Ecco i medici del buonumore: nasi rossi e camici multicolore sono la
divisa dei “Giullari di Dio”. I ferri del mestiere? Palloncini di tutte
le forme, musica e sorrisi. Una formula collaudata dal famoso Patch
Adams per donare forza e allegria a chi soffre negli ospedali o nelle
comunità. L’associazione torinese, nata nell’ottobre 2004, raduna
giovani da tutto il Piemonte “E’ tutto frutto dell’amore per contagio e
del passaparola” spiegano i volontari.
La storia parte da un gruppo
di amici che si trovano a condividere un progetto tessuto dalle mani del
Signore su vie imperscrutabili e razionalmente incomprensibili all’uomo.
Solo l’Amore lo può spiegare ed accogliere! Quattro anni fa, Alice, una
bambina che ora ha sette anni, entra in coma e viene ricoverata
all’ospedale infantile di Torino, dove si trova tuttora. Il papà e la
mamma, trascorrendo accanto a lei ore ed ore, conoscono due clown già
volontari in quel reparto, in arte Cele e Goccia di Sole. Un incontro
che si trasforma subito in amicizia. Il sorriso si svela anche sul volto
dei due genitori che apprezzano ciò che i clown donano alla loro bimba e
la speranza e la forza che infondono in loro stessi: nasce la volontà di
donare sorrisi ad altre persone. Così, Felice e Vilma iniziano a vestire
i panni di Gervaso e Favola. Ora i “Giullari di Dio” sono una trentina…
Pomodoro è in verità il 32enne Antonino Molisano; Crusca è un’insegnante
di religione; Angel è una ragazza non vedente di 27 anni che trasmette
un grande entusiasmo; Campanellino è un’impiegata comunale, Cristina
Ferraglio, con la passione della danza… Tutti hanno scelto di essere
“Giullari di Dio” non solo come passatempo, ma come vero stile di vita.
“Non credo che sia stato un incontro casuale quello con i clown
dell’associazione perché ero in un periodo particolare della mia vita”
ammette la 24enne Cristina “ora riesco ad affrontare i problemi
diversamente: si impara a tirare fuori un sorriso anche nei momenti
difficili e a donarlo agli altri. E’ questo che mi dà gioia!”. Come è
iniziata l’avventura? “A settembre dello scorso anno un’amica si
laureava con una tesi in clowneria e aveva conosciuto questa
associazione: me ne ha parlato e sono stata… contagiata. Funziona!”.
Cosa? “L’amore per contagio: è il motto del gruppo che scriviamo sui
nostri camici” esclama sorridendo Cristina “abbiamo frequentato il primo
corso alla fine del quale ci hanno consegnato una croce a forma di Tau
con una dedica”. Come è stato il primo servizio in ospedale? “Non
facile” sintetizza Cristina “sono scoppiata a piangere perché mi sono
trovata di fronte a una realtà diversa dalla mia, molto più forte che ti
mette a confronto anche con le tue fragilità. Ho subito pensato che
fosse una cosa troppo grande per me, ma il gruppo ti sorregge e ti aiuta
a vincere questo primo momento”.
Una medicina non solo per i ricoverati, ma anche per gli stessi clown:
“Quando esco dall’ospedale mi sento meglio e mi accorgo di aver dato ma
anche di aver ricevuto molto” riprende Cristina, narrando episodi con
pazienti che subito non volevano interagire “alla fine le persone si
aprono e ti raccontano la loro storia”. Come si svolge un pomeriggio di
servizio? “Alle 15 ci troviamo davanti all’ospedale e dopo aver
indossato gli abiti da clown ci dividiamo a gruppi di 5 per reparto fino
alle 18… psichiatria resta il reparto più difficile perché ci sono
pazienti con patologie complesse” spiega Campanellino raccontando che si
ottiene un bel clima coinvolgendo anche le infermiere. Una volta ogni 15
giorni un incontro in sede per condividere le esperienze e alcune
domeniche all’anno di ritiro per imparare nuove tecniche di animazione:
“In questo periodo siamo alle prese con un corso di recitazione e
teatro. A marzo è stato avviato un progetto anche con il carcere
Ferrante Aporti di Torino…”.
Per informazioni:
www.igiullarididio.it
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