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Veramente tu sei un Dio nascosto
Compito del teologo non è di aumentare il numero della affermazioni e
delle conoscenze, ma saper negare, facendosi quasi garante
dell'insufficienza di ogni ragionamento, di ogni esperienza, di ogni
percezione. Occorre compiere un’opera di purificazione delle immagini
divine. Dio è al di là di ogni immagine.
Il silenzio conosce
mille volti, può essere ignorante, ascetico, penitenziale, meravigliato,
mortificante, amoroso, ambiguo. Nella teologia si possono distinguere
tre forme principali: il silenzio che fa tacere su-Dio, forma
privilegiata per non dire ciò che si vuole dire (Is 45,15: «In verità,
tu sei il Dio nascosto»), il silenzio con-Dio, tensione della
comunicazione orante (Sal 27,7: «Sta in silenzio davanti al Signore e
spera in lui») e il silenzio di Dio, in cui egli si ritira e sembra
abbandonarci (Sal 28,1: «Non restare in silenzio mio Dio»). Il primo fa
dire “non so” e riguarda la conoscenza, il secondo fa dire “non riesco”
e anima la preghiera, il terzo fa gridare “non ci sei!” e angoscia
l’esistenza. I primi due possono perciò essere interpretati come santi,
mentre il terzo è tenebroso e può frantumare la fede.
Poiché ho già considerato il terzo in un precedente articolo (cf.
Settimana 16 marzo 2003), vorrei qui soffermarmi sul primo, lasciando ad
un eventuale approfondimento il secondo. Per silenzio intendo qui il
limite conoscitivo, il Deus absconditus, tema dai molti aspetti che
attraversa la storia del pensiero. I teologi danno a volte l’impressione
di non amare molto il tema del silenzio, preferendo isolarlo oppure
relegarlo nell’ambito della mistica e della spiritualità.
La nostra cultura dà molta importanza alla parole, alle immagini e alle
azioni, eppure ognuno di questi campi ha un suo limite. Chi non conosce
la fatica di trovare le parole giuste, di interpretare e difendersi da
un’immagine invadente, di produrre un’azione compiuta che raggiunga il
suo scopo? Le parole, le immagini e le azioni, che non si vogliono certo
sminuire, costituiscono, inoltre, un terreno di potenza. Se è vero che
solo pochi uomini possono contare su un numero adeguato di vocaboli con
cui sapersi esprimere, su una visione che catturi l’oggetto o su un
patrimonio di gesti in grado di imporsi, il silenzio è la ricchezza di
tutti. È sempre lì, disponibile, innocente, patrimonio del povero e
dell’indigente.
La tradizione apofatica
Nei detti dei padri si racconta che alcuni monaci navigavano sul Nilo
per andare a trovare il famoso padre del deserto Antonio. Un vecchio a
loro sconosciuto li accompagnò nel loro viaggio. Questi monaci, per
passare con profitto il tempo, cominciarono a predicare a turno,
raccontandosi i detti dei santi ed edificandosi a vicenda con
ammonimenti spirituali tratti dalla Scrittura. Il vecchio, invece,
guardava l’acqua del fiume e restava in silenzio. Giunti a destinazione,
il padre Antonio si rivolse al vecchio dicendogli se aveva avuto una
buona compagnia durante il viaggio. Al che il vecchio finalmente aprì
bocca e disse: «Sono buoni, sì, ma il loro cortile è senza cancello,
chiunque può entrare nella stalla e portarsi via l’asino». E disse
questo perché buttavano fuori tutto quello che veniva sulla loro lingua.
In un’epoca contrassegnata dalle grandi dispute teologiche in Oriente
con riflessioni cavillose (il bizantinismo) e dai grandi passaggi
commerciali fra le due parti dell’impero, il monachesimo cristiano eleva
a simbolo il deserto, l’immersione nel religioso silenzio, metodo di
preghiera e scelta teologica. Il tema lo si trova spesso sulla bocca dei
monaci. Barsanuffio ironizza contro la teologia verbosa, scrivendo: «A
riguardo della parola, quando ti vedrai diventato quasi-teologo, sappi
che il silenzio è più meraviglioso e più gioioso della teologia». Isacco
il Siro consiglia invece: «Ama il silenzio più di tutto, poiché esso ti
avvicina al frutto: la lingua infatti è impotente a spiegarlo. Prima di
tutto, costringiamoci a tacere, e allora dal silenzio nasce in noi
qualcosa che ci conduce al silenzio stesso. Dio ti conceda di percepire
qualcosa di ciò che nasce dal silenzio. Se cominci con questo modo di
agire, io non so dirti quale luce sorgerà in te da questo».
Questa soluzione sta alla base di quella corrente teologica nota come
apofatica – dal greco apóphemi, che vuol dire “negare” – ed è quindi
nota anche come via negativa. Secondo questa teologia nessuna parola,
nessuna immagine e nessun fare possono essere in grado di comprendere ed
esprimere il divino. L’esito è il riconoscimento del silenzio come via
perfetta per accostarsi al trascendente. In molti autori esso confluisce
in un silenzio mistico che non è il vuoto assoluto, non sbarra ogni
porta comunicativa, ma una via che apre spazi inesplorati. Se Dio è il
silenzio è nel silenzio che lo si incontra.
La corrente apofatica non può essere ridotta ad un unico paradigma.
Presente già nella filosofia indiana delle Upanishad, essa attraversa la
filosofia greca più arcaica per giungere al neoplatonismo plotiniano. In
rapporto al mistero divino, il suo nucleo può essere trovato in un
passaggio del Parmenide di Platone: «L’Uno né è uno né è» (141e). Ne
consegue il fallimento di ogni percorso intellettivo, discorsivo,
visivo. Il suo maggior esponente greco fu però Plotino († 270) che, pur
presentandosi come un commentatore di Platone, compie un passaggio
ulteriore sostenendo l’assoluta trascendenza dell’Uno, che è oltre
l’essere stesso (me-ontologia). Per questo è inconoscibile e
impronunciabile. Plotino si accorge della contraddizione perché, in
effetti, sta parlando di ciò di cui dice che non si può parlare; riporta
allora un’altra frase che percorrerà la corrente apofatica: «Diciamo ciò
che non è e non ciò che è» (Enneadi, V, 3, 14).
I padri cristiani hanno praticato una teologia positiva, partendo
dall’assunto che l’absconditus è divenuto il revelatus in Cristo;
tuttavia non dimenticano di sottolineare i limiti della conoscenza e
dunque lo spazio da dare al silenzio. Ignazio di Antiochia, uno dei
primi apologisti, nella Lettera ai Magnesi definisce il Cristo «la
Parola uscita dal silenzio», precisando però nella lettera agli Efesini
che «chi possiede il Cristo deve anche possedere il suo silenzio». La
grande autocomunicazione che in Cristo si fa parola, non lascia quindi
svanire la dimensione silente del mistero. C’è sempre un lato oscuro che
impedisce di possedere completamente l’oggetto. Ragione e rivelazione
hanno entrambe un limite invalicabile, una frontiera oltre la quale non
possono andare. Efrem Siro denuncia «la stoltezza di chi si lambicca il
cervello intorno a Dio».
La linea apofatica dei padri si rafforza soprattutto in reazione
all’ariano Eunomio che era addirittura giunto a sostenere: «Dio non
conosce il proprio essere meglio di quanto lo conosciamo noi e la sua
essenza non gli è più manifesta di quanto lo sia a noi». Giovanni
Crisostomo risponde con dodici omelie cui dà il titolo Sulla
incomprensibilità di Dio, ma sono i cappadoci ad opporsi a Eunomio,
sostenendo l’inconoscibilità della natura divina e l’inadeguatezza di
ogni discorso teologico. Rifacendosi all’episodio di Mosè sull’Oreb,
Gregorio di Nissa dice che Dio può essere visto solo «di spalle» e
quando è già passato oltre. La natura divina supera ogni presa del
pensiero, comprenderla non è alla portata dell’uomo e un metodo per
accedervi non è stato ancora trovato. Giovanni Damasceno si preoccupa di
dire che questa inconoscibilità non significa che Dio non esista, ma
perché l’essenza divina è al di sopra dell’essere e, dunque, al di sopra
della conoscenza. Damasceno sposta il problema sul piano trinitario
ricordando il fallimento delle immagini e afferma che ogni tentativo di
voler rappresentare il mistero trinitario con delle figure costituisce
un errore.
Le tenebre luminose
È quasi impossibile affrontare tali argomenti senza accennare all’Areopagita,
protagonista esemplare e influente dell’anima silenziosa e contemplativa
della teologia cristiana. Di lui si sa molto poco, alcuni lo
identificavano con Dionigi membro dell’Areopago di cui parla At 17,34,
altri con il primo vescovo di Parigi del III secolo, altri ancora con un
monaco siriano del VI secolo. Quest'ultima ipotesi sembra la più
verosimile anche perché le opere risalgono a questo periodo, ma il vero
autore porta con sé il destino di quella teologia di cui si fa maggior
interprete e resta contrassegnato dal nome anonimo di Pseudo-Dionigi.
Dionigi distingue due teologie: catabatica, che procede per
affermazioni, e apofatica che procede per negazioni. La prima ritiene il
linguaggio capace di esprimere la verità divina e porta ad elaborare una
serie di proposizioni dottrinali, la seconda ritiene invece che Dio è
«in una divina oscurità», in «luoghi inaccessibili» che escludono la
possibilità di dare nomi a Dio: nessun concetto umano può raffigurarlo e
nessun termine è in grado di esprimerlo. L’unico processo autorizzato è
la negazione, così sintetizzato nella Teologia mistica: Dio non è né
materia né corpo, né figura né forma, né qualità né massa; né anima né
intelligenza, né grandezza, né piccolezza, né uguaglianza, né
ineguaglianza, né somiglianza, né dissomiglianza; non rimane immobile né
si muove. La sua natura schiva ogni conoscenza, «nessuno la conosce
quale è; sfugge a ogni ragionamento, a ogni sapere; non è né tenebra, né
luce, né errore, né verità; di essa non si può assolutamente nulla
affermare e nulla negare».
Il ragionamento di Dionigi è apparentemente complicato, perché egli
parte da una constatazione intuibile: il conoscere e il dire dell’uomo
si fondano sull’esperienza di tutto ciò che esiste, ma Dio non è fra le
cose che “esistono”, egli è oltre, per raggiungerlo bisogna superare
tutte le esistenze e dunque riconoscere l’ignoto. Solo chi vive in uno
stato totale di ignoranza (agnosìa) e dice di non sapere sa veramente,
la trascendenza è assoluta ed è più facile intuire l’assenza che la
presenza. Ancora nella Teologia mistica, Dionigi giunge a sostenere che
Dio non-esiste, che è il Nulla, il non-essere: «Se capita che, vedendo
Dio, si commenta ciò che si vede, è perché non si è visto Dio stesso, ma
qualcuna di quelle cose conoscibili che a lui devono l’essere. Perché in
sé egli sorpassa ogni intelligenza e ogni essenza».
Trovandosi al di là di ogni affermazione o negazione, la teologia
apofatica non è però in conflitto con la teologia catabatica, ha persino
bisogno della seconda perché deve negare tutto ciò che essa afferma. Una
teologia assolutamente negativa sarebbe, inoltre, una contraddizione,
perché, se non si può affermare, non si può neanche negare, per cui le
due teologie si sostengono. Tuttavia per Dionigi la via catafatica è
imperfetta, mentre quella apofatica è più vicina alla verità. A questo
scopo egli insiste sull’estrema limitatezza del linguaggio: «Ogni
attributo può essere predicato di lui e tuttavia egli non è nessuno di
essi». Il teologo apofatico deve semplicemente dire che «non sa».
Dionigi parla del Dio cristiano e questa caratteristica lo allontana dai
neoplatonici; ciononostante, anche la conoscenza della fede in Gesù
Cristo, non dà all’uomo la possibilità di esaurire la conoscenza. La
vera conclusione dell’itinerario è l’ingresso nel silenzio mistico. Il
silenzio su-Dio diventa la porta del silenzio in-Dio e apre gli spazi
della comunione. Non si può quindi sostenere che Dionigi sia un
apofatico in senso radicale. Rimossi tutti gli schermi, il credente è
pronto ad entrare nella tenebrosa luce della contemplazione e
dell’adorazione.
Una corrente continua
Può apparire strano, ma anche Tommaso d’Aquino, il più grande
protagonista di una teologia positiva, non solo subisce l’influenza di
Dionigi, ma tematizza l’Ignotus che fonda sull’inesauribilità della
natura divina e sulla sproporzione tra il conoscente umano (finito) e il
conosciuto divino (infinito). Lo conferma un suo leit motif che troviamo
nel commento al primo capitolo della lettera ai Romani: «C’è una cosa
riguardo a Dio che resterà a noi sconosciuta, quella di sapere ciò che
Dio è». Lo dice anche nella Summa: «A proposito di Dio non possiamo
sapere che cosa egli sia, ma che cosa non sia (De Dio scire non possumus
quid sit, sed quid non sit».
Ogni percorso è difettoso e per questo, secondo Tommaso, l’uomo ha
bisogno della rivelazione, cioè che sia Dio stesso a comunicarsi.
Tuttavia, anche seguendo questa via, non si raggiunge il possesso
dell’oggetto. Conosciuta una cosa, rimane l’impegnativo compito di
determinare che cosa sia e questo non ci è dato. Tommaso accoglie quindi
il principio della teologia negativa che porta a confessare: «Noi non
conosciamo l’essere divino in se stesso (Intellectus autem noster non
potest ipsam Dei essentiam cognoscere secundum quod id est»). L’aquinate
ridimensiona però l’apofatismo quando sostiene la plausibilità di una
teologia affermativa che ci fa conoscere e parlare di Dio. Sostenere il
contrario sarebbe stolto. Per farlo, oltre naturalmente alla
rivelazione, valorizza il metodo analogico per cui la dissomiglianza è
anche somiglianza che si raggiunge per via di eminenza.
Tuttavia anche l’analogia, quando è correttamente intesa, comprende in
sé il momento negativo e la conoscenza di Dio non è mai totalizzante.
Tommaso valorizza una teologia del silenzio, scrivendo nel trattato su
Boezio: «Dio si onora col silenzio non perché per niente si parli o si
indaghi su di lui, ma perché prendiamo coscienza che rimaniamo sempre al
di qua di una sua comprensione adeguata». Nella sua biografia si
racconta l’episodio che, prossimo alla morte, avesse chiesto al
segretario di bruciare tutte le sue opere perché non erano che «paglia»
di fronte al mistero divino. Storia o leggenda, dimostra che
l’atteggiamento apofatico non era assente nemmeno nel più grande
rappresentante della scolastica.
Il magistero ecclesiastico non è stato meno accorto. Il Lateranense IV
(1215) parla di una dissomiglianza sempre maggiore della somiglianza (DS
806) e il Vaticano I, il concilio che, nella Dei Filius, ha insegnato
che Dio può essere conosciuto mediante le cose create, relativizza
persino la conoscenza che si può ottenere tramite la rivelazione: «I
misteri divini, per loro intrinseca natura, sorpassano talmente
l'intelligenza creata che, anche se trasmessi per divina rivelazione e
ricevuti mediante la fede, rimangono avvolti nel velo della fede e
avvolti in una caligine, fino a quando, in questa vita mortale, siamo in
esilio, lontano dal Signore, camminiamo nella fede e non ancora in
visione» (DS 3004). Intento conciliare è di porsi a metà strada tra i
razionalisti che con Gioberti († 1852) sostenevano che Dio è il primum
intellectum, immediatamente intuibile dalla ragione, e i fideisti che
con Lammenais († 1854) affermavano invece l’unica via possibile della
rivelazione.
La Dei Verbum è su questa linea quando dice che la Bibbia non elimina
l’aspetto incomunicabile di Dio che rimane il Deus absconditus anche nel
libro sacro. Questo riproduce il mistero della condiscendenza divina per
cui, pur restando in essa sempre intatta la verità e la santità di Dio,
le sue parole «sono espresse con lingue umane, si sono fatte simili al
parlare dell'uomo, come già il Verbo dell'eterno Padre, avendo assunto
le debolezze dell'umana natura, si fece simile all'uomo» (n. 13).
Mistero inesauribile
Proviamo a tracciare alcune conseguenze pratiche di tutte queste
considerazioni. Dire che Dio è mistero (da myein = chiudere la bocca),
esprime una grande verità e porta a precisare la nostra posizione
davanti a lui: «Sto in silenzio, non apro bocca perché sei tu che
agisci» (Sal 39,10), «sta in silenzio davanti al Signore e spera in lui»
(Sal 37,7). Su Dio non si può dire tutto, egli non dice tutto, la fede
non cammina nell’evidenza, fa vedere ma «confusamente» (1Cor 13,12). Dio
abita nel chiaroscuro, sta dentro e al tempo stesso fuori della storia,
semina in essa le sue tracce, ma non si identifica con essa. È venuto,
ma è oggetto di speranza, è il vicinissimo e l’altissimo, colui che si
concede e che si allontana, il comunicatore e l’incomunicabile, il
rivelato e lo sconosciuto, la parola e il silenzio. Non sarà mai
possibile nutrire la pretesa di afferrarlo e, quando pensiamo di averlo
fatto, ci sfugge. Assomiglia all’essere heideggeriano che si nasconde,
svela, si ritira, rifugge e viene. Il Dio di Heidegger è più cristiano
del Dio di Hegel.
Non si tratta del mistero-ricatto con cui mortificare le obiezioni della
ragione, ma un mistero che rispetta l’originalità della natura divina.
A. Nesti nel suo libro il silenzio come altrove, cita questo bel testo
di Giovanni il solitario che, ponendo in dialettica voce, parola e
silenzio, prega con un senso di nostalgia: «Fino a quando sarò nel mondo
della voce e non nel mondo della parola? perché quanto è visibile, è
voce e con voce è detto, ma il mondo che non è visibile non è affatto
voce, cosicché non è possibile che la voce dica il suo mistero? Fino a
quando diverrò parola nella percezione delle cose nascoste? Quando sarò
innalzato al silenzio vicino a ciò che non rendono presente voce e
parola? Verso il silenzio tende infatti l'anima quando si sia spogliata
di quanto è visibile e si sia mossa nelle cose nascoste e abbia meritato
le rivelazioni, quelle su cui non è possibile alla natura dei suoi sensi
produrre una parola di voce».
La comunicazione teologica dovrebbe un poco tornare a riscoprire questa
sua anima silenziosa, evocando l’impotenza, la fatica del cercare, la
fragilità delle convinzioni, la necessità di fare insieme, collaborando
anche con altri spazi conoscitivi. A volte diamo l’impressione di averlo
dimenticato, si scrivono teologie solari, dimenticando che il Verbo
splende tra le tenebre (Gv 1,5). Il compimento della parola cristologica,
centro e vertice della rivelazione, non elimina la penombra, Gesù stesso
ha vissuto il silenzio del Padre scendendo nell’abisso della croce. «È
per questo – scrive Bruno Forte – che l’accoglienza della Parola è
dinamismo, che deve continuamente trascendersi: se essa è ascolto del
silenzio, da cui la Parola procede, in cui riposa e a cui rinvia,
l'insondabile profondità di questo divino silenzio motiva l’inesauribile
ricerca che attraverso il Verbo tende ad andare al di là del Verbo».
Compito del teologo non è quello di aumentare a dismisura il numero
della affermazioni e delle conoscenze, ma saper negare, facendosi quasi
garante e custode dell'insufficienza di ogni ragionamento, di ogni
esperienza, di ogni percezione. Egli diventa il guardiano del
linguaggio, ridimensionando col silenzio tutti coloro che vogliono
costruire una nuova torre dalla quale vantarsi di aver raggiunto
l'indicibile. Di ciò si deve tenere conto anche nello sviluppo del
dogma, nella consapevolezza che ogni suo progresso implica anche
perdita. Ne è convinto Paul Evdokimov che scrive nel libro L’ortodossia:
«Ogni affermazione umana è di per se stessa una negazione, perché non va
mai fino in fondo, resta al di qua del pleroma; la sua fondamentale
insufficienza la nega: «L’uomo non può vedermi e vivere» (Es 33,20)
significa per san Gregorio Nisseno il pericolo mortale di limitare Dio
con definizioni umane».
Il non sapere viene anche imposto dalla tensione del tempo, tanto da
poter affermare che è proprio la perdita della teologia del silenzio che
ha fatto smarrire la spinta escatologica. Per la Scrittura, solo
nell’eternità si vedrà Dio «così come egli è» (1Gv 3,2). Poiché il
mistero attende il compimento, la conoscenza di Dio non è solo epifanica,
in virtù di una rivelazione passata, ma è protesa in avanti, è promessa
di un ad-ventus nel futurum. Dio resta, dunque, colui che viene, il
sempre cercato e il mai posseduto.
Un’altra conseguenza sarà quella di compiere un’opera di purificazione
delle immagini divine. Non comprenderlo genera l’idolo, l’intolleranza,
il fanatismo, le visione totalitarie, ma porta anche ad evitare la
staticità, a moderare le visioni messianiche e gli ottimismi degli
idealisti della storia. Una fede senza forze contrarie è più prossima
all’illusione che alla verità. Non si tratta di distinguere immagini
buone e immagini cattive, vera e falsa rappresentazione, ma dire che Dio
è al di là di ogni immagine e che tutte le affermazioni su di lui
possono essere deformanti e sono criticabili. Chiunque si lega in
maniera unilaterale a un nome, una definizione, per quanto possano
apparirgli buone e meritevoli, rischia di diventare o è un idolatra,
perché si piega dinanzi a un Dio che si è creato da solo, nella
profondità dei suoi pensieri e con l’arte delle sue parole. Le immagini
sono importanti per superare l’astrazione, la rivelazione ci aiuta a
fare discernimento (molto si dovrebbe dire sull’immagine dell’amore) ma
si deve restare consapevoli che si tratta solo di strumenti. Chiedersi
sempre: forse Dio non è come lo si pensa.
«Cerchiamolo per trovarlo – scrive sant’Agostino –, cerchiamolo dopo
averlo trovato. Che lo si cerchi per trovarlo, significa che è nascosto,
che lo si cerchi dopo che lo si è trovato significa che è infinito [...]
egli sazia chi lo cerca nella misura in cui lo comprende, e rende più
capace chi lo trova perché cerchi ancora di essere ricolmato quando
abbia incominciato a comprendere di più».
Rivolto al popolo Mosè disse: «Fa’ silenzio e ascolta, Israele!» (Dt
27,9).
Fonte: Giovanni Tangorra in www.dehoniane.it
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