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Ma gli altri dove sono?
Alla domenica, vedendo
tanti posti vuoti nei banchi delle nostre chiese, con tristezza ci
risuona nel cuore la domanda: “Ma gli altri dove sono?”. E’ quasi un’eco
delle parole di Gesù, dopo il ritorno a render grazie da parte del
samaritano guarito: “Non sono stati guariti tutti e dieci? E gli altri
dove sono?”.
La risposta, in termini sociologici, non è difficile. Gli anni della
modernità, il crescere della secolarizzazione hanno portato a una
progressiva perdita del “senso religioso” della vita, di quel patrimonio
comune e diffuso di conoscenza e di sensibilità, che ha sempre
rappresentato una ricchezza del popolo cristiano. La cultura imperante
sta svuotando la domenica del suo originario significato religioso.
Anche nel linguaggio corrente si è passati dal “giorno del Signore” al “week.end”.
La domenica è stata riempita di tanti impegni quasi totalizzanti. Si
pensi, ad esempio, alle tante persone occupate nei grandi magazzini e
negli esercizi pubblici aperti; ai tanti giovani impegnati nello sport
dilettantistico o professionistico; ai milioni di persone che ogni
domenica si spostano per recarsi al mare o in altre località di vacanza.
E tutti, più o meno, sentono la necessità di smaltire lo stress di una
settimana lavorativa dai ritmi incalzanti. L’uomo d’oggi, nella giornata
del tempo libero, è tutt’altro che libero: nelle aree del benessere,
passa dalla catena della produzione alla catena dei consumi, e
ricomincia una settimana più stanco e più vuoto di prima; nelle aree del
disagio, spesso la sofferenza è così grande che spegne anche la speranza
di un futuro migliore. In Italia un’indagine demoscopica ha rilevato i
dati relativi alla partecipazione dei cattolici alla messa domenicale.
Il 57,8 % si definisce “cattolico praticante”, ma di essi solo il 21,4 %
va a messa ogni domenica. Di quelli che non ci vanno, il 33,7 % lo fa
“per noia”, il 19,8 % perché “preferisce riposarsi” e l’11 % perché “non
vi sente nessuna spiritualità”.
Eppure, tutti abbiamo bisogno dell’Eucaristia domenicale per riprendere
forza e poter affrontare le fatiche del viaggio della vita. Disertare
l’Eucaristia domenicale ci impoverisce; indebolisce la nostra fede e
l’appartenenza alla Chiesa; ci impedisce di fare della domenica un
giorno di festa e di comunione. La domenica non è solo il “giorno del
Signore”, è anche il “giorno dell’uomo”. Essa ci chiama ad attuare la
condivisione del tempo e degli affetti nella famiglia e con le famiglie.
Accogliendo il dono d’amore che Cristo fa di se stesso nell’Eucaristia,
la famiglia cristiana – marito e moglie, genitori e figli – vivifica e
accresce la capacità di donarsi reciprocamente, dà fondamento solido
alla struttura familiare; ristabilisce rapporti di solidarietà
all’interno della comunità.
La partecipazione all’Eucaristia non può essere un dovere da compiere
(“e che almeno l’omelia non sia troppo lunga!”), ma dovrebbe permeare
l’intera giornata e prolungarsi, nel segno della festa, con il pasto in
comune (spesso l’unico della settimana), gli incontri conviviali con
parenti ed amici (specie se soli e anziani), l’attenzione alle
situazioni di povertà (materiale e spirituale) riscontrabili intorno a
noi.
Ai laici si richiede in modo speciale di custodire la sacralità della
domenica, che può garantire quell’irrinunciabile “spazio di Dio” nel
cielo grigio del materialismo. L’Eucaristia, infatti, ci insegna che la
vita non dipende dalla propria attività; ci esorta a non aver paura del
silenzio, dell’incontro con Dio; ci spinge a vivere con il cuore. Da qui
l’esigenza di coltivare questa dimensione con la preghiera quotidiana,
con la riscoperta della bellezza della liturgia, con il fascino della
“sacralizzazione” del tempo.
In Italia, il Congresso Eucaristico nazionale di quest’anno è stato
celebrato con il tema “Senza l’Eucaristia domenicale non possiamo
vivere”: così risposero i martiri di Abidene al rappresentante
dell’Imperatore romano che li condannava a morte per non aver osservato
il divieto di riunirsi per l’Eucaristia domenicale. Nella sua omelia
alla chiusura del Congresso il Santo Padre ha detto: “Partecipare alla
Celebrazione domenicale....é un bisogno per il cristiano, è una gioia.
Così il cristiano può trovare l’energia necessaria per il cammino che
dobbiamo compiere ogni settimana. Un cammino, peraltro, non arbitrario:
la strada che Dio ci indica nella sua Parola va nella direzione iscritta
nell’essenza stessa dell’uomo. La Parola di Dio e la ragione vanno
insieme. Seguire la parola di Dio, andare con Cristo, significa per
l’uomo realizzare se stesso; smarrirla equivale a smarrire se stesso”.
In quanto francescani secolari siamo esortati ad avere, come S.
Francesco, un’intensa vita eucaristica (Reg. OFS, n. 5). Le Costituzioni
Generali danno, al riguardo, indicazioni concrete: “I fratelli
partecipino all’Eucaristia con la maggiore frequenza
possibile....attenti non solo alla santificazione personale, ma anche a
servire la crescita della Chiesa e l’espansione del Regno” (CC. GG., art
14, nn.2 e 3). Questi orientamenti possono aiutarci anche a compiere
gesti semplici, ma profondamente umani, che esprimono e realizzano la
solidarietà, la condivisione, la speranza, la liberazione integrale
dell’uomo.
Così, la Celebrazione Eucaristica domenicale diviene, per tutti noi, una
preziosa occasione per verificare la nostra conformazione a Cristo (Reg.
OFS, n.7) e il nostro impegno di imitarlo nel dono generoso della nostra
vita (Reg. OFS, n. 13).
autore: Emanuela De
Nunzio
-
ex Ministro Generale OFS
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