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Vera solidarietà come alternativa
all’abbandono terapeutico e all’eutanasia
La questione
dell’eutanasia
Alcuni recenti fatti di cronaca in Italia hanno rianimato il dibattito,
mai del tutto sopito, intorno al tema dell’eutanasia. Ancora una volta,
la drammaticità dell’esperienza umana vissuta da chi chiede per sé la
“dolce morte” a causa delle proprie condizioni di salute, unitamente
alla forte pressione mediatica promossa da chi appoggia tali appelli,
sia sul piano ideologico che su quello politico-sociale, vanno ad
impattare con i sentimenti e le emozioni delle gente comune, suscitando
spesso apprezzabili atteggiamenti di solidarietà e di compassione verso
chi soffre irrimediabilmente.
Sull’onda di tali emozioni e relative pressioni, secondo una strategia
ormai nota, i fautori dell’eutanasia intendono creare una situazione
favorevole all’anticipazione volontaria della morte, inflitta per
presunta pietà. Forse anche per questo, per una sorta di captatio
benevolentiae, alcuni tra quelli che sostengono la liceità
dell’eutanasia, soprattutto nel caso di malati gravi o terminali,
preferiscono definirla come un “atto di profonda compassione”, di
“autentica carità” e di “vera giustizia” nei confronti di chi soffre
terribilmente e senza vie d’uscita; sempre in quest’ottica, legalizzare
o magari solo depenalizzare tali pratiche rappresenterebbe perciò
un’altra fondamentale “conquista di civiltà” cui le nostre società
moderne non possono e non devono sottrarsi, mentre anelano alla
realizzazione della piena libertà individuale per tutti i cittadini.
Nel tempo, sono state elaborate differenti giustificazioni teoriche per
questa proposta di morte, ma soprattutto due sono le idee centrali di
riferimento: il cosiddetto principio di autodeterminazione e la
convinzione della assoluta negatività o inutilità della sofferenza
umana. Due suggestioni, ci sembra, particolarmente consone al mondo
secolarizzato e individualista, spesso sedotto dall’edonismo.
Va evidenziato come il principio di autodeterminazione (o di autonomia,
che dir si voglia), se trasferito dal piano delle azioni (ogni atto
umano consapevole è autodeterminato) a quello dell’esistenza tout court,
si dimostri privo di fondamento: nessuno di noi ha autodeterminato il
suo venire all’esistenza, l’essere in vita lo abbiamo ricevuto come un
dono. Siamo “contingenti” e debitori del dono della vita, amministratori
di essa e non padroni assoluti autorizzati ad ogni dispotismo. Pensare
diversamente è errore e presumere di impossessarci di ciò che in realtà
non possediamo equivale semplicemente a farsi del male.
L’altra idea che si intende far valere è l’affermazione della assoluta
assenza di significato e di valore della sofferenza umana; ad essa, in
talune situazioni ritenute senza via d’uscita, sarebbe lecito e persino
doveroso opporsi, anche con una volontaria morte liberatoria.
Non v’è dubbio che ci siano situazioni in cui la persona, attanagliata
dal dolore e, talvolta, lasciata nella più profonda solitudine, non
riesce a vedere il senso e il valore della propria condizione
sofferente. Ma di fronte a questo, è preciso dovere della società,
nella prospettiva dell’amore fraterno e della vera solidarietà,
percepire e professare che la vita di un soggetto infermo e sofferente è
ancora preziosa per tutti; chi patisce può dare agli altri quello che
nessuno altro può dare, come tanti in condizioni di grave malattia hanno
dimostrato e dimostrano ogni giorno. Proporre l’eutanasia come soluzione
al dolore e alla sofferenza, significa plasmare una società dove non c’è
più spazio per la solidarietà e la condivisione.
Di fronte a queste tendenze, dunque, non possiamo che ribadire la totale
illiceità dell’eutanasia “in quanto uccisione deliberata moralmente
inaccettabile di una persona umana”. (1) Essa costituisce un gravissimo
disordine morale, una diretta violazione della dignità inalienabile
della persona. Il valore della vita umana, infatti, di ogni singola vita
umana creata ad immagine e somiglianza di Dio è immutabile, anche quando
la persona si trovasse a vivere in condizioni di salute fortemente
degradate, ingravescenti e senza possibilità di recupero. Non esistono
perciò contingenze in cui la vita umana individuale
diviene priva di valore, senza più dignità e quindi disponibile ad
essere terminata in anticipo. Né hanno rilevanza etica eventuali
distinzioni descrittive dell’eutanasia in base alle modalità di
attuazione (eutanasia attiva o eutanasia omissiva), dal momento che si
tratta sempre della libera decisione di agire direttamente per procurare
la morte di qualcuno.
In realtà, l’uomo deve sempre ricordare di non essere il padrone
assoluto della propria vita (né della propria morte), poiché questa gli
è stata donata da Dio come un bene preziosissimo ed indisponibile, un
bene da riconoscere, amare, gestire e far fruttificare. Piuttosto, va
affrontata seriamente la sfida umana e sociale di promuovere e
realizzare, mediante molteplici iniziative, un’autentica e sostanziale
solidarietà nei confronti di chi soffre e, nella disperazione crescente,
invoca per sé la morte. Lo ricordava già Giovanni Paolo II, nella sua
Enciclica sulla vita: “La domanda che sgorga dal cuore dell’uomo nel
confronto supremo con la sofferenza e la morte, specialmente quando è
tentato di ripiegarsi nella disperazione e quasi di annientarsi in essa,
è soprattutto domanda di compagnia, di solidarietà e di sostegno nella
prova. È richiesta di aiuto per continuare a sperare, quando tutte le
speranze umane vengono meno”.(2)
Perciò si fa sempre più urgente, oggi, concentrare l’attenzione sociale
sulla necessità di dare risposte concrete che siano di sollievo ai
pazienti in grande sofferenza: rivedere la qualità dell’assistenza
sanitaria, dare impulso e sostegno alle cure palliative, promuovere
l’assistenza domiciliare, finanziare l’allestimento di strutture per
malati con patologie neurologiche degenerative (es. Alzheimer, SLA,
ecc.) o non autosufficienti. Tutto ciò è prioritario, è certamente umano
ed è alternativo alla via della “morte inflitta”, della soppressione
legalizzata.
La proposta del
testamento biologico
Proprio nell’ambito di questa prospettiva di vero aiuto e fattiva azione
per evitare il sorgere stesso del problema dell’eutanasia, trova spazio
ed interesse la riflessione sul cosiddetto “testamento biologico”
(indicato anche con l’espressione “direttive anticipate di
trattamento”).
Come molti sanno, il testamento biologico dovrebbe rappresentare una
possibilità (non obbligatoria) per ciascun cittadino, in età legale ed
in condizioni di intendere e di volere, di redigere una dichiarazione
scritta e firmata, che ha come finalità quella di dare indicazioni al
medico e al personale sanitario sui trattamenti che si intendono
ricevere o rifiutare in caso di malattia grave o terminale, in
previsione di un’eventuale perdita della capacità di intendere e di
volere. È anche possibile che nel testamento biologico si indichi la
nomina di un legittimo rappresentante del paziente, che possa garantire
l’osservanza delle sue volontà, dando anche eventualmente disposizioni
circa l’assistenza religiosa e, dopo la morte, la donazione degli organi
e/o l’utilizzazione del cadavere a scopo di ricerca, la sepoltura.
Non v’è dubbio che l’elaborazione di un tale strumento di comunicazione,
nel contesto della prassi medica moderna, possa presentare evidenti
aspetti positivi, insieme ad alcuni rischi interpretativi da evitare con
cura e determinazione.
Un primo aspetto positivo consiste nel prolungare in qualche modo
l’alleanza terapeutica (relazione medico-paziente), essendo il paziente
responsabile nel prendersi cura della propria vita. Ovviamente questa
forma di giusta considerazione del paziente non deve essere scambiata o
interpretata con l’erroneo concetto di autodeterminazione
sopramenzionato.
Un altro prevedibile aspetto positivo, legato all’uso del testamento
biologico, è la possibilità per il paziente di sottrarsi a possibili
interventi medici, che si configurino come “accanimento terapeutico”,
quegli interventi cioè che non hanno (o non hanno più) efficacia clinica
e/o siano gravemente sproporzionati rispetto al risultato.
In questo senso va ricordato come, dal punto di vista etico, di fronte
al dovere di sostenere la propria vita e curare la propria salute sia
obbligatorio l’impiego di mezzi proporzionati (tecnicamente adeguati al
raggiungimento di un determinato obiettivo di salute) e ordinari (non
presentano elementi significativi di straordinarietà per il paziente,
tenuto conto anche del suo stesso prudente giudizio). Dato che il
concetto di proporzionalità si riferisce ai mezzi ed agli interventi e
la distinzione ordinario/straordinario alla sopportabilità da parte del
paziente, è importante ribadire, ovviamente, il rifiuto del-
l’eutanasia e dell’accanimento terapeutico (di per sé sproporzionato),
mentre un intervento che si presenti come straordinario o con grave
rischio di peggiorare la situazione è lecito soltanto con il consenso
del paziente.
Un terzo effetto positivo del testamento biologico rettamente inteso,
paradossalmente, sarebbe anche la possibilità per il paziente di
“garantirsi”, manifestandolo nelle proprie volontà, il perdurare
dell’applicazione su se stesso di cure o terapie che mostrino efficacia
specifica, anche quando si trattasse di interventi sperimentali o
particolarmente
gravosi o suscettibili di grave rischio.
Nello stesso tempo, è ben necessario preservare l’impostazione di un
testamento biologico da alcune “storture” che lo renderebbero del tutto
inaccettabile, per lo meno dal punto di vista morale. Innanzitutto va
verificata l’assenza formale e sostanziale di indicazioni che possano
introdurre, magari surrettiziamente, forme palesi o occulte di
eutanasia; valgano per questa evenienza le considerazioni negative già
fatte sul tema.
Inoltre, bisogna guardarsi dal pretendere di interpretare le espresse
volontà del paziente come un “obbligo costrittivo” per l’agire del
medico, soprattutto quando tali volontà fossero in contrasto sostanziale
con la sua deontologia professionale e, soprattutto, con
la sua coscienza che sempre va rispettata e tutelata, al pari di quella
del paziente. Ciò vuol dire che mai il medico può ridursi ad essere un
mero esecutore degli “ordini” del paziente e viceversa; nessun medico
può esser costretto ad agire contra scientiam et conscientiam,
come nessun paziente può essere costretto a sottoporsi ad interventi che
contrastano con la sua coscienza e la sua scala di valori. In caso di
conflitto insanabile tra la coscienza del paziente e quella del medico,
la giusta soluzione è la cessazione di quell’alleanza terapeutica che si
era inizialmente instaurata, e la dimissione dall’ospedale.
Certamente, un eventuale impegno a tradurre in disposizioni legislative
questo tipo di strumento richiederà cura ed attenzione a tener conto di
quanto sopra accennato.
Un altro punto importante è quello delle “cure normali”, che non sono da
intendere come terapie, e consistono nell’alimentazione, l’idratazione,
l’igiene del corpo, l’aiuto alla respirazione: tali cure vanno sempre
offerte comprese l’alimentazione e l’idratazione artificiali in pazienti
che non possono deglutire, ivi compresi i casi di stato vegetativo.
Il cibo e l’alimentazione servono anche a lenire le sofferenze,
s’intende finché l’organismo è in grado di ricevere tale conforto.
In definitiva, il modello di disposizioni anticipate (testamento di
vita) che andrebbe assolutamente rifiutato, sarebbe quello che
pretendesse di autorizzare l’anticipazione della morte o con un
intervento attivo o con il suicidio assistito o con l’omissione di
terapie efficaci idonee a sostenere la vita o migliorarne la qualità nel
malato terminale e nel morente.
Una tale proposta è spesso il frutto del presunto ideologico principio
del diritto di autodeterminarsi circa la vita e la morte.
Ciò precisato, vorremmo auspicare che in una società sempre più
sensibile, almeno nelle dichiarazioni d’intenti, alla pace e alle
esigenze della solidarietà umana - per la cui realizzazione non manca il
significativo impegno della comunità cristiana - si possa giungere a
realizzare un “patto” di solidarietà con gli infermi gravi, gli anziani,
i non autosufficienti, nell’impegno fattivo di non far mancare loro le
migliori risorse (terapie proporzionate, cure palliative, assistenza
domiciliare, strutture accoglienti, personale formato in numero
sufficiente) per affrontare e alleviare il loro peso esistenziale.
Ciò, probabilmente, finirebbe per rendere del tutto inutile la domanda
di eutanasia e garantirebbe alla società un percorso di autentica e
solidale umanizzazione di fronte al mistero della sofferenza personale.
Angelo Fiori
Elio Sgreccia
1 GIOVANNI PAOLO II,
Lettera Enciclica “Evangelium Vitae” (25.3.1995), n. 65.
2 GIOVANNI PAOLO II, Evangelium Vitae, n. 67.
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