quel bambino o bambina in attesa della prima comunione.
E più avanti, nei mesi del sole, spesso è peggio. Nel trionfo dei
matrimoni (sempre di meno) che vengono celebrati in chiesa sembra
purtroppo spesso l’Ave Maria di Schubert il pezzo più importante della
cerimonia dove tutto, ma proprio tutto, è stato studiato nei minimi
particolari o affidato a mani esperte (e care): dai fiori alle
bomboniere, all’auto, allo spreco vergognoso di riso e pasta all’uscita
sui sagrati. E la fede? Certo non sempre, ma molte volte diventa un
optional. E a scorrere le richieste di separazione e di divorzio (in
costante aumento) e quelle di annullamento presso i Tribunali
Ecclesiastici regionali, le Sacre Rote d’Italia, si capisce perché. Ci
sono giovani che si sono rivolti ai giudici otto giorni dopo il
matrimonio, i più entro i primi tre mesi, gli altri non oltre i due
anni.
Sono cifre che dipingono lo scenario del 2006, quello dei cattolici
obbligati (loro malgrado) sempre di più a vivere la loro fede come
minoranza sempre più piccola. Così va il mondo. E per scoprirlo basta
cogliere qua e là frasi reality della concezione della vita; basta fare
un giro con le orecchie aperte nei dehor dei bar o nei supermercati.
Quella che emerge è una religione del fai-da-te che ognuno mescola a suo
piacimento: una spruzzata di cattolicesimo, un passaggio protestante,
briciole di buddismo, pagine di ebraismo e qualcosa anche di musulmano.
Così va il mondo e così continuerà a muoversi senza più saper
distinguere, alla fine, tra vero e falso, realtà o finzione, confronto e
dialogo o abdicazione.
Così va il mondo, ma forse qualcosa si può fare per cambiarlo:
recuperando la certezza dei valori fondamentali della vita, proprio
quelli purtroppo e troppo spesso lasciati sui banchetti della
strumentalizzazione politica di ogni colore; ritrovando la certezza di
quelle radici cristiane che Giovanni Paolo II voleva nella Costituzione
Europea; ritrovando tra le pagine del Vangelo pulizia morale, impegno,
voglia di pagare di persona ed onestà intellettuale, una virtù sempre
più rara.
autore:
Gian Mario Ricciardi -
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