Mons. Romero a 25 anni dalla morte
  di Giampaolo Salvini S.J.  (© La Civiltà Cattolica 2005 IV 237-250   quaderno 3729)


Mentre è in corso la causa di beatificazione di mons. Oscar A. Romero, arcivescovo di San Salvador, l’articolo ne ricorda la figura e la testimonianza tuttora oggetto di opposte interpretazioni. Viene delineato il contesto della sua patria, in preda a violente agitazioni sociali, nel quale svolse il suo ministero di pastore sino a dare la vita per il suo gregge. Mons. Romero condannò sempre ogni violenza, sia quella istituzionalizzata sia quella rivoluzionaria. Con lui venne spenta l’ultima voce che parlava di soluzioni non-violente, e il Paese sprofondò nella guerra civile.
 

Il 24 marzo 1980, durante la celebrazione della Messa veniva assassinato a San Salvador mons. Oscar Arnulfo Romero, il salvadoregno più celebre nella storia del piccolo Paese centroamericano. La sua figura è tuttora di grande attualità e continua ad essere oggetto di profonda venerazione ma anche di acerbe critiche. Un personaggio di cui molti hanno tentato di «impossessarsi» e del quale è ancora difficile discutere in modo sereno. Giovanni Paolo II lo ha catalogato tra i «nuovi martiri» del Novecento, facendone una commossa evocazione al Colosseo il 7 maggio 2000, durante una celebrazione a metà dell’anno giubilare: «Ricordati, Padre dei poveri e degli emarginati, di quanti hanno testimoniato la vita: pastori zelanti, come l’indimenticabile arcivescovo Oscar Romero, ucciso all’altare durante la celebrazione del sacrificio eucaristico». Sul frontone dell’abbazia anglicana di Westminster, a Londra, figura tra le dieci statue di «nuovi martiri» del Novecento.

La pubblicazione di alcuni volumi particolarmente documentati e accuratamente elaborati(1), che si aggiungono a una bibliografia ormai imponente, ci consente in questo venticinquesimo della sua morte di tracciarne un breve profilo, che ci auguriamo possa contribuire a far meglio conoscere il significato della sua vita. A Roma è in corso la sua causa di beatificazione, ed egli è certamente oggetto di venerazione popolare, sia nel Salvador, sia altrove. L’Assemblea legislativa del Salvador, il 23 marzo 2000, nel 20° anniversario della sua morte, approvò un Pronunciamento público esprimendo «riconoscimento per mons. Romero, come Pastore, che lottò per la giustizia, la libertà, la democrazia e la pace»(2). L’attuale presidente del Salvador, Elías Antonio Saca, dopo un’udienza con Benedetto XVI ha dichiarato che il Papa, durante il colloquio, avrebbe affermato che mons. Romero «fu un uomo di pace e di dialogo e crede che la causa [di beatificazione] debba continuare il suo cammino», impedendo però l’utilizzazione politica che si è fatta dell’arcivescovo negli ultimi anni(3).

El Salvador, un Paese nella bufera
La patria di mons. Romero, la repubblica di El Salvador(4), era poco nota fuori dell’America Centrale sino agli anni Settanta e presentava aspetti molto simili a quelli di altri Paesi latinoamericani. Il Governo militare, al potere dal 1932, agiva soprattutto come mezzo di contenimento delle masse popolari, oggetto di gravi ingiustizie sociali da parte dell’élite, molto dinamica economicamente, tanto da realizzare una buona modernizzazione del Paese, grazie anche alla laboriosità dei suoi abitanti, ma assai lontana da una concezione democratica dello Stato, che considerava un proprio possesso. L’intraprendenza economica non venne accompagnata da larghezza di vedute. Il periodo di prosperità relativa attraversato dal Paese tra il 1960 e il 1980 rese paradossalmente meno tollerabili le ingiustizie e acuì lo scontro sociale. Il 20% più ricco disponeva del 66% del Prodotto Interno Lordo, il 20% più povero del 2%, e la proprietà terriera era ed è estremamente concentrata.

Era l’epoca della guerra fredda, e gli Stati Uniti consideravano El Salvador un Paese a rischio, attribuendogli un’importanza forse sproporzionata all’entità del territorio. Ma, mentre l’amministrazione Carter vedeva l’origine dei conflitti nelle ingiustizie interne, il successore Reagan vedeva il piccolo Paese come oggetto di un conflitto diretto tra Unione Sovietica e Stati Uniti per estendere la propria influenza. Brzezinski dichiarava: «Non si può esigere il diritto di costituire sindacati a Danzica e negare al tempo stesso il diritto alla terra del contadino salvadoregno». Ma la necessità di riforme politiche e sociali si scontrava duramente con le resistenze dell’oligarchia, refrattaria a ogni riforma e pronta a violare la legalità quando vedeva in pericolo i propri privilegi. Sorsero così forze di opposizione armata, contagiate dall’esempio di Cuba e del vicino Nicaragua, dove i sandinisti avevano cacciato il dittatore Somoza. Anch’esse ricorsero a sequestri, uccisioni, attentati, senza in realtà essere mai in grado di prendere effettivamente il potere. Non mancarono motivazioni di tipo religioso, ispirate alle forme estreme della teologia della liberazione.

Il Paese, a differenza di altri, disponeva però di una voce libera e autorevole, quella di mons. Romero, che mancò ad altri Paesi vicini; così egli finì per diventare un protagonista, ricercato dai giornalisti di tutto il mondo e proposto per il premio Nobel, assegnato poi quell’anno (1979) a Madre Teresa di Calcutta. Con il suo assassinio si spense una delle poche voci che esortassero alla moderazione e a ricercare le soluzioni non per via violenta. La sua morte ebbe una enorme carica simbolica e agì come una rottura degli argini, facendo confluire nelle file dell’opposizione armata molti cattolici. Romero in realtà si era sempre opposto a una rivolta armata, condannando la violenza da qualunque parte provenisse. Ma il suo messaggio fu ripreso dalla sinistra soltanto parzialmente: essa ne fece propria solamente la denuncia delle ingiustizie. Egli diventò così suo malgrado un martire della rivoluzione. Alla sua morte seguì una vera e propria guerra civile, durata sino al 1992, con circa 80.000 vittime. Quest’ultima si sarebbe potuta evitare se la classe dirigente avesse rispettato la legalità, ceduto una parte del potere, instaurando un’autentica democrazia. La situazione socio-economica del Paese non è del resto cambiata sostanzialmente neppure oggi.

La presenza dei cattolici nell’opposizione era anteriore a mons. Romero. Già il suo predecessore a San Salvador, l’arcivescovo Chávez y González, ispirandosi al Concilio Vaticano II, aveva favorito il formarsi di un movimento sociale cattolico organizzato. I sindacati cristiani (in particolare nel mondo contadino dove si concentravano gli interessi dell’oligarchia), la UCA (Universidad Centroamericana) dei gesuiti, le comunità di base avevano avviato un processo di «coscientizzazione» e di cambiamento, anche se non tutti pensavano alla rivoluzione. La classe dirigente avvertì con profondo disagio questo «tradimento» della Chiesa e di una parte del clero. Mons. Cassidy, allora in servizio alla nunziatura a San Salvador, si sentì dire da una signora, appartenente a una delle 14 famiglie potenti: «Monsignore, si ricordi che siamo noi che abbiamo costruito la Chiesa qui in El Salvador, senza di noi non ci sarà più Chiesa»(5). Venne favorito il diffondersi delle sètte protestanti di derivazione pentecostale, giudicate più affidabili della Chiesa cattolica. Nel 2000 circa un quarto della popolazione, prima interamente cattolica, era diventato protestante. Se ai cattolici interessava combattere contro le ingiustizie, a quel tipo di protestanti interessava combattere contro il comunismo, e chi voleva profonde riforme sociali era, ai loro occhi, un comunista.

Iniziarono così le uccisioni di preti: sei nei tre anni dell’episcopato di mons. Romero a San Salvador con una progressione di violenza sino alla strage della UCA del 1989 (sei gesuiti uccisi insieme alla loro cuoca e a sua figlia). Uno slogan della destra estrema, scritto anche sui muri, diceva Haga patria, mate a un cura («sii patriottico, uccidi un prete»). Nel mondo cattolico più impegnato, viceversa, benché si affermasse di non avere un’ideologia propria, si premeva spesso per un impegno politico per la «liberazione» in partiti e guerriglie di sinistra, non avendo più fiducia in soluzioni terze, come quelle proposte dalla Democrazia Cristiana. Il termine liberazione era di ispirazione biblica (l’esodo del popolo ebreo dalla schiavitù dell’Egitto), ma molti di quanti vi si ispiravano più che alla dottrina sociale della Chiesa pensavano a un messianismo a cui non era estraneo in quell’epoca il successo del marxismo. Chi, come mons. Romero, cercava invece di mantenere il difficile equilibrio tra il messaggio evangelico e l’impegno politico-sociale senza far coincidere il primo con il secondo, veniva definito reazionario.

Mons. Romero: gli anni di preparazione
In questo agitato contesto storico mons. Romero svolse il suo ministero con un impegno esemplare, che lo condusse alla morte.

Nato il 15 agosto 1919 a Ciudad Barrios, nell’Est del Paese, da una famiglia modesta, ma non povera, fu colpito nell’infanzia da una forma di poliomielite. Da questa malattia si riprese completamente, ma essa lasciò probabilmente tracce sul suo temperamento introverso e timido, anche se appassionato e capace di grande fermezza. A 13 anni entrò nel seminario di San Miguel, il capoluogo regionale, tenuto dai padri claretiani. Giudicato un seminarista promettente fu inviato nel 1937 a Roma, dove rimase sino al 1943, frequentando l’Università Gregoriana e abitando nel Collegio Pio Latinoamericano, tenuto dai gesuiti. Fu ordinato sacerdote il 4 aprile 1942. Il soggiorno romano lasciò in lui un’impronta indelebile di fedeltà al Papa e di «romanità» tesa a favorire nel clero il primato dello spirituale e dell’ecclesiale. Rientrato in patria divenne parroco in uno sperduto paesello, Anamorós, ma il nuovo vescovo lo chiamò accanto a sé a San Miguel, affidandogli progressivamente una serie di incarichi di ogni tipo: da quello di rettore del seminario minore a quello di direttore del settimanale diocesano El Chaparristique, di insegnante e di assistente di una decina di movimenti e associazioni.

Rimase in diocesi sino al 1967, quando fu trasferito nella capitale, San Salvador, per diventare segretario della Conferenza Episcopale salvadoregna. Era un sacerdote zelante e austero, molto attivo, sino a causare gelosie e qualche risentimento, anche tra i chierici più giovani, che accusava di lassismo. Si fece notare per la sua oratoria e per la schiettezza del tratto, senza molte cautele diplomatiche. Era un uomo di preghiera che diventava, se necessario, uno straordinario predicatore. Anche come giornalista era pugnace e combattivo, contro chi gli sembrava minacciare la verità cristiana, come il comunismo e la massoneria. Ma in privato rimase sempre vulnerabile, alla ricerca di consigli e soluzioni; chiedeva perdono ed era pieno di dubbi prima di prendere una decisione, che poi difendeva con fermezza sino alla prossima decisione da prendere, quando i dubbi ricominciavano.

Gli vennero affidati sempre nuovi incarichi, che ben presto si estesero anche al Secretariado Episcopal de América Central: fu questo organismo che, volendo avere un segretario vescovo e non trovando nessun vescovo centroamericano disponibile, fece promuovere all’episcopato il metodico e zelante sacerdote che fungeva da segretario. Venne consacrato il 21 giugno 1970, alla presenza del presidente della Repubblica e di tutti i vescovi salvadoregni. Diventò ausiliare dell’arcivescovo Chávez y González, pur mantenendo tempo libero per gli impegni fuori diocesi. Prese significativamente come motto episcopale l’ignaziano Sentir con la Iglesia. Nei quattro anni che passò come ausiliare non riuscì a farsi molti amici tra i sacerdoti. Erano tempi troppo nuovi e «sperimentali» perché il clero apprezzasse il suo ligio attaccamento alle istituzioni, la sua severità di vita e il considerare il Concilio come sviluppo della tradizione, anziché come un punto di partenza. Non mancarono momenti di dissapore anche per la gestione del seminario e di un pensionato per studenti universitari, che giudicò troppo politicizzato. Venne giudicato reazionario. «Romero ausiliare era politicamente conservatore e socialmente disponibile al cambiamento»(6).

Il 15 ottobre 1974 fu nominato vescovo di Santiago de María, una diocesi nell’Est del Salvador con mezzo milione di abitanti. Nei due anni che vi passò manifestò un grande dinamismo, forse un po’ caotico. Si dedicò a tutti coloro che poteva raggiungere, in particolare ai poveri, guadagnandosi la fiducia della gente e del clero, una ventina di preti in tutto, molti dei quali anziani. In mezzo alle agitazioni del momento, apparivano sempre più chiari due riferimenti a cui mons. Romero avrebbe sempre fatto ricorso: la sua fedeltà a Roma, senza la quale non concepiva la vita di un vescovo, e l’esortazione apostolica di Paolo VI Evangelii nuntiandi (1975). Di questo documento, tuttora insuperato nell’indicare l’equilibrio corretto tra la liberazione portata dal Vangelo e quella sociale(7), egli riportava spesso le espressioni, alle volte anche senza citarlo. Come il testo pontificio, e lo stesso Paolo VI, anche Romero veniva giudicato reazionario dai più avanzati e rivoluzionario dai conservatori.

Arcivescovo di San Salvador
Alla fine del 1976 l’arcivescovo di San Salvador, logorato anche dalle accuse alla Chiesa di essere sovversiva e dal deteriorarsi dei rapporti con il Governo, al compimento dei 75 anni presentò le dimissioni alla Santa Sede. Come successore venne scelto mons. Romero, su cui convergevano le informazioni degli ultimi nunzi e di molti vescovi centroamericani, come il card. Casariego, arcivescovo di Città del Guatemala. Altri avevano pensato a mons. Arturo Rivera Damas, che sarà invece il suo successore, il quale era già ausiliare in diocesi dal 1960 e aveva partecipato anche al Concilio Vaticano II. «Romero ricevette lettere di fedeli che lo insultavano “per la sua posizione incondizionatamente a favore di ricchi e potenti, e il disinteresse per i poveri”»(8). Mentre mons. Romero stava ancora cercando di capire la realtà dell’arcidiocesi, il 12 marzo 1977 fu assassinato il p. Rutilio Grande, gesuita, insieme con due contadini che lo accompagnavano al villaggio di Aguilares, la sua parrocchia. L’assassinio era probabilmente una vendetta per la morte di un possidente agrario, Eduardo Orellana. Mons. Romero, grande amico di p. Rutilio, che considerava «un uomo di Dio», rimase sconvolto dal delitto. P. Rutilio non faceva parte del gruppo dei gesuiti più impegnati nel sociopolitico e dedicava tutta la sua azione pastorale alle classi più umili e in particolare al mondo contadino, avendo creato un movimento campesino che riuniva oltre 2.000 contadini. L’assassinio influì profondamente su Romero, che al funerale tenne la sua prima omelia da arcivescovo.

Il presidente Molina, sino allora ritenuto da Romero un amico, gli telefonò assicurando indagini accurate, che di fatto non approdarono a nulla, mentre osservatori indipendenti ritenevano che p. Rutilio fosse stato ucciso con armi in dotazione alle forze di sicurezza statali. Romero e gli altri vescovi chiesero ripetutamente al Governo che i sacerdoti accusati di fare politica non fossero oggetto di azioni unilaterali da parte dei corpi di sicurezza, ma che i loro casi fossero prima discussi con le autorità ecclesiastiche, che si sarebbero impegnate a favorire la giustizia nelle forme legali. Chiedevano anche che cessasse la persecuzione contro i cristiani e la campagna di diffamazione contro la Chiesa. Il Governo promise, ma le promesse non vennero mantenute, né i responsabili della morte di p. Rutilio furono mai assicurati alla giustizia. L’11 maggio un altro sacerdote diocesano, Alfonso Navarro, fu assassinato nella casa parrocchiale. Era la vendetta per l’assassinio da parte dei guerriglieri del ministro degli Esteri, Mauricio Borgonovo Pohl, un moderato, avvenuto il giorno prima e di cui Romero celebrò pure il funerale. Era iniziata un’escalation di violenza destinata a non fermarsi. Le comunità di contadini organizzate da p. Rutilio Grande vennero disperse. L’80% dei circa 400 catechisti della zona di Aguilares furono uccisi negli anni seguenti. Molti contadini confluirono nella guerriglia. Romero decise, sollecitato dal suo clero, di non partecipare più alle cerimonie civili ufficiali sino a quando il Governo non avesse fatto luce sui delitti, ma non per questo troncò il dialogo con le autorità, continuando a spiegare, a chiedere, a mediare e ricevendo tutti in privato.

Si è scritto spesso che la morte di p. Rutilio Grande e il rapporto con la povera gente della capitale causarono una «conversione» o almeno un profondo cambiamento in mons. Romero. Certamente è un elemento che fa parte della sua figura così come è stata costruita da innumerevoli biografie e articoli. Senza dubbio influì sul sorgere di questa idea il diverso rapporto con i gesuiti di El Salvador, con i quali mons. Romero era in aspro dissidio sin dal 1972, poiché ne considerava molti eccessivamente politicizzati. Ma l’assassinio di p. Rutilio Grande lo riavvicinò ad essi. La reazione dell’arcivescovo alla morte dell’amico suscitò commozione ed entusiasmo tra gli altri gesuiti. Il p. Ellacuría, uno dei sei assassinati poi nel 1989, gli scrisse: «Ho visto nella sua azione il dito di Dio. Non posso negare che il suo comportamento ha superato tutte le mie aspettative». Romero stesso però ha sempre negato di essersi «convertito», senza con questo nascondere cambiamenti nella sua condotta.

Nel febbraio 1980 a un giornalista francese dichiarò: «Io ho sempre avuto la preoccupazione dei poveri. Tuttavia le circostanze, e soprattutto la morte del padre Grande, hanno esercitato un’enorme influenza su di me. Questa morte ha significato non un cambiamento sostanziale delle mie idee ma una intensificazione della mia fedeltà ai poveri e alla difesa dei diritti della Chiesa». Quello che probabilmente cambiò fu l’atteggiamento dinanzi al potere politico. Egli diventò sempre più intransigente nell’esigere giustizia sia per p. Rutilio Grande sia per tutte le violazioni dei diritti umani, le morti, le violenze commesse in Salvador, da una parte e dall’altra. Ma non sembra esatto trasferire questo diverso atteggiamento politico sul piano spirituale, quasi si trattasse di un cambiamento di tal genere. Del resto ad accusarlo di «cambiamento» fu soprattutto la destra, che con quel termine intendeva soprattutto «tradimento».

Nei tre anni seguenti mons. Romero dovette assistere, impotente, allo scivolare della sua patria verso la guerra civile. In questo periodo la Chiesa e i cristiani furono perseguitati. Molti preti di Romero subirono violenze, mentre altri tre furono uccisi. Altri infine vennero costretti all’esilio. Il presbiterio di San Salvador, già scarso, perse il 15% dei suoi effettivi. Parecchi catechisti furono assassinati, poiché, per il solo fatto di organizzare riunioni, erano ritenuti dai poteri forti «sovversivi». Possedere una Bibbia o un Vangelo diventò pericoloso, particolarmente nelle zone di campagna. La Guardia Nacional, la Policía de Hacienda, lo stesso esercito ma soprattutto la Orden (un’organizzazione paramilitare simile agli squadroni della morte) operavano esecuzioni extragiudiziali rimaste regolarmente impunite. I desaparecidos non si contavano. A queste violenze l’opposizione guerrigliera rispondeva con sequestri, omicidi, distruzione di impianti e altri delitti, in base all’idea del «tanto peggio tanto meglio», a cui si rispondeva con nuova violenza repressiva. All’Arcivescovo giungevano richieste di aiuto di vittime, in particolare contadini, di ambedue le forme di violenza.

Secondo mons. Romero il dramma del Salvador aveva origine essenzialmente dalle ingiustizie sociali e si esprimeva con una violenza disumana. Egli elencava ogni domenica dal pulpito i lutti della settimana, comunicando i nomi delle vittime e grazie alla radio diocesana («Radio Ysax») la sua voce veniva diffusa nel Paese, le omelie venivano ritrasmesse più volte. Si calcola che il 73% degli abitanti delle campagne e il 47% di quelli delle città le ascoltassero. La maggior parte delle omelie era però di contenuto spirituale e biblico, ma naturalmente la stampa riprendeva soltanto i brani «politici». In ogni caso mons. Romero parlava sempre contro la violenza e nello stesso senso agiva. Parlava di perdono, non di odio. La Comisión de la Verdad para El Salvador ha dichiarato che Romero era un «riconosciuto critico della violenza e dell’ingiustizia e come tale lo si percepiva»(9). Romero ripeteva spesso che soltanto la violenza su se stessi e per riconciliare il prossimo era legittima, perché era la violenza di Gesù sulla croce. L’unica volta in cui inviò una rettifica a un giornale, peruviano, fu per smentire che avesse dichiarato di ritenere inevitabile una rivoluzione popolare. Ma la sua condanna della violenza insurrezionale era sempre connessa alla denuncia della situazione di ingiustizia da cui tale violenza era provocata.

I fedeli erano divisi. Buona parte di essi appoggiavano il Vescovo ma erano sconcertati dal suo essere conservatore nei princìpi e appassionato, quasi profetico, nella parola. La sinistra invece, che certamente ne utilizzò la figura e la morte, non lo sentì mai come un aderente, neppure da un punto di vista culturale, se non altro per le sue chiare e ripetute condanne del marxismo e della violenza. A differenza del pensiero marxista, mons. Romero predicò sempre la conversione dei cuori come previa a quella delle strutture. Per lui c’erano strutture ingiuste perché c’era il peccato dei singoli.

Il clero e i vescovi del Salvador
Il clero del Salvador risentiva all’epoca di tutte le tensioni tipiche dell’America Latina. Molti sacerdoti, pur ispirandosi allo spirito di Medellín e vivendo un scelta preferenziale per i poveri, non pensavano alla rivoluzione o alla lotta contro le istituzioni. Altri, specialmente tra i religiosi, erano più politicizzati. Non pochi sacerdoti anziani si trovavano a disagio nell’effervescenza politica e nel clima di scontro con il Governo, preferendo una pastorale tradizionale. Non mancavano poi sacerdoti decisamente simpatizzanti per la destra oligarchica. L’assassinio di p. Rutilio Grande provocò un grande clima di solidarietà del clero nei confronti dell’Arcivescovo, appena arrivato nella capitale. Alla diocesi non mancavano le vocazioni, anche perché l’immagine coraggiosa di mons. Romero le attirava. Nel 1980 dovette rinviare di un anno l’ingresso in seminario di un centinaio di giovani, ma il rettore era allarmato per l’ideologizzazione di buona parte dei seminaristi, come del resto avveniva anche in altri Paesi vicini. Mons. Romero preferiva mostrare pazienza con i suoi preti, nei quali aveva fiducia. Fu amico anche dei religiosi e dei sacerdoti dell’Opus Dei e in particolare del padre Sáenz Lacalle, attuale successore di mons. Romero, e partecipava a riunioni di riflessione e di amicizia con sacerdoti dell’Opus. Una di queste si svolse anche nel giorno della sua morte. Il suo confessore invece era un anziano gesuita, p. Azcue, per molti aspetti all’antica, ma anche convinto dell’opzione preferenziale per i poveri.

Mons. Romero rimaneva comunque un riferimento morale per quasi tutti e rivendicava il diritto di denunciare gli attentati alla vita umana e ai diritti dell’uomo, da qualunque parte provenissero. Il Times nel 1978 scriveva: «L’arcivescovo Romero rappresenta, con la sua Chiesa, l’unica forma di espressione effettiva e pacifica con cui si manifesta lo scontento popolare. Il suo ruolo di voce degli oppressi offre un’alternativa pacifica alla rivoluzione violenta». Di fatto, nella società tanto politicizzata del Salvador si ebbe il paradosso di un mons. Romero che «non era un politico, non sapeva di politica, non voleva fare politica, ma si ritrovò ad essere un personaggio chiave della politica del suo paese»(10). Il suo temperamento, introverso e appassionato allo stesso tempo, non facilitava un giudizio sereno, ma non era soltanto un attivista: aveva uno stile episcopale mite, centrato sugli aspetti spirituali(11).

Più complesso è stato il rapporto di mons. Romero con gli altri vescovi salvadoregni. «Nel 1995 mons. René Revelo, l’ex ausiliare di Romero divenuto vescovo di Santa Ana, disse a Giovanni Paolo II durante una visita ad limina che gli 80.000 morti della guerra civile salvadoregna del 1980-82 erano imputabili a Romero. Un altro vescovo salvadoregno difese immediatamente dinanzi al Papa la memoria di Romero»(12). Il doloroso episodio mostra crudamente la differenza nelle valutazioni sul suo operato.

Mons. Romero poté contare sull’appoggio del suo ausiliare Rivera Damas (dal 1978 vescovo a Santiago de María), ma altri vescovi delle diocesi minori gli erano decisamente contrari. Tre in particolare giunsero a scrivere una lettera comune a Roma accusandolo di essere responsabile delle violenze nel Paese. Non sembra che le divergenze possano essere ricondotte semplicemente a una diversa linea politica, che pure esisteva. Uno dei tre, mons. Aparicio, aveva precedentemente preso spesso posizione contro l’oligarchia salvadoregna. Quando mons. Romero appoggiò, anche se condizionatamente, il golpe del 1979, avversato dall’opposizione di sinistra, il Nunzio lo appoggiò, mentre alcuni vescovi lo condannarono. Pare che ci fossero piuttosto problemi di temperamento, se non di gelosia, all’origine dei contrasti, almeno secondo i biografi di mons. Romero. Il suo prestigio e la sua fama — la sua figura attirava clero e religiosi delle diocesi vicine — finirono con il rendergli duramente ostili molti confratelli nell’episcopato.

Il nunzio mons. Emanuele Gerada interpretava la preoccupazione della Santa Sede circa il deteriorarsi dei rapporti tra Stato e Chiesa e voleva che si evitassero gesti che suonassero come sfida aperta al Governo. Seguiva il pensiero di Giovanni Paolo II, che, forte della sua esperienza in Polonia, riteneva l’unità dell’episcopato condizione indispensabile e previa perché la Chiesa potesse agire efficacemente di fronte a un Governo dittatoriale. Romero finiva perciò spesso per essere visto come un ostacolo all’unità dell’episcopato, anche se più volte dichiarò la sua disponibilità a farsi da parte, cosa che non sempre facevano i suoi avversari. Il disaccordo con il Nunzio però finiva per farlo figurare anche in disaccordo con Roma e a farlo sentire più solo. Per mons. Romero, come si è già detto, il rapporto con Roma era essenziale. Egli, «per l’incertezza del carattere, aveva un forte bisogno di essere approvato e rincuorato, particolarmente dall’autorità, e ormai, da arcivescovo, l’unica autorità davvero diretta era quella del Papa»(13).

A Roma si sentì rincuorato quando Paolo VI lo incoraggiò, dicendogli: «Coraggio, è lei che comanda». Episodio che mons. Romero ricordò più volte. Da arcivescovo si recò quattro volte a Roma a parlare con il Papa: due volte con Paolo VI e due volte con Giovanni Paolo II. A Roma giungevano sempre più frequentemente rapporti negativi sul suo conto, mentre chi scriveva a suo favore lo faceva con toni talmente encomiastici da rendergli alle volte un cattivo servizio. I vescovi salvadoregni a lui contrari del resto, meno mons. Rivera Damas che gli fu sempre vicino, non cercavano una riconciliazione con Romero, ma volevano semplicemente che fosse rimosso. A Roma l’arcivescovo incontrò Paolo VI, il card. Casaroli e il card. Baggio, prefetto della Congregazione per i Vescovi. Dopo l’elezione di Giovanni Paolo II giunse a San Salvador il vescovo argentino mons. Antonio Quarracino, come visitatore apostolico. Venne proposto di nominare un amministratore apostolico per l’arcidiocesi, che sostituisse in tutto o in parte mons. Romero. Ma il provvedimento ventilato non ebbe seguito.

Dalla prima udienza con il nuovo Papa mons. Romero uscì allo stesso tempo compiaciuto e preoccupato. Non si sentì appoggiato come in passato e cadde preda di un profondo sconforto, anche se in realtà l’incontro non fu negativo, tanto che nessun provvedimento fu preso contro di lui. Tornando in Europa per il conferimento di una laurea honoris causa, mons. Romero nel gennaio del 1980 passò da Roma, partecipò a un’udienza pubblica, durante la quale fu riconosciuto dal Papa che gli disse di voler parlare con lui, benché non avesse chiesto udienza. Il colloquio fu cordiale e Romero ne riferì poi più volte con grande entusiasmo. Poche settimane dopo Romero sarebbe stato ucciso, non casualmente ma dopo che apparve chiaro che Roma non lo avrebbe né sostituito, né esautorato.

L’assassinio e le vicende successive
Il 15 ottobre 1979 ci fu un colpo di Stato, e i nuovi governanti annunciarono una serie di riforme, che poi non ebbero seguito per il prevalere degli elementi più radicali di destra tra i protagonisti. I civili entrati al Governo ne uscirono. Mons. Romero vide nella Giunta Rivoluzionaria l’ultima possibilità di evitare la guerra civile mediante le riforme necessarie e la appoggiò, anche se condizionatamente. Questo gli attirò pure le ire dell’opposizione radicale, e alle minacce di morte che da tempo gli giungevano dalla destra si aggiunsero anche quelle provenienti dalla sinistra, che arrivò anche a occupare la cattedrale, nonostante le proteste dell’Arcivescovo. Il Paese stava scivolando verso la guerra civile. Nei primi mesi del 1980 si contavano circa 80 morti a settimana, provocati per l’80% dalla destra, assai più forte ed equipaggiata, e per il 20% dalla sinistra. Il 31 gennaio 1980 a Roma, mons. Romero dichiarò a mons. Moreira Neves che pensava di venire presto ucciso, ma non sapeva se lo avrebbe fatto la destra o la sinistra. Rifiutò in ogni caso la proposta di andare all’estero come pure la scorta che gli venne offerta, per non mettere a repentaglio la vita di altri in caso di attentato. Il 23 marzo Romero firmò probabilmente la sua sentenza di morte nell’omelia che pronunciò nella chiesa che sostituiva la cattedrale ancora occupata. In essa Romero si rivolgeva ai soldati dicendo: «Davanti a un ordine di uccidere che viene da un uomo deve prevalere la legge di Dio che dice: Non uccidere […]. Nessun soldato è obbligato a obbedire a un ordine che sia contro la legge di Dio».

Mons. Romero aveva scelto di vivere nella casetta del custode dell’ospedale della Divina Provvidenza, accanto al padiglione che accoglieva i malati terminali. Alle 17,30 del 24 marzo 1980 iniziò la celebrazione di una messa di suffragio. All’iniziò dell’offertorio si udì uno sparo proveniente da una delle porte. Mons. Romero colpito al cuore cadde accanto all’altare e morì, senza riprendere conoscenza, appena ricoverato alla Policlínica Salvadoreña dove era stato trasportato d’urgenza. Non lasciò nessuna eredità, perché non possedeva nulla, se non qualche libro.

Le indagini sull’omicidio si trascinarono a lungo senza conclusioni, in un Paese la cui situazione non consentiva investigazioni serie. Dopo 14 anni di indagini non si era celebrato ancora alcun processo. Alcuni testimoni furono eliminati. Il giudice incaricato fu fatto oggetto di attentati e si rifugiò in Venezuela. Tra i maggiori indiziati apparve il maggiore Roberto D’Aubuisson: la Comisión de Verdad para el Salvador, costituita sotto l’egida dell’ONU dopo gli accordi di pace, che nel 1992 posero fine alla guerra civile, e composta di eminenti personalità internazionali, dichiarò che l’assassinio era stato commesso da uno squadrone della morte organizzato nell’ambito delle formazioni paramilitari dirette dal maggiore D’Aubuisson, morto poi nel 1991 per tumore. Cinque giorni dopo la divulgazione del Rapporto della Commissione, l’Assemblea Legislativa salvadoregna approvò frettolosamente una Ley de Amnistía General para la consolidación de la Paz, che concedeva un’amnistia incondizionata a tutte le persone che avessero partecipato all’esecuzione di delitti politici. La morte di Romero fu considerata tra questi.

I funerali a cui parteciparono non meno di 50.000 persone furono funestati da un’esplosione, di cui non è mai stata chiaramente accertata l’origine. Ci furono oltre 30 morti dovuti più alla folla in preda al panico, che calpestò le vittime, che non alla sparatoria seguita all’esplosione. «Il funerale di Romero fu un evento controverso, come controversi erano stati i suoi tre anni da arcivescovo. E come controversi saranno i giudizi che accompagneranno Romero nei decenni successivi. Per molti diventerà “san Romero d’America”. Per altri resterà invece un fautore della sovversione»(14). La Santa Sede in ogni caso scelse come successore il vescovo a lui più vicino, mons. Rivera Damas.

È noto che quando il 6 aprile 1983 Giovanni Paolo II si recò in visita nel Salvador, ancora in piena guerra civile, volle assolutamente pregare sulla tomba di mons. Romero, benché la visita non fosse prevista dal programma ufficiale. Dovette attendere davanti alla cattedrale chiusa sino a quando un affannato arcivescovo Rivera, anch’egli non preavvisato, riuscì a trovare le chiavi della chiesa, mentre la folla attendeva in un’altra piazza. Qui il Papa iniziò il suo discorso dicendo: «Vengo dalla tomba di mons. Romero» e conquistò immediatamente la folla con uno dei grandi gesti simbolici di cui era capace. Sembra che più volte nel corso della visita abbia esclamato: «Romero è nostro», rivendicandone il carattere ecclesiale e sacerdotale della vita e della morte, forse per dimenticare la contestazione di cui era stato oggetto in Nicaragua due giorni prima. Anche in occasione di una nuova visita nel Salvador, il Papa insistette con determinazione per visitare la tomba di Romero, benché altri suoi collaboratori e una parte dell’episcopato salvadoregno giudicassero la visita inopportuna perché passibile di strumentalizzazioni.

Ci vorrà del tempo per esprimere un giudizio sereno su una personalità così controversa, ma anche tanto significativa ed esemplare della Chiesa dei nostri giorni. Dopo la sua morte non pochi hanno rievocato la figura di Thomas Becket assassinato nel 1170 nella sua cattedrale di Canterbury per volontà dei potenti del suo tempo, e poi santificato dalla Chiesa. Thomas Becket però fu ucciso per aver difeso i legittimi diritti della Chiesa, che il re d’Inghilterra voleva trasformare in uno strumento del proprio potere, mentre mons. Romero è stato ucciso per aver difeso, in nome della fede, i diritti dell’uomo, che la Chiesa proclama oggi la sua «prima e fondamentale via»(15). Becket fu ucciso nella cattedrale, simbolo della grandezza e della maestà di Dio che l’uomo è chiamato a adorare. Mons. Romero è stato ucciso nella chiesa di un ospedale, segno visibile della presenza della Chiesa accanto all’uomo che soffre.

 

 

1 Ci riferiamo in particolare al volume di R. MOROZZO DELLA ROCCA, Primero Dios. Vita di Oscar Romero, Milano, Mondadori, 2005, del quale ci siamo abbondantemente serviti. Lo stesso Autore aveva precedentemente curato un volume in collaborazione: R. MOROZZO DELLA ROCCA (ed.), Oscar Romero. Un vescovo centroamericano tra guerra fredda e rivoluzione, Cinisello Balsamo (MI), San Paolo, 2003.

2 Citato in R. MOROZZO DELLA ROCCA, Primero Dios…, cit., 12.

3 Agenzia EFE, 19 giugno 2005.

4 Nel 1977, 4 milioni di abitanti (oggi 6 milioni e mezzo) su una superficie di 21.041 km2 (poco meno della Lombardia) con una densità molto alta: 229 abitanti per km2 (oggi 315), mentre, nei Paesi vicini, il Guatemala ne contava soltanto 66 e il Nicaragua 20.

5 E. I. CASSIDY, «Romero visto da vicino», in R. MOROZZO DELLA ROCCA (ed.), Oscar Romero…, cit., 126.

6 R. MOROZZO DELLA ROCCA, Primero Dios..., cit., 102.

7 Cfr G. SALVINI, «A venticinque anni dalla “Evangelii nuntiandi”», in Civ. Catt. 2000 IV 350-362.

8 R. MOROZZO DELLA ROCCA, Primero Dios…, cit., 133.

9 De la locura a la esperanza. La guerra de 12 años en El Salvador. Informe de la Comisión de la Verdad para El Salvador, Naciones Unidas, San Salvador - New York, 1993, 133.

10 R. MOROZZO DELLA ROCCA, Primero Dios..., cit., 214.

11 Secondo i suoi biografi, sarebbe dubbia l’autenticità della celebre frase di Romero: «Se mi uccidono, risusciterò nel popolo salvadoregno», attribuitagli dopo la morte da un giornalista guatemalteco sulla rivista Excelsior: cfr ivi, 239-242.

12 Ivi, 166.

13 Ivi, 148.

14 Ivi, 365.

15 Giovanni Paolo II, Lettera enc. Redemptor hominis, n. 13.

© La Civiltà Cattolica 2005 IV 237-250 quaderno 3729

 

 

 

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