|
Il 24 marzo 1980, durante la
celebrazione della Messa veniva assassinato a San Salvador mons. Oscar
Arnulfo Romero, il salvadoregno più celebre nella storia del piccolo
Paese centroamericano. La sua figura è tuttora di grande attualità e
continua ad essere oggetto di profonda venerazione ma anche di acerbe
critiche. Un personaggio di cui molti hanno tentato di «impossessarsi» e
del quale è ancora difficile discutere in modo sereno. Giovanni Paolo II
lo ha catalogato tra i «nuovi martiri» del Novecento, facendone una
commossa evocazione al Colosseo il 7 maggio 2000, durante una
celebrazione a metà dell’anno giubilare: «Ricordati, Padre dei poveri e
degli emarginati, di quanti hanno testimoniato la vita: pastori zelanti,
come l’indimenticabile arcivescovo Oscar Romero, ucciso all’altare
durante la celebrazione del sacrificio eucaristico». Sul frontone
dell’abbazia anglicana di Westminster, a Londra, figura tra le dieci
statue di «nuovi martiri» del Novecento.
La pubblicazione di alcuni volumi
particolarmente documentati e accuratamente elaborati(1), che si
aggiungono a una bibliografia ormai imponente, ci consente in questo
venticinquesimo della sua morte di tracciarne un breve profilo, che ci
auguriamo possa contribuire a far meglio conoscere il significato della
sua vita. A Roma è in corso la sua causa di beatificazione, ed egli è
certamente oggetto di venerazione popolare, sia nel Salvador, sia
altrove. L’Assemblea legislativa del Salvador, il 23 marzo 2000, nel 20°
anniversario della sua morte, approvò un Pronunciamento público
esprimendo «riconoscimento per mons. Romero, come Pastore, che lottò per
la giustizia, la libertà, la democrazia e la pace»(2). L’attuale
presidente del Salvador, Elías Antonio Saca, dopo un’udienza con
Benedetto XVI ha dichiarato che il Papa, durante il colloquio, avrebbe
affermato che mons. Romero «fu un uomo di pace e di dialogo e crede che
la causa [di beatificazione] debba continuare il suo cammino», impedendo
però l’utilizzazione politica che si è fatta dell’arcivescovo negli
ultimi anni(3).
El Salvador, un Paese nella bufera
La patria di mons. Romero, la
repubblica di El Salvador(4), era poco nota fuori dell’America Centrale
sino agli anni Settanta e presentava aspetti molto simili a quelli di
altri Paesi latinoamericani. Il Governo militare, al potere dal 1932,
agiva soprattutto come mezzo di contenimento delle masse popolari,
oggetto di gravi ingiustizie sociali da parte dell’élite, molto dinamica
economicamente, tanto da realizzare una buona modernizzazione del Paese,
grazie anche alla laboriosità dei suoi abitanti, ma assai lontana da una
concezione democratica dello Stato, che considerava un proprio possesso.
L’intraprendenza economica non venne accompagnata da larghezza di
vedute. Il periodo di prosperità relativa attraversato dal Paese tra il
1960 e il 1980 rese paradossalmente meno tollerabili le ingiustizie e
acuì lo scontro sociale. Il 20% più ricco disponeva del 66% del Prodotto
Interno Lordo, il 20% più povero del 2%, e la proprietà terriera era ed
è estremamente concentrata.
Era l’epoca della guerra fredda, e gli
Stati Uniti consideravano El Salvador un Paese a rischio, attribuendogli
un’importanza forse sproporzionata all’entità del territorio. Ma, mentre
l’amministrazione Carter vedeva l’origine dei conflitti nelle
ingiustizie interne, il successore Reagan vedeva il piccolo Paese come
oggetto di un conflitto diretto tra Unione Sovietica e Stati Uniti per
estendere la propria influenza. Brzezinski dichiarava: «Non si può
esigere il diritto di costituire sindacati a Danzica e negare al tempo
stesso il diritto alla terra del contadino salvadoregno». Ma la
necessità di riforme politiche e sociali si scontrava duramente con le
resistenze dell’oligarchia, refrattaria a ogni riforma e pronta a
violare la legalità quando vedeva in pericolo i propri privilegi.
Sorsero così forze di opposizione armata, contagiate dall’esempio di
Cuba e del vicino Nicaragua, dove i sandinisti avevano cacciato il
dittatore Somoza. Anch’esse ricorsero a sequestri, uccisioni, attentati,
senza in realtà essere mai in grado di prendere effettivamente il
potere. Non mancarono motivazioni di tipo religioso, ispirate alle forme
estreme della teologia della liberazione.
Il Paese, a differenza di altri,
disponeva però di una voce libera e autorevole, quella di mons. Romero,
che mancò ad altri Paesi vicini; così egli finì per diventare un
protagonista, ricercato dai giornalisti di tutto il mondo e proposto per
il premio Nobel, assegnato poi quell’anno (1979) a Madre Teresa di
Calcutta. Con il suo assassinio si spense una delle poche voci che
esortassero alla moderazione e a ricercare le soluzioni non per via
violenta. La sua morte ebbe una enorme carica simbolica e agì come una
rottura degli argini, facendo confluire nelle file dell’opposizione
armata molti cattolici. Romero in realtà si era sempre opposto a una
rivolta armata, condannando la violenza da qualunque parte provenisse.
Ma il suo messaggio fu ripreso dalla sinistra soltanto parzialmente:
essa ne fece propria solamente la denuncia delle ingiustizie. Egli
diventò così suo malgrado un martire della rivoluzione. Alla sua morte
seguì una vera e propria guerra civile, durata sino al 1992, con circa
80.000 vittime. Quest’ultima si sarebbe potuta evitare se la classe
dirigente avesse rispettato la legalità, ceduto una parte del potere,
instaurando un’autentica democrazia. La situazione socio-economica del
Paese non è del resto cambiata sostanzialmente neppure oggi.
La presenza dei cattolici
nell’opposizione era anteriore a mons. Romero. Già il suo predecessore a
San Salvador, l’arcivescovo Chávez y González, ispirandosi al Concilio
Vaticano II, aveva favorito il formarsi di un movimento sociale
cattolico organizzato. I sindacati cristiani (in particolare nel mondo
contadino dove si concentravano gli interessi dell’oligarchia), la UCA (Universidad
Centroamericana) dei gesuiti, le comunità di base avevano avviato un
processo di «coscientizzazione» e di cambiamento, anche se non tutti
pensavano alla rivoluzione. La classe dirigente avvertì con profondo
disagio questo «tradimento» della Chiesa e di una parte del clero. Mons.
Cassidy, allora in servizio alla nunziatura a San Salvador, si sentì
dire da una signora, appartenente a una delle 14 famiglie potenti:
«Monsignore, si ricordi che siamo noi che abbiamo costruito la Chiesa
qui in El Salvador, senza di noi non ci sarà più Chiesa»(5). Venne
favorito il diffondersi delle sètte protestanti di derivazione
pentecostale, giudicate più affidabili della Chiesa cattolica. Nel 2000
circa un quarto della popolazione, prima interamente cattolica, era
diventato protestante. Se ai cattolici interessava combattere contro le
ingiustizie, a quel tipo di protestanti interessava combattere contro il
comunismo, e chi voleva profonde riforme sociali era, ai loro occhi, un
comunista.
Iniziarono così le uccisioni di preti:
sei nei tre anni dell’episcopato di mons. Romero a San Salvador con una
progressione di violenza sino alla strage della UCA del 1989 (sei
gesuiti uccisi insieme alla loro cuoca e a sua figlia). Uno slogan della
destra estrema, scritto anche sui muri, diceva Haga patria, mate a un
cura («sii patriottico, uccidi un prete»). Nel mondo cattolico più
impegnato, viceversa, benché si affermasse di non avere un’ideologia
propria, si premeva spesso per un impegno politico per la «liberazione»
in partiti e guerriglie di sinistra, non avendo più fiducia in soluzioni
terze, come quelle proposte dalla Democrazia Cristiana. Il termine
liberazione era di ispirazione biblica (l’esodo del popolo ebreo dalla
schiavitù dell’Egitto), ma molti di quanti vi si ispiravano più che alla
dottrina sociale della Chiesa pensavano a un messianismo a cui non era
estraneo in quell’epoca il successo del marxismo. Chi, come mons. Romero,
cercava invece di mantenere il difficile equilibrio tra il messaggio
evangelico e l’impegno politico-sociale senza far coincidere il primo
con il secondo, veniva definito reazionario.
Mons. Romero: gli anni di
preparazione
In questo agitato contesto
storico mons. Romero svolse il suo ministero con un impegno esemplare,
che lo condusse alla morte.
Nato il 15 agosto 1919 a Ciudad Barrios,
nell’Est del Paese, da una famiglia modesta, ma non povera, fu colpito
nell’infanzia da una forma di poliomielite. Da questa malattia si
riprese completamente, ma essa lasciò probabilmente tracce sul suo
temperamento introverso e timido, anche se appassionato e capace di
grande fermezza. A 13 anni entrò nel seminario di San Miguel, il
capoluogo regionale, tenuto dai padri claretiani. Giudicato un
seminarista promettente fu inviato nel 1937 a Roma, dove rimase sino al
1943, frequentando l’Università Gregoriana e abitando nel Collegio Pio
Latinoamericano, tenuto dai gesuiti. Fu ordinato sacerdote il 4 aprile
1942. Il soggiorno romano lasciò in lui un’impronta indelebile di
fedeltà al Papa e di «romanità» tesa a favorire nel clero il primato
dello spirituale e dell’ecclesiale. Rientrato in patria divenne parroco
in uno sperduto paesello, Anamorós, ma il nuovo vescovo lo chiamò
accanto a sé a San Miguel, affidandogli progressivamente una serie di
incarichi di ogni tipo: da quello di rettore del seminario minore a
quello di direttore del settimanale diocesano El Chaparristique, di
insegnante e di assistente di una decina di movimenti e associazioni.
Rimase in diocesi sino al 1967, quando
fu trasferito nella capitale, San Salvador, per diventare segretario
della Conferenza Episcopale salvadoregna. Era un sacerdote zelante e
austero, molto attivo, sino a causare gelosie e qualche risentimento,
anche tra i chierici più giovani, che accusava di lassismo. Si fece
notare per la sua oratoria e per la schiettezza del tratto, senza molte
cautele diplomatiche. Era un uomo di preghiera che diventava, se
necessario, uno straordinario predicatore. Anche come giornalista era
pugnace e combattivo, contro chi gli sembrava minacciare la verità
cristiana, come il comunismo e la massoneria. Ma in privato rimase
sempre vulnerabile, alla ricerca di consigli e soluzioni; chiedeva
perdono ed era pieno di dubbi prima di prendere una decisione, che poi
difendeva con fermezza sino alla prossima decisione da prendere, quando
i dubbi ricominciavano.
Gli vennero affidati sempre nuovi
incarichi, che ben presto si estesero anche al Secretariado Episcopal de
América Central: fu questo organismo che, volendo avere un segretario
vescovo e non trovando nessun vescovo centroamericano disponibile, fece
promuovere all’episcopato il metodico e zelante sacerdote che fungeva da
segretario. Venne consacrato il 21 giugno 1970, alla presenza del
presidente della Repubblica e di tutti i vescovi salvadoregni. Diventò
ausiliare dell’arcivescovo Chávez y González, pur mantenendo tempo
libero per gli impegni fuori diocesi. Prese significativamente come
motto episcopale l’ignaziano Sentir con la Iglesia. Nei quattro anni che
passò come ausiliare non riuscì a farsi molti amici tra i sacerdoti.
Erano tempi troppo nuovi e «sperimentali» perché il clero apprezzasse il
suo ligio attaccamento alle istituzioni, la sua severità di vita e il
considerare il Concilio come sviluppo della tradizione, anziché come un
punto di partenza. Non mancarono momenti di dissapore anche per la
gestione del seminario e di un pensionato per studenti universitari, che
giudicò troppo politicizzato. Venne giudicato reazionario. «Romero
ausiliare era politicamente conservatore e socialmente disponibile al
cambiamento»(6).
Il 15 ottobre 1974 fu nominato vescovo
di Santiago de María, una diocesi nell’Est del Salvador con mezzo
milione di abitanti. Nei due anni che vi passò manifestò un grande
dinamismo, forse un po’ caotico. Si dedicò a tutti coloro che poteva
raggiungere, in particolare ai poveri, guadagnandosi la fiducia della
gente e del clero, una ventina di preti in tutto, molti dei quali
anziani. In mezzo alle agitazioni del momento, apparivano sempre più
chiari due riferimenti a cui mons. Romero avrebbe sempre fatto ricorso:
la sua fedeltà a Roma, senza la quale non concepiva la vita di un
vescovo, e l’esortazione apostolica di Paolo VI Evangelii nuntiandi
(1975). Di questo documento, tuttora insuperato nell’indicare
l’equilibrio corretto tra la liberazione portata dal Vangelo e quella
sociale(7), egli riportava spesso le espressioni, alle volte anche senza
citarlo. Come il testo pontificio, e lo stesso Paolo VI, anche Romero
veniva giudicato reazionario dai più avanzati e rivoluzionario dai
conservatori.
Arcivescovo di San Salvador
Alla fine del 1976
l’arcivescovo di San Salvador, logorato anche dalle accuse alla Chiesa
di essere sovversiva e dal deteriorarsi dei rapporti con il Governo, al
compimento dei 75 anni presentò le dimissioni alla Santa Sede. Come
successore venne scelto mons. Romero, su cui convergevano le
informazioni degli ultimi nunzi e di molti vescovi centroamericani, come
il card. Casariego, arcivescovo di Città del Guatemala. Altri avevano
pensato a mons. Arturo Rivera Damas, che sarà invece il suo successore,
il quale era già ausiliare in diocesi dal 1960 e aveva partecipato anche
al Concilio Vaticano II. «Romero ricevette lettere di fedeli che lo
insultavano “per la sua posizione incondizionatamente a favore di ricchi
e potenti, e il disinteresse per i poveri”»(8). Mentre mons. Romero
stava ancora cercando di capire la realtà dell’arcidiocesi, il 12 marzo
1977 fu assassinato il p. Rutilio Grande, gesuita, insieme con due
contadini che lo accompagnavano al villaggio di Aguilares, la sua
parrocchia. L’assassinio era probabilmente una vendetta per la morte di
un possidente agrario, Eduardo Orellana. Mons. Romero, grande amico di
p. Rutilio, che considerava «un uomo di Dio», rimase sconvolto dal
delitto. P. Rutilio non faceva parte del gruppo dei gesuiti più
impegnati nel sociopolitico e dedicava tutta la sua azione pastorale
alle classi più umili e in particolare al mondo contadino, avendo creato
un movimento campesino che riuniva oltre 2.000 contadini. L’assassinio
influì profondamente su Romero, che al funerale tenne la sua prima
omelia da arcivescovo.
Il presidente Molina, sino allora
ritenuto da Romero un amico, gli telefonò assicurando indagini accurate,
che di fatto non approdarono a nulla, mentre osservatori indipendenti
ritenevano che p. Rutilio fosse stato ucciso con armi in dotazione alle
forze di sicurezza statali. Romero e gli altri vescovi chiesero
ripetutamente al Governo che i sacerdoti accusati di fare politica non
fossero oggetto di azioni unilaterali da parte dei corpi di sicurezza,
ma che i loro casi fossero prima discussi con le autorità
ecclesiastiche, che si sarebbero impegnate a favorire la giustizia nelle
forme legali. Chiedevano anche che cessasse la persecuzione contro i
cristiani e la campagna di diffamazione contro la Chiesa. Il Governo
promise, ma le promesse non vennero mantenute, né i responsabili della
morte di p. Rutilio furono mai assicurati alla giustizia. L’11 maggio un
altro sacerdote diocesano, Alfonso Navarro, fu assassinato nella casa
parrocchiale. Era la vendetta per l’assassinio da parte dei guerriglieri
del ministro degli Esteri, Mauricio Borgonovo Pohl, un moderato,
avvenuto il giorno prima e di cui Romero celebrò pure il funerale. Era
iniziata un’escalation di violenza destinata a non fermarsi. Le comunità
di contadini organizzate da p. Rutilio Grande vennero disperse. L’80%
dei circa 400 catechisti della zona di Aguilares furono uccisi negli
anni seguenti. Molti contadini confluirono nella guerriglia. Romero
decise, sollecitato dal suo clero, di non partecipare più alle cerimonie
civili ufficiali sino a quando il Governo non avesse fatto luce sui
delitti, ma non per questo troncò il dialogo con le autorità,
continuando a spiegare, a chiedere, a mediare e ricevendo tutti in
privato.
Si è scritto spesso che la morte di p.
Rutilio Grande e il rapporto con la povera gente della capitale
causarono una «conversione» o almeno un profondo cambiamento in mons.
Romero. Certamente è un elemento che fa parte della sua figura così come
è stata costruita da innumerevoli biografie e articoli. Senza dubbio
influì sul sorgere di questa idea il diverso rapporto con i gesuiti di
El Salvador, con i quali mons. Romero era in aspro dissidio sin dal
1972, poiché ne considerava molti eccessivamente politicizzati. Ma
l’assassinio di p. Rutilio Grande lo riavvicinò ad essi. La reazione
dell’arcivescovo alla morte dell’amico suscitò commozione ed entusiasmo
tra gli altri gesuiti. Il p. Ellacuría, uno dei sei assassinati poi nel
1989, gli scrisse: «Ho visto nella sua azione il dito di Dio. Non posso
negare che il suo comportamento ha superato tutte le mie aspettative».
Romero stesso però ha sempre negato di essersi «convertito», senza con
questo nascondere cambiamenti nella sua condotta.
Nel febbraio 1980 a un giornalista
francese dichiarò: «Io ho sempre avuto la preoccupazione dei poveri.
Tuttavia le circostanze, e soprattutto la morte del padre Grande, hanno
esercitato un’enorme influenza su di me. Questa morte ha significato non
un cambiamento sostanziale delle mie idee ma una intensificazione della
mia fedeltà ai poveri e alla difesa dei diritti della Chiesa». Quello
che probabilmente cambiò fu l’atteggiamento dinanzi al potere politico.
Egli diventò sempre più intransigente nell’esigere giustizia sia per p.
Rutilio Grande sia per tutte le violazioni dei diritti umani, le morti,
le violenze commesse in Salvador, da una parte e dall’altra. Ma non
sembra esatto trasferire questo diverso atteggiamento politico sul piano
spirituale, quasi si trattasse di un cambiamento di tal genere. Del
resto ad accusarlo di «cambiamento» fu soprattutto la destra, che con
quel termine intendeva soprattutto «tradimento».
Nei tre anni seguenti mons. Romero
dovette assistere, impotente, allo scivolare della sua patria verso la
guerra civile. In questo periodo la Chiesa e i cristiani furono
perseguitati. Molti preti di Romero subirono violenze, mentre altri tre
furono uccisi. Altri infine vennero costretti all’esilio. Il presbiterio
di San Salvador, già scarso, perse il 15% dei suoi effettivi. Parecchi
catechisti furono assassinati, poiché, per il solo fatto di organizzare
riunioni, erano ritenuti dai poteri forti «sovversivi». Possedere una
Bibbia o un Vangelo diventò pericoloso, particolarmente nelle zone di
campagna. La Guardia Nacional, la Policía de Hacienda, lo stesso
esercito ma soprattutto la Orden (un’organizzazione paramilitare simile
agli squadroni della morte) operavano esecuzioni extragiudiziali rimaste
regolarmente impunite. I desaparecidos non si contavano. A queste
violenze l’opposizione guerrigliera rispondeva con sequestri, omicidi,
distruzione di impianti e altri delitti, in base all’idea del «tanto
peggio tanto meglio», a cui si rispondeva con nuova violenza repressiva.
All’Arcivescovo giungevano richieste di aiuto di vittime, in particolare
contadini, di ambedue le forme di violenza.
Secondo mons. Romero il dramma del
Salvador aveva origine essenzialmente dalle ingiustizie sociali e si
esprimeva con una violenza disumana. Egli elencava ogni domenica dal
pulpito i lutti della settimana, comunicando i nomi delle vittime e
grazie alla radio diocesana («Radio Ysax») la sua voce veniva diffusa
nel Paese, le omelie venivano ritrasmesse più volte. Si calcola che il
73% degli abitanti delle campagne e il 47% di quelli delle città le
ascoltassero. La maggior parte delle omelie era però di contenuto
spirituale e biblico, ma naturalmente la stampa riprendeva soltanto i
brani «politici». In ogni caso mons. Romero parlava sempre contro la
violenza e nello stesso senso agiva. Parlava di perdono, non di odio. La
Comisión de la Verdad para El Salvador ha dichiarato che Romero era un
«riconosciuto critico della violenza e dell’ingiustizia e come tale lo
si percepiva»(9). Romero ripeteva spesso che soltanto la violenza su se
stessi e per riconciliare il prossimo era legittima, perché era la
violenza di Gesù sulla croce. L’unica volta in cui inviò una rettifica a
un giornale, peruviano, fu per smentire che avesse dichiarato di
ritenere inevitabile una rivoluzione popolare. Ma la sua condanna della
violenza insurrezionale era sempre connessa alla denuncia della
situazione di ingiustizia da cui tale violenza era provocata.
I fedeli erano divisi. Buona parte di
essi appoggiavano il Vescovo ma erano sconcertati dal suo essere
conservatore nei princìpi e appassionato, quasi profetico, nella parola.
La sinistra invece, che certamente ne utilizzò la figura e la morte, non
lo sentì mai come un aderente, neppure da un punto di vista culturale,
se non altro per le sue chiare e ripetute condanne del marxismo e della
violenza. A differenza del pensiero marxista, mons. Romero predicò
sempre la conversione dei cuori come previa a quella delle strutture.
Per lui c’erano strutture ingiuste perché c’era il peccato dei singoli.
Il clero e i vescovi del Salvador
Il clero del Salvador risentiva
all’epoca di tutte le tensioni tipiche dell’America Latina. Molti
sacerdoti, pur ispirandosi allo spirito di Medellín e vivendo un scelta
preferenziale per i poveri, non pensavano alla rivoluzione o alla lotta
contro le istituzioni. Altri, specialmente tra i religiosi, erano più
politicizzati. Non pochi sacerdoti anziani si trovavano a disagio
nell’effervescenza politica e nel clima di scontro con il Governo,
preferendo una pastorale tradizionale. Non mancavano poi sacerdoti
decisamente simpatizzanti per la destra oligarchica. L’assassinio di p.
Rutilio Grande provocò un grande clima di solidarietà del clero nei
confronti dell’Arcivescovo, appena arrivato nella capitale. Alla diocesi
non mancavano le vocazioni, anche perché l’immagine coraggiosa di mons.
Romero le attirava. Nel 1980 dovette rinviare di un anno l’ingresso in
seminario di un centinaio di giovani, ma il rettore era allarmato per l’ideologizzazione
di buona parte dei seminaristi, come del resto avveniva anche in altri
Paesi vicini. Mons. Romero preferiva mostrare pazienza con i suoi preti,
nei quali aveva fiducia. Fu amico anche dei religiosi e dei sacerdoti
dell’Opus Dei e in particolare del padre Sáenz Lacalle, attuale
successore di mons. Romero, e partecipava a riunioni di riflessione e di
amicizia con sacerdoti dell’Opus. Una di queste si svolse anche nel
giorno della sua morte. Il suo confessore invece era un anziano gesuita,
p. Azcue, per molti aspetti all’antica, ma anche convinto dell’opzione
preferenziale per i poveri.
Mons. Romero rimaneva comunque un
riferimento morale per quasi tutti e rivendicava il diritto di
denunciare gli attentati alla vita umana e ai diritti dell’uomo, da
qualunque parte provenissero. Il Times nel 1978 scriveva: «L’arcivescovo
Romero rappresenta, con la sua Chiesa, l’unica forma di espressione
effettiva e pacifica con cui si manifesta lo scontento popolare. Il suo
ruolo di voce degli oppressi offre un’alternativa pacifica alla
rivoluzione violenta». Di fatto, nella società tanto politicizzata del
Salvador si ebbe il paradosso di un mons. Romero che «non era un
politico, non sapeva di politica, non voleva fare politica, ma si
ritrovò ad essere un personaggio chiave della politica del suo
paese»(10). Il suo temperamento, introverso e appassionato allo stesso
tempo, non facilitava un giudizio sereno, ma non era soltanto un
attivista: aveva uno stile episcopale mite, centrato sugli aspetti
spirituali(11).
Più complesso è stato il rapporto di
mons. Romero con gli altri vescovi salvadoregni. «Nel 1995 mons. René
Revelo, l’ex ausiliare di Romero divenuto vescovo di Santa Ana, disse a
Giovanni Paolo II durante una visita ad limina che gli 80.000 morti
della guerra civile salvadoregna del 1980-82 erano imputabili a Romero.
Un altro vescovo salvadoregno difese immediatamente dinanzi al Papa la
memoria di Romero»(12). Il doloroso episodio mostra crudamente la
differenza nelle valutazioni sul suo operato.
Mons. Romero poté contare sull’appoggio
del suo ausiliare Rivera Damas (dal 1978 vescovo a Santiago de María),
ma altri vescovi delle diocesi minori gli erano decisamente contrari.
Tre in particolare giunsero a scrivere una lettera comune a Roma
accusandolo di essere responsabile delle violenze nel Paese. Non sembra
che le divergenze possano essere ricondotte semplicemente a una diversa
linea politica, che pure esisteva. Uno dei tre, mons. Aparicio, aveva
precedentemente preso spesso posizione contro l’oligarchia salvadoregna.
Quando mons. Romero appoggiò, anche se condizionatamente, il golpe del
1979, avversato dall’opposizione di sinistra, il Nunzio lo appoggiò,
mentre alcuni vescovi lo condannarono. Pare che ci fossero piuttosto
problemi di temperamento, se non di gelosia, all’origine dei contrasti,
almeno secondo i biografi di mons. Romero. Il suo prestigio e la sua
fama — la sua figura attirava clero e religiosi delle diocesi vicine —
finirono con il rendergli duramente ostili molti confratelli
nell’episcopato.
Il nunzio mons. Emanuele Gerada
interpretava la preoccupazione della Santa Sede circa il deteriorarsi
dei rapporti tra Stato e Chiesa e voleva che si evitassero gesti che
suonassero come sfida aperta al Governo. Seguiva il pensiero di Giovanni
Paolo II, che, forte della sua esperienza in Polonia, riteneva l’unità
dell’episcopato condizione indispensabile e previa perché la Chiesa
potesse agire efficacemente di fronte a un Governo dittatoriale. Romero
finiva perciò spesso per essere visto come un ostacolo all’unità
dell’episcopato, anche se più volte dichiarò la sua disponibilità a
farsi da parte, cosa che non sempre facevano i suoi avversari. Il
disaccordo con il Nunzio però finiva per farlo figurare anche in
disaccordo con Roma e a farlo sentire più solo. Per mons. Romero, come
si è già detto, il rapporto con Roma era essenziale. Egli, «per
l’incertezza del carattere, aveva un forte bisogno di essere approvato e
rincuorato, particolarmente dall’autorità, e ormai, da arcivescovo,
l’unica autorità davvero diretta era quella del Papa»(13).
A Roma si sentì rincuorato quando Paolo
VI lo incoraggiò, dicendogli: «Coraggio, è lei che comanda». Episodio
che mons. Romero ricordò più volte. Da arcivescovo si recò quattro volte
a Roma a parlare con il Papa: due volte con Paolo VI e due volte con
Giovanni Paolo II. A Roma giungevano sempre più frequentemente rapporti
negativi sul suo conto, mentre chi scriveva a suo favore lo faceva con
toni talmente encomiastici da rendergli alle volte un cattivo servizio.
I vescovi salvadoregni a lui contrari del resto, meno mons. Rivera Damas
che gli fu sempre vicino, non cercavano una riconciliazione con Romero,
ma volevano semplicemente che fosse rimosso. A Roma l’arcivescovo
incontrò Paolo VI, il card. Casaroli e il card. Baggio, prefetto della
Congregazione per i Vescovi. Dopo l’elezione di Giovanni Paolo II giunse
a San Salvador il vescovo argentino mons. Antonio Quarracino, come
visitatore apostolico. Venne proposto di nominare un amministratore
apostolico per l’arcidiocesi, che sostituisse in tutto o in parte mons.
Romero. Ma il provvedimento ventilato non ebbe seguito.
Dalla prima udienza con il nuovo Papa
mons. Romero uscì allo stesso tempo compiaciuto e preoccupato. Non si
sentì appoggiato come in passato e cadde preda di un profondo sconforto,
anche se in realtà l’incontro non fu negativo, tanto che nessun
provvedimento fu preso contro di lui. Tornando in Europa per il
conferimento di una laurea honoris causa, mons. Romero nel gennaio del
1980 passò da Roma, partecipò a un’udienza pubblica, durante la quale fu
riconosciuto dal Papa che gli disse di voler parlare con lui, benché non
avesse chiesto udienza. Il colloquio fu cordiale e Romero ne riferì poi
più volte con grande entusiasmo. Poche settimane dopo Romero sarebbe
stato ucciso, non casualmente ma dopo che apparve chiaro che Roma non lo
avrebbe né sostituito, né esautorato.
L’assassinio e le vicende successive
Il 15 ottobre 1979 ci fu un
colpo di Stato, e i nuovi governanti annunciarono una serie di riforme,
che poi non ebbero seguito per il prevalere degli elementi più radicali
di destra tra i protagonisti. I civili entrati al Governo ne uscirono.
Mons. Romero vide nella Giunta Rivoluzionaria l’ultima possibilità di
evitare la guerra civile mediante le riforme necessarie e la appoggiò,
anche se condizionatamente. Questo gli attirò pure le ire
dell’opposizione radicale, e alle minacce di morte che da tempo gli
giungevano dalla destra si aggiunsero anche quelle provenienti dalla
sinistra, che arrivò anche a occupare la cattedrale, nonostante le
proteste dell’Arcivescovo. Il Paese stava scivolando verso la guerra
civile. Nei primi mesi del 1980 si contavano circa 80 morti a settimana,
provocati per l’80% dalla destra, assai più forte ed equipaggiata, e per
il 20% dalla sinistra. Il 31 gennaio 1980 a Roma, mons. Romero dichiarò
a mons. Moreira Neves che pensava di venire presto ucciso, ma non sapeva
se lo avrebbe fatto la destra o la sinistra. Rifiutò in ogni caso la
proposta di andare all’estero come pure la scorta che gli venne offerta,
per non mettere a repentaglio la vita di altri in caso di attentato. Il
23 marzo Romero firmò probabilmente la sua sentenza di morte nell’omelia
che pronunciò nella chiesa che sostituiva la cattedrale ancora occupata.
In essa Romero si rivolgeva ai soldati dicendo: «Davanti a un ordine di
uccidere che viene da un uomo deve prevalere la legge di Dio che dice:
Non uccidere […]. Nessun soldato è obbligato a obbedire a un ordine che
sia contro la legge di Dio».
Mons. Romero aveva scelto di vivere
nella casetta del custode dell’ospedale della Divina Provvidenza,
accanto al padiglione che accoglieva i malati terminali. Alle 17,30 del
24 marzo 1980 iniziò la celebrazione di una messa di suffragio.
All’iniziò dell’offertorio si udì uno sparo proveniente da una delle
porte. Mons. Romero colpito al cuore cadde accanto all’altare e morì,
senza riprendere conoscenza, appena ricoverato alla Policlínica
Salvadoreña dove era stato trasportato d’urgenza. Non lasciò nessuna
eredità, perché non possedeva nulla, se non qualche libro.
Le indagini sull’omicidio si
trascinarono a lungo senza conclusioni, in un Paese la cui situazione
non consentiva investigazioni serie. Dopo 14 anni di indagini non si era
celebrato ancora alcun processo. Alcuni testimoni furono eliminati. Il
giudice incaricato fu fatto oggetto di attentati e si rifugiò in
Venezuela. Tra i maggiori indiziati apparve il maggiore Roberto
D’Aubuisson: la Comisión de Verdad para el Salvador, costituita sotto
l’egida dell’ONU dopo gli accordi di pace, che nel 1992 posero fine alla
guerra civile, e composta di eminenti personalità internazionali,
dichiarò che l’assassinio era stato commesso da uno squadrone della
morte organizzato nell’ambito delle formazioni paramilitari dirette dal
maggiore D’Aubuisson, morto poi nel 1991 per tumore. Cinque giorni dopo
la divulgazione del Rapporto della Commissione, l’Assemblea Legislativa
salvadoregna approvò frettolosamente una Ley de Amnistía General para la
consolidación de la Paz, che concedeva un’amnistia incondizionata a
tutte le persone che avessero partecipato all’esecuzione di delitti
politici. La morte di Romero fu considerata tra questi.
I funerali a cui parteciparono non meno
di 50.000 persone furono funestati da un’esplosione, di cui non è mai
stata chiaramente accertata l’origine. Ci furono oltre 30 morti dovuti
più alla folla in preda al panico, che calpestò le vittime, che non alla
sparatoria seguita all’esplosione. «Il funerale di Romero fu un evento
controverso, come controversi erano stati i suoi tre anni da
arcivescovo. E come controversi saranno i giudizi che accompagneranno
Romero nei decenni successivi. Per molti diventerà “san Romero
d’America”. Per altri resterà invece un fautore della sovversione»(14).
La Santa Sede in ogni caso scelse come successore il vescovo a lui più
vicino, mons. Rivera Damas.
È noto che quando il 6 aprile 1983
Giovanni Paolo II si recò in visita nel Salvador, ancora in piena guerra
civile, volle assolutamente pregare sulla tomba di mons. Romero, benché
la visita non fosse prevista dal programma ufficiale. Dovette attendere
davanti alla cattedrale chiusa sino a quando un affannato arcivescovo
Rivera, anch’egli non preavvisato, riuscì a trovare le chiavi della
chiesa, mentre la folla attendeva in un’altra piazza. Qui il Papa iniziò
il suo discorso dicendo: «Vengo dalla tomba di mons. Romero» e conquistò
immediatamente la folla con uno dei grandi gesti simbolici di cui era
capace. Sembra che più volte nel corso della visita abbia esclamato: «Romero
è nostro», rivendicandone il carattere ecclesiale e sacerdotale della
vita e della morte, forse per dimenticare la contestazione di cui era
stato oggetto in Nicaragua due giorni prima. Anche in occasione di una
nuova visita nel Salvador, il Papa insistette con determinazione per
visitare la tomba di Romero, benché altri suoi collaboratori e una parte
dell’episcopato salvadoregno giudicassero la visita inopportuna perché
passibile di strumentalizzazioni.
Ci vorrà del tempo per esprimere un
giudizio sereno su una personalità così controversa, ma anche tanto
significativa ed esemplare della Chiesa dei nostri giorni. Dopo la sua
morte non pochi hanno rievocato la figura di Thomas Becket assassinato
nel 1170 nella sua cattedrale di Canterbury per volontà dei potenti del
suo tempo, e poi santificato dalla Chiesa. Thomas Becket però fu ucciso
per aver difeso i legittimi diritti della Chiesa, che il re
d’Inghilterra voleva trasformare in uno strumento del proprio potere,
mentre mons. Romero è stato ucciso per aver difeso, in nome della fede,
i diritti dell’uomo, che la Chiesa proclama oggi la sua «prima e
fondamentale via»(15). Becket fu ucciso nella cattedrale, simbolo della
grandezza e della maestà di Dio che l’uomo è chiamato a adorare. Mons.
Romero è stato ucciso nella chiesa di un ospedale, segno visibile della
presenza della Chiesa accanto all’uomo che soffre.
1 Ci riferiamo in particolare al volume di R. MOROZZO DELLA ROCCA,
Primero Dios. Vita di Oscar Romero, Milano, Mondadori, 2005, del quale
ci siamo abbondantemente serviti. Lo stesso Autore aveva precedentemente
curato un volume in collaborazione: R. MOROZZO DELLA ROCCA (ed.), Oscar
Romero. Un vescovo centroamericano tra guerra fredda e rivoluzione,
Cinisello Balsamo (MI), San Paolo, 2003.
2 Citato in R. MOROZZO DELLA ROCCA, Primero Dios…, cit., 12.
3 Agenzia EFE, 19 giugno 2005.
4 Nel 1977, 4 milioni di abitanti (oggi 6 milioni e mezzo) su una
superficie di 21.041 km2 (poco meno della Lombardia) con una densità
molto alta: 229 abitanti per km2 (oggi 315), mentre, nei Paesi vicini,
il Guatemala ne contava soltanto 66 e il Nicaragua 20.
5 E. I. CASSIDY, «Romero visto da vicino», in R. MOROZZO DELLA ROCCA
(ed.), Oscar Romero…, cit., 126.
6 R. MOROZZO DELLA ROCCA, Primero Dios..., cit., 102.
7 Cfr G. SALVINI, «A venticinque anni dalla “Evangelii nuntiandi”»,
in Civ. Catt. 2000 IV 350-362.
8 R. MOROZZO DELLA ROCCA, Primero Dios…, cit., 133.
9 De la locura a la esperanza. La guerra de 12 años en El Salvador.
Informe de la Comisión de la Verdad para El Salvador, Naciones Unidas,
San Salvador - New York, 1993, 133.
10 R. MOROZZO DELLA ROCCA, Primero Dios..., cit., 214.
11 Secondo i suoi biografi, sarebbe dubbia l’autenticità della
celebre frase di Romero: «Se mi uccidono, risusciterò nel popolo
salvadoregno», attribuitagli dopo la morte da un giornalista
guatemalteco sulla rivista Excelsior: cfr ivi, 239-242.
12 Ivi, 166.
13 Ivi, 148.
14 Ivi, 365.
15 Giovanni Paolo II, Lettera enc. Redemptor hominis, n. 13.
© La Civiltà Cattolica 2005 IV 237-250 quaderno 3729
|