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Religiosa
nell’intimo, senza vestire un abito. Medico e madre. Dolcissima e forte.
Per chi ha vissuto con lei, queste contraddizioni, solo apparenti, si
scioglievano in una quotidianità intessuta di gioia.
E di
passione, come emerge dalla sua prima biografia, pubblicata ad un anno
dalla sua uccisione presso il suo ospedale per i malati di tubercolosi a
Borama in Somaliland.
Annalena
infatti è morta il 5 ottobre, il giorno prima di vedere completata la
nuova ala dell’ospedale che lei aveva fatto costruire per uno di quei
miracoli della buona volontà che sembra possano accadere solo grazie
all’impegno di qualcuno che crede fino in fondo in quello che fa.
Lei che aveva
inventato un particolare metodo di cura delle TBC, malattia endemica tra
la popolazione somala, aveva dato vita, grazie agli aiuti che le
venivano in gran parte dal Comitato contro la fame nel mondo di Forlì, a
una piccola ma efficace struttura da 200 posti letto a cui facevano capo
oltre 1000 malati. Ancora oggi l’ospedale continua a funzionare anche
senza di lei. Proprio come desiderava questa grande donna che iniziava
il suo testamento con queste parole: 'Non parlate di me, non avrebbe
senso', e che non si stancava di ripetere di se stessa 'Io sono nessuno'.
Non è stato
facile per gli autori del libro ricostruire la sua complessa e
avventurosa vita. Fuggiva le occasioni ufficiali, rifiutava tutte le
interviste; prima di accettare il prestigioso Premio Nansen dell’UNHCR,
c’era voluta tutta la pazienza degli amici per convincerla ad andare a
Ginevra…
Eppure in
questa biografia, sembra che sia Annalena stessa a parlare di sé. Sono
infatti raccolte in fondo alla biografia molte lettere inedite e una
lunga dichiarazione da lei rilasciata nel 2002, in Vaticano, durante una
delle rarissime occasioni pubbliche a cui aveva accettato di partecipare
in occasione della Giornata internazionale per il volontariato. 'Volevo
seguire Gesù e scelsi di essere per i poveri. Da allora vivo al servizio
dei poveri. Per Lui feci una scelta radicale, anche se povera come un
vero povero io non potrò mai esserlo. Vivo il mio servizio senza un
nome, senza la sicurezza di un ordine, senza appartenere a nessuna
organizzazione, senza uno stipendio, senza versamenti di contributi per
quando sarò vecchia'.
'Quella
dell’‘Ut unum sint’ è stata ed è l’agonia d’amore di tutta la mia vita,
lo struggimento del mio essere. È una vita che combatto per essere buona
e veritiera, mai violenta, nei pensieri, nell’azione, nella parola. Ed è
una vita che combatto perché gli uomini siano una cosa sola.
Dobbiamo
imparare a perdonare. Oh, com’è difficile il perdono. I miei musulmani
fanno tanta fatica ad apprezzarlo, a volerlo nella loro vita… eppure la
vita ha un senso solo se si ama.
Nulla ha
senso fuori dell’amore. La mia vita ha conosciuto tanti e tanti
pericoli, ho rischiato la morte tante volte. E ne sono uscita con la
convinzione incrollabile che ciò che conta è solo amare. Ed è allora che
la vita diventa degna di essere vissuta. Perdo la testa per i brandelli
di umanità ferita: più sono feriti, maltrattati, disprezzati, senza
voce, di nessun conto agli occhi del mondo, più io li amo. E questo
amore è tenerezza, comprensione, tolleranza, assenza di paura, audacia'.
Si scherniva
di non avere meriti speciali, di fare solo quello che la sua natura di
donna giusta e appassionata le dettava. Però, spiegava che nei poveri
non poteva fare a meno di vedere 'Gesù l’Agnello di Dio che patisce
nella sua carne i peccati del mondo'.
E poi
ringraziava Dio per il dono più grande che aveva ricevuto nella sua
vita: 'I miei nomadi del deserto. Musulmani, loro mi hanno insegnato la
fede, l’abbandono incondizionato, la resa a Dio, una resa che non ha
nulla di fatalistico ma è rocciosa e arroccata in Dio. I miei nomadi mi
hanno insegnato a fare tutto in nome di Dio'.
Sconvolge che
al termine di questo suo lungo cammino d’amore, Annalena sia stata
uccisa con un colpo d’arma da fuoco sparato a distanza ravvicinata, dopo
avere terminato la visita serale ai suoi degenti.
Aveva 60
anni, più di metà dei quali dedicati a servire i somali più poveri, i
relitti di una società tanto particolare e dilaniata dalla guerra
civile. Ma lei, missionaria laica, forlivese di nascita, somala per
scelta, questo servizio l’aveva scelto per amore, e la preghiera la
riconfermava ogni giorno in questa dimensione.
La chiamavano
infatti la 'Madre Teresa della Somalia' per la sua vita spesa ogni
giorno al servizio degli ultimi, dei malati, dei poveri, nelle pieghe di
un nascondimento da cui nemmeno il conferimento di importanti
riconoscimenti era riuscita a tirarla fuori. La sua morte, come spesso
avviene per i missionari che scelgono il silenzio della carità, ce l’ha
svelata in tutta la sua dolcezza, in tutto il suo coraggio.
Annalena era
preparata a morire, da molti anni. Qualche mese prima aveva scritto agli
amici: 'Vorrei che ciascuno di quelli che amo imparasse a vedere la
morte con molta più semplicità. Morire è come vivere. Camminare consiste
tanto nell’alzare il piede che nel posarlo. La mia morte, la mia
malattia, il mio dolore non sono assolutamente diversi dalla morte,
dalla malattia, dal dolore di uno di questi adulti e dei bambini che
muoiono sotto i nostri occhi ogni giorno, sul gradino di casa nostra.
La mia vita è
per loro, per questi piccoli ammalati, per i feriti, per chi ha
mutilazioni nel corpo e nello spirito, per gli oppressi, per gli
sventurati senza averlo meritato. Potessi io vivere e morire d’amore. Mi
sarà dato?'. La preghiera di Annalena è stata ascoltata.
La sua
biografia rivela il profilo di una donna straordinaria. Dormiva solo
quattro ore per notte, il suo ritmo di lavoro era senza soste. Mangiava
fagioli e riso a pranzo. Tornava raramente in Italia a trovare la
famiglia, non ne aveva il tempo. Di suo non aveva che due tuniche, uno
scialle, un paio di sandali regalati da qualcuno che l’aveva vista
andare in giro scalza.
Era una
piccola donna tutta pelle e ossa ma piena di energia, infaticabile. La
sua giornata in ospedale cominciava alle 7,30 con la riunione con i
medici con cui aveva ideato e attuava un progetto sanitario innovativo,
il DOTS (Directly Observed Therapy), ovvero l’attenta osservazione dei
malati di tubercolosi provenienti da tribù di nomadi o seminomadi.
Poi si
fermava con gli ammalati, accanto ai letti per parlare con ognuno. Una
carezza speciale era sempre per i bambini che si specchiavano nei suoi
grandi, disarmanti occhi azzurri cerchiati di occhiaie, arrossati dalla
stanchezza di giornate interminabili di lavoro, fino a notte inoltrata.
Eppure
Annalena era felice. Diceva: 'Nella mia vita non c’è rinuncia, non c’è
sacrificio. Rido di chi la pensa così. La mia è pura felicità. Chi altro
al mondo ha una vita così bella?'.
Oltre
all’ospedale seguiva scuole di alfabetizzazione per bambini e adulti
tubercolotici, corsi di istruzione sanitaria, una scuola per piccoli
sordomuti e handicappati. Si batteva contro le pratiche di mutilazioni
genitali femminili, e questo impegno in favore della donna le aveva
attirato addosso minacce e persecuzioni. Forse perfino il colpo di
pistola che l’ha uccisa.
Annalena era
arrivata in Africa nel 1970 dopo avere conseguito una laurea in
giurisprudenza. Si ritrova nel nord est del Kenya, presso la missione di
Wajir tra tribù nomadi, rigidamente musulmane ad insegnare ai bambini e
curare i malati.
Si trova per
la prima volta di fronte alle vittime della tubercolosi, allontanate
dalle famiglie, abbandonate da tutti per la paura del contagio,
condannate ad una fine lenta. 'In quel momento mi sono innamorata di
loro…' racconta Annalena, sempre sproporzionata nella sua grande
capacità di amore. Li accoglie, li veste, regala loro piccole cose e la
felicità di essere curati. Apre una piccola struttura di cura fatta di
capanne: prima 40, poi 100, 200… Qui inizia a sperimentare un nuovo
metodo di cura contro la TBC, poi adottato dall’Oms con la sigla Dots e
ancora oggi applicato in tutto il mondo.
Viene espulsa
dopo 17 anni di volontariato per avere denunciato l’eccidio dell’etnia
dei Degodia, in cui in governo keniota era coinvolto: rientra in Italia
in tempo per assistere suo padre malato sino alla fine.
Ma nella sua
città natale, Forlì, sente che l’Africa le manca, la chiama. L’anno dopo
riparte per la Somalia. La gente è la stessa, anche la lingua e la
religione, ma c’è la guerra civile dopo la cacciata del dittatore Siad
Barre. Si stabilisce a Mogadiscio dove dà da mangiare agli sfollati,
viene derubata, rapinata e sequestrata, la sua casa è bersaglio di
raffiche di mitra. Mentre imperversano i combattimenti lei recupera i
cadaveri dalle strade per seppellirli, cura i malati, nasconde i
rifugiati.
Poi si
trasferisce a Merca, sull’Oceano Indiano, dove fa riattivare il porto in
disuso da 25 anni per permettere l’arrivo di aiuti umanitari.
Lavora come
medico presso l’Ospedale della Caritas che ospita 500 malati: spende un
milione di vecchie lire al giorno (una bella cifra per la fine degli
anni ’80) che le arrivano da benefattori di tutto il mondo dopo che
qualche coraggioso giornalista è riuscito a arrivare sino a lei…
Malgrado il
fisico minuto ha una grande forza fisica e una buona dose di coraggio
che le permette di non piegarsi di fronte ai ricatti e alle prepotenze
dei ras locali che cercano di impadronirsi degli aiuti scaricati dalle
navi.
Lascia Merca
nel 1995, a causa della situazione insostenibile creatasi in seguito ai
sanguinosi conflitti tra clan rivali. Il medico italiano che la
sostituisce nel servizio all’ospedale della Caritas è Graziella
Fumagalli, uccisa solo pochi mesi dopo il suo arrivo.
L’ultima
tappa del viaggio africano di Annalena è Borama, una cittadina vicina
alla frontiera con l’Etiopia, nel Somaliland. Un centro di 100.000
persone, fatto di baracche di legno affacciate su strade polverose.
Recupera una
vecchia struttura e con i fondi dell’Organizzazione Mondiale della
Sanità la trasforma in ospedale, che riesce a far funzionare grazie agli
aiuti che riceve dall’Italia, in particolare dal 'Comitato contro la
lotta alla fame nel mondo' e dalla diocesi di Forlì.
Grazie alla
rete di solidarietà attivata da 'doctor Tonelli', i primi 30 malati
diventano rapidamente 300, riescono finalmente ad avere un letto vero,
medicinali e terapie sistematiche e continue come è necessario per
combattere malattie come la tubercolosi e l’AIDS.
Quando nel
giugno del 2002 le viene comunicata l’assegnazione del premio Nansen da
parte dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite, Annalena rimane
stupita, perché di questo premio, confessa candidamente agli amici, non
ne conosce nemmeno l’esistenza. Con il premio Nansen, si legge nella
motivazione, le viene riconosciuto a livello internazionale 'l’impegno
eccezionale per migliorare la sorte di coloro che in Somalia non hanno
alcuna protezione. Attraverso di voi, l’UNHCR vuole ricordare che i
rifugiati… hanno diritto ad essere trattati con dignità, di essere
nutriti, ospitati, curati. Grazie alla vostra opera, ricordate al mondo
che i diritti hanno un’anima e che è nel quotidiano, concretamente, che
i diritti dell’uomo devono essere rispettati e fatti vivere…'.
Annalena è la
dimostrazione vivente, ormai agli occhi di tanti, delle trasformazioni e
dei cambiamenti che un solo individuo, anche sprovvisto di mezzi
particolari, può costruire per migliorare la vita degli altri.
Miela Fagiolo D’Attilia
Roberto Italo Zanini
'IO SONO NESSUNO'
Vita e morte di Annalena Tonelli
San Paolo 2004 – pp. 224 – Euro 14
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