Giorgio Abram,
un francescano in prima linea
contro lebbra e miseria in Ghana 


di Alessandro Renzo (da korazym.org)

 

Più che raccontare storie di guarigioni, gli preme di raccontare che pur lentamente e nel rispetto della "religiosità" di quelle popolazioni, egli stia riuscendo a persuadere, che lebbra e ulcera del Buruli non sono condanne soprannaturali. 

Il 17 gennaio padre Giorgio Abram è arrivato a casa giusto per cambiare valigia, visto che il giorno dopo era di nuovo in partenza. Nato a Ronzone 61 anni fa, è un uomo forte e insieme sensibile, concreto ma anche colto, "combattente" di razza, da vent’anni in prima linea contro lebbra e miseria in Ghana. Taglia quasi atletica, fronte alta, maglioncino beige, camicia azzurra come i suoi occhi che ispirano più rispetto che timore, Giorgio Abram è un missionario francescano conventuale. Era venuto nel Trentino per un coloro che sostengono localmente IALO, l’organismo internazionale da lui fondato per combattere la lebbra. Di corsa è tornato in Ghana - nell’area rurale non molto distante da Accra, il Ga District con capoluogo Amasaman - tra la sua gente che ha conosciuto 27 anni or sono e che non ha più lasciato. E dove ha iniziato un progetto per la cura della lebbra dei bambini in Ghana.

Giorgio Abram si oppone al fare classifiche di merito fra una cultura e l’altra, abbracciando l’unica grande sovracultura che le abbraccia tutte: la sovracultura dell’amore. Racconta di quel docente universitario di Berkely, che fu zittito da un collega ghanese durante un congresso internazionale di medicina. "Ma perché mai portate vino e riso sulla tomba dei vostri cari?", l’avevo chiesto l’americano. E il collego africano aveva replicato: "Scusa, ma i vostri cari escono dalla tomba per annusare i fiori che vi deponete?".

Non si vanta dei sui molteplici titoli accademici, delle sue lauree, della sua autorevolezza all’Oms e nel governo ghanese. Non bada all’etichetta, preferisce un lessico forte, ad espressioni levigate antepone quelle ruvide di chi lavora sodo. Racconta e spiega: "In Ghana una malformazione è considerata una maledizione divina. Diciotto anni fa, nella foresta, in una piccola buca coperta da fogliame trovai una bambina appena nata. Era focomelica nelle gambe. La portai alla missione affidandole ad una collaboratrice ghanese a cui, poche settimane prima era morta una figlia. E anche lei, ligia alla cultura ghanese, in un primo tempo ha rifiutato di prendersi cura di questo corpicino finendo, però, nella adozione di Giorgina Abram - questo il nome che le demmo - oggi ormai "figlia" dei sostenitori trentini di IALO".

Di fronte a questa cultura e queste credenze, Giorgio Abram ha la convinzione che soltanto dialogando e confrontandosi possa prevalere la cultura della antisofferenza che, pur con enormi sforzi organizzativi, lo ha portato a costruire in Ghana una chiesa, ospedali e una serie di ambulatori sparsi nel territorio dove si curano, in particolare la lebbra e l’ulcera del Buruli, una malattia forse peggiore della lebbra.

Il nome deriva da quello della località ugandese in cui venne diagnosticata per la prima volta. L’agente che la provoca è un micobatterio. il micobacterium ulcerans, simile, quindi, a quello della lebbra e della tubercolosi, che vive di preferenza lungo corsi d’acqua lenti, attorno o negli stagni, e comunque dove l’ambiente ha subito degradi.

La malattia colpisce quasi esclusivamente i bambini, senza distinzione tra i due sessi. Ancora non si conosce il modo di trasmissione, né esistono attualmente medicine efficaci per fermarlo. L’infezione si manifesta con l’apparire di un nodulo sottocutaneo, che dopo qualche tempo si ulcera. Il nodulo può presentarsi in qualsiasi parte del corpo, ma colpisce prevalentemente gli arti. L’ulcerazione provoca una piaga cutanea che aumenta di superficie, comportando l’occlusione delle vie linfatiche e la trombosi delle vene. Prosegue poi con la distruzione dei tessuti connettivi ed anche delle ossa, con conseguenze tragiche: fissazione delle giunture (ginocchia, gomiti) o addirittura amputazione spontanea dell’arto. Il nodulo facciale devolve sempre in deturpazione del viso e spesso nella perdita dell’occhio.

Finora è stato trovato un solo modo sicuro per guarire l’infezione: asportare chirurgicamente il nodulo sottocutaneo prima dell’ulcerazione. Ad ulcerazione avvenuta, il solo modo di impedire conseguenze irreparabili, è la disinfezione e la fasciatura dell’ulcera, al fine di prevenire infezioni secondarie e di tenere la ferita pulita e, soprattutto, protetta soprattutto da mosche ed altri insetti.


 


 

Padre Abram si spazza l’aria davanti al viso: "Faceva continuamente così, Daddi (Kofi), di circa nove anni accovacciato davanti alla capanna in un piccolo villaggio disperso nell’entroterra del Ghana. Era interamente coperto da cenci dai quali sbucciava il braccio. Si spazzava via le mosche che gli tormentavano quel povero viso. Mi avvicinai, lo scopersi dai cenci. Al ricordo di quelle piaghe rabbrividirei tuttora se ne fossi ancora capace. Ecco il quadro: l’ulcera del Buruli ha già devastato il suo corpicino: le ginocchia sono fisse, in posizione piegata, con le gambe e le cosce che si toccano, consentendogli di assumere solo la posizione fetale. Ma non è tutto: ha due ulcere attive, una tra le cosce ed una sul polso e sulla mano sinistra. La mano è già deformata e piegata all’interno e parzialmente paralizzata. Vive in una povera capanna, dove i genitori si prendono cura di lui e gli danno da mangiare: mi dicono che ha sempre appetito! Lo portano fuori ogni mattina, accoccolato su una stuoia sotto una piccola veranda, e lo riportano nella capanna la sera, per passarvi la notte. La sua unica grande attività durante il giorno è quella di scacciare le mosche, attirate dall’odore delle ulcere, con la mano sana. E non è finita: ha anche una nuova manifestazione della malattia, un nodulo sullo zigomo destro. La faccia appare quindi tumefatta, e in poco tempo il nodulo si ulcererà, seguendo il decorso naturale della malattia. Purtroppo l’ulcera sul viso, oltre che deturparlo permanentemente, congloberà anche l’occhio, distruggendolo. Scostai il telo della tenda dietro il quale v’erano i genitori. Anche per loro il figlio non era stato colpito dalla malattia perché infettato dal microbatterio delle palude dove vi è stato un forte degrado ambientale. No era stato colpito da una maledizione divina. Chiese rispettosamente di poterlo portare con me nella missione per farlo morire, almeno, con dignità".

Giorgio Abram racconta che Daddi, che oggi ha sedici anni, anziché morire con dignità, in cinque, sei mesi si è guarito pressoché totalmente, riportato da lui stesso nella capanna agli increduli genitori. Dopo questa prima esperienza ce ne sono stati altre migliaia di ragazzi guariti nei "suoi" ospedali. Racconta ancora un’altra cosa, che purtroppo come le altre, non sono "storie", ma tristi fatti di vita: "Quest’altro ragazzo ha invece undici anni. Lo chiamerò Kwesi, il nome degli uomini fortunati. Vive praticamente solo, in una piccola capanna vicino a quella della zia. La mamma è morta diversi anni fa. Il papà si è risposato, ma non ha portato il figlio nella nuova famiglia. Forse a causa il suo handicap. Il giovane è stato tormentato dall’ulcera del Buruli fin dall’infanzia. Presenta diverse cicatrici sulle gambe, dove ha ancora un’ulcera attiva alla caviglia. Naturalmente nel corso degli anni altre ulcere simili sono apparse e guarite anche sulle braccia, lasciando la loro infausta traccia. Il braccio sinistro è parzialmente paralizzato, con atrofia dei nervi, tanto che gli è rimasto l’uso di sole tre dita, il pollice, l’indice e il medio. Il braccio destro ... non c’è più! Il moncherino che si vede è il risultato di lunghe sofferenze, con la perdita dei tessuti prima, e l’esposizione dell’osso poi, fino all’amputazione spontanea. In altre parole, per spiegare la crudezza della situazione senza metafore: fino a quando un giorno il braccio si è staccato ed è caduto per terra! In tutti questi anni ha sempre mostrato grande forza d’animo e un’immensa forza di volontà: è autosufficiente, e per dimostrarmelo si è sbottonato e riabbottonato la camicia da solo. A causa del susseguirsi di queste ulcere non ha mai frequentato la scuola. Il suo grande desiderio è di poter guarire in fretta e poi andare a scuola".

La cosa che importa a padre Giorgio Abram di più che raccontare le storie di guarigioni, è raccontare che pur lentamente e nel rispetto della "religiosità" di quelle popolazioni, egli stia riuscendo a persuadere con dolcezza ma con fermezza che è giusto combattere il dolore, che lebbra e ulcera del Buruli non sono condanne soprannaturali, che la piaga che genera altre piaghe è remissività.

Ha premura di tornare subito in Ghana. L’aereo a Malpensa lo aspetta. Si scusa ed è profondamente dispiaciuto, ma non può proprio permettersi a perdere tempo. E ci consegna il testo dell’ultimo progetto del "Piano d’azione triennale 2004-2007" del programma nazionale di lotta alla lebbra in Ghana, il Ghana Leprosy Service. Istituito ufficialmente nel 1950 al fine di sviluppare e attuare prassi e programmi atti a ridurre la trasmissione della lebbra (Leprosy Control Programme), nel contempo ha come obiettivo di ridurre le disabilità connesse a tale malattia. Sin dall’inizio - e per diversi anni - è stato un programma verticale. Dopo un graduale passaggio delle consegne iniziato negli anni ’80, ora, attraverso il servizio di medicina di base, il programma è quasi totalmente integrato nel programma sanitario generale del Ghana.

Il testo descrive, dopo un’introduzione, la situazione iniziale. Quindi, vengono descritte le finalità del lavoro futuro. Infine, vengono illustrati l’impegno, le strategie e le attività nei tre anni coperti dal piano.

 

link correlati:

Un progetto per la cura della lebbra dei bambini in Ghana

Clicca qui per leggere il testo del Ghana National Program - Piano d’azione triennale 2004-2006.

 

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