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Sono
donne «comuni», ma legate da un tenace filo rosso che le rende sorelle nella
speranza al di là di ogni speranza umana. Le ho incontrate sulle strade
della sofferenza e della fatica quotidiana in diversi Paesi del nostro
pianeta. Ho sostato accanto a loro per condividere e cercare di lasciarmi
abitare dalle storie della gente che è diventata tutta la loro famiglia. Con
il loro altruismo radicale e il loro amore totalmente gratuito riescono a
dare un futuro a chi non ce l'ha o, perlomeno, a rendere meno drammatico il
presente.
Ne ho scelte quattro che rispecchiano nella loro vicenda quella di tante
altre, a cominciare da Laura Pierino, una giovane ragazza che, in Mozambico,
da sola, sta realizzando sogni che sembrano impossibili. Lei stessa va
ripetendo: «È un attimo vedere un sogno trasformarsi in realtà: basta
crederci! Basta ogni mattina ricominciare a sognare l'impossibile!».
Laura, con gli ultimi del Mozambico
«Laura dei miracoli», come affettuosamente ho ribattezzato Laura Pierino
(nella foto in questa pagina), era un'impiegata torinese che viveva
gioiosamente fra le sue coetanee, amava sciare e fare windsurf . Durante
alcuni viaggi in Africa per conoscere la vita delle popolazioni sotto il
profilo antropologico e culturale, rimane dolorosamente folgorata dalla
solitudine e dall'emarginazione di tante persone che rappresentano, per il
mondo che conta, solo un numero. O forse neppure. Decide di andare a
trascorrere, nel nord del Mozambico, un periodo di tempo per cercare di
capire i problemi della gente. Si ritrova tra bambini denutriti, mamme
consumate dalla sofferenza, persone da ascoltare e, soprattutto, da amare
nella povertà di un'esistenza dove ogni gesto, ogni passo, ogni scelta è
pesante fatica.
Quando rientra in Italia decide: il suo futuro è in Africa, tra coloro che
non hanno voce. Lascia il lavoro e la famiglia - è figlia unica - ritorna
nel Paese africano, ma questa volta va a vivere nella baracca di un barrio
(quartiere) della città di Pemba, dove povertà materiale e morale si
mescolano in una miscela esplosiva. Non c'è acqua né luce, soltanto fango,
miseria materiale e morale. Prime ospiti sono due ragazzine orfane, ma in
breve arrivano altre persone attratte dal suo uscio sempre aperto e dalla
sua totale amorosa disponibilità.
Scrive agli amici che la seguono dall'Italia: «...Ho sentito lo sguardo
degli ultimi trasformarsi in un grido silenzioso. Il grido di chi neppure
più sa che cosa è il diritto alla vita perché i vivi sono gli altri. Ho
sentito che la speranza esiste sempre nel cuore dell'animo umano, seppure
repressa dalla paura, schiacciata dalla sofferenza, soffocata dalla
rassegnazione... Ho visto Gesù Cristo avvicinarsi nel volto di questi e di
molti altri come loro. Non mi cercare lontano - ha detto - eccomi qui. Ed io
ho capito che Lui nasce fra di noi ogni giorno».
È stata questa scoperta a guidare le sue scelte e a darle la forza di una
condivisione fatta di ascolto, di accoglienza, ma anche di promozione delle
potenzialità di tante persone che per la prima volta si sono viste trattate
come esseri umani con una propria storia e il diritto a un futuro.
In pochi anni, con l'aiuto di una catena di amici italiani ha creato: un «Lar
da Esperança», una casa che accoglie durante il giorno un centinaio di
ragazzi di strada che imparano un mestiere; un lebbrosario costruito dagli
stessi lebbrosi che hanno ritrovato il coraggio di gestire la propria vita
in modo dignitoso; capanne che ospitano ragazzine incinte e bambini orfani,
neonati idrocefali, anziani malati e abbandonati.
Lei si alza alle cinque del mattino per andare a caricare taniche di acqua
per tutta la sua grande famiglia, alla quale dedica senza risparmi ogni ora
della giornata. Una vita dura, con continue emergenze e difficoltà, che a
volte paiono insuperabili, con sconfitte e risalite verso la luce.
Un'esistenza sostenuta dalla preghiera con la quale all'alba Laura apre le
sue giornate nella piccola capanna divenuta la cappella del suo villaggio
dell'amore e della speranza.
Così lei stessa la descrive: «Sempre di meno mi sento capace di raccontare a
chi mi chiede della mia esperienza. Posso dire però che vivo una vita
meravigliosa. Agli occhi di molti può sembrare assurdo trovare meravigliosa
una quotidianità fatta di sacrifici, di rinunce, di gente che soffre... ma
per chi vede con i miei stessi occhi, questa è una vita vera, costruita da
gesti di amore, di condivisione, di servizio incondizionato ai più poveri,
ai più bisognosi... Più la mia vita si trasforma in un esistere per l'altro
e non esistere per me stessa, e più scopro di esistere, scopro
l'essenziale... e questo mi basta per dare un senso pieno alla mia vita».
Chiara, «passero con un'ala sola»
Sempre in Africa, ma questa volta nel Congo crocifisso dalle continue stragi
e dallo sfruttamento delle multinazionali, opera invece da quindici anni
Chiara Castellani, medico volontario prima in Nicaragua, durante gli scontri
fra sandinisti e contras, divenuta chirurgo di guerra sul campo. A Kimbau,
nella savana, dirige un ospedale senza acqua e senza luce, con scarsa
disponibilità di medicinali e un'ostinata volontà di promuovere i diritti
degli ultimi.
«L'Africa non ha solo bisogno di aiuti materiali. Prima ancora ha bisogno di
giustizia e di legalità», ripete con insistenza durante le sue visite in
Italia, quando incontra gli amici che la seguono anche attraverso un sito
telematico divenuto assai efficace. E in questa direzione sta operando
accanto alla sua attività di medico, convinta che fin quando gli africani
non potranno vedere rispettati i loro diritti alla salute, all'istruzione,
alla pace, a una qualità di vita dignitosa, gli aiuti, che il Nord del mondo
offre al Continente nero, rischiano di andare dispersi nelle maglie di un
assistenzialismo che non riesce a risolvere i problemi sempre più drammatici
che affliggono questo Paese.
Chiara, che oggi ha cinquant'anni ed è priva di un braccio - perso durante
un incidente automobilistico mentre era diretta a Kinshasa - è responsabile
di una scuola per infermieri, lavora per la formazione civile, politica e
culturale della sua gente, in stretta collaborazione con il vescovo della
diocesi di Kenge, monsignor Mudiso. Durante la guerra fra Mobuto e Kabila ha
visto uccidere amici e collaboratori, ha pianto sui morti dei villaggi rasi
al suolo e bruciati dai mercenari, continua a piangere ogni volta che non
riesce a salvare un bambino, una donna, un uomo da una morte che si sarebbe
potuta evitare se l'Africa non pagasse continuamente le ingiustizie di un
pianeta dove il 20 per cento della popolazione gode delle risorse e l'80 per
cento si deve accontentare delle briciole.
Per questo «doctora Clarita», come la chiamavano i suoi ammalati del
Nicaragua, ha deciso di non venire via dalla Repubblica Democratica del
Congo: anche se adesso deve operare aiutata da un infermiere chirurgo; anche
se le sue uscite nella brousse per le vaccinazioni - è l'unico medico per
100 mila abitanti - sono sempre più faticose, perché la malaria l'assale
periodicamente; anche se le delusioni e i rischi sono tanti, le difficoltà
sempre maggiori, con l'aids che compie delle stragi e lei non ha i mezzi per
curarlo.
La sua determinazione a non abbandonare persone che senza di lei sarebbero
completamente dimenticate, è aumentata. Ora anche lei, dopo aver amputato i
feriti saltati sulle mine, è diventata un'amputata, «un passero con un'ala
sola», e ha scoperto che si può continuare a volare con l'aiuto e la
solidarietà degli altri. Questa emigrazione, non solo con il cuore e l'anima
ma con tutto il corpo, nella terra di coloro che sono stati feriti dalla
vita e dalla violenza, le dà il coraggio di ricominciare ogni mattina,
affidandosi all'abbraccio di Nzambi, Dio in kikongo , che ha pensato di
salvarmi perché continuassi a sognare insieme con lui e con chi ha una sola
speranza, quella di essere amato dal Padre degli ultimi e degli oppressi».
Ernestina, nelle favelas di Bahia
Dall'Africa all'America Latina. Nel Brasile, che sta cercando con fatica di
emergere dalle sue tante povertà, opera invece Ernestina Cornacchia, una
donna dal vigore umano e operativo straordinario, ricca di una fede che
smuove le montagne e coinvolge chi l'avvicina.
La sua biografia è avvolta da un dinamismo che spiega come sia riuscita a
trasformare situazioni difficilissime.
Coltivatrice diretta nei campi di famiglia in quel di Mantova, ha studiato
come assistente sanitaria e per trent'anni ha svolto questa professione in
una Asl. Quando è andata in pensione, ha realizzato il sogno dei suoi anni
verdi, quello di andare come missionaria laica nel Terzo Mondo. Prima in
Ruanda e poi nello Stato di Salvador de Bahia, dove è andata ad abitare in
una favela così segnata dalla violenza che la stessa polizia vi gira al
largo. Condivide giorno e notte le disperate condizioni di vita degli
abitanti, i quali non solo l'accettano e la rispettano, ma si fanno
coinvolgere nella promozione dei propri diritti umani e sociali. Ha creato
ambulatori, farmacie con le erbe medicinali del posto, scuole, laboratori di
falegnameria e di cucito, consultori e persino una radio che ogni giorno
informa sugli avvenimenti della comunità, sulle proposte e iniziative.
La violenza giorno dopo giorno è scomparsa, la gente ha ritrovato la
speranza e il coraggio di rivendicare le proprie necessità; il barrio,
ribattezzato da paz, cammina ora con le proprie gambe verso un futuro
dignitoso e di sviluppo. Terminata questa missione, Ernestina si è
trasferita in un'altra zona della baia di Todos Los Santos, ad Acupi, dove
si dedica alla promozione dei diritti umani, in particolare di quelli delle
marisqueiras , le raccoglitrici di molluschi dell'oceano che vivono e
lavorano in condizioni drammatiche, immerse nell'acqua ed esposte a malattie
e sfruttamento. Ernestina sta realizzando per loro un progetto di sostegno
con cooperative, corsi di alfabetizzazione e di formazione.
«Dopo secoli di schiavitù fisica e psicologica, dopo avere subito violenze e
tradimenti continui, le donne non hanno più nessuna stima di se stesse,
ritengono di non valere niente. Con la pedagogia dei piccoli passi siamo
riusciti a portarle a una vita nuova che dà loro il coraggio di sottrarsi
alle angherie e alle violenze.
«Il Signore vuole le sue figlie in piedi. Gesù non ha detto alla figlia di
Giàiro. Fanciulla, alzati e cammina!? I poveri, proprio perché poveri, hanno
diritto ad avere il meglio e poi ci aiutano a ritrovare la nostra ricchezza
interiore, il nostro colloquio continuo con Cristo».
Sara, nel lebbrosario di Bombay
Concludo questa breve carrellata di donne «comuni», eroiche nel quotidiano,
con Sara D'Melo, la splendida donna indiana che da ricca si è fatta povera
per aiutare i senza casta del suo Paese. Dopo essere stata per anni
insegnante in un raffinato college e avere condotto una vita lussuosa, ha
scoperto, prima accanto a madre Teresa di Calcutta e poi per proprio conto,
l'infinita miseria e solitudine degli ultimi fra gli ultimi.
A quarantacinque anni ha lasciato la sua condizione agiata e i suoi
privilegi per andare a vivere in un lebbrosario di Bombay, dove è riuscita a
cambiare le disumane condizioni di esistenza degli ammalati.
Dopo alcuni anni, nel quartiere a luci rosse di Kamathipura, il più grande
bordello dell'India dove su 58 mila persone ci sono 6 mila 500 lavoratori
del sesso, Sara ha deciso di occuparsi dei figli delle prostitute. Cerca di
strapparli al loro destino che è quello delle proprie madri, offrendo loro
la possibilità di un futuro diverso, di un'esistenza degna di questo nome.
Che cosa la muove? Ogni persona umana ha diritto di mangiare, di avere un
letto e l'acqua potabile. Ha diritto alla salute e alla propria dignità.
Milioni di persone sono escluse da questi diritti elementari. Non posso
accettarlo, soprattutto noi donne non possiamo accettarlo, risponde, con un
sorriso che emana una luce che accarezza e dà speranza.
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