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Missione… possibile! Fra Joachim Giermek, OFMConv, Ministro generale, parlando della sua visita alla Basilica di Sant’Antonio (Sent Antuan) ad Istanbul, sottolinea che ciò che vivono i frati ad Istanbul “è vero per tutte le altre missioni in cui testimoniamo umilmente il Vangelo di pace e riconciliazioni in Cristo Gesù. |
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“Il 13 giugno scorso mi trovavo ad Istanbul, per celebrarvi il centesimo anniversario della dedicazione della nostra Basilica di Sant’Antonio (Sent Antuan). La festa è stata organizzata in maniera eccellente dal delegato generale, fr. Atanazy Sulik, e dal parroco, fr. Anton Bulai, con l’aiuto degli altri frati della delegazione. Tra gli ospiti invitati vi erano il Nunzio Apostolico (che ha presieduto la celebrazione), il vescovo di Istanbul, dieci rappresentanti delle altre antiche Chiese Cristiane dell’area, i ministri provinciali d’Abruzzo e Romania, i vicari provinciali di Padova, Varsavia e Danzica e la delegazione provinciale di Bulgaria al completo. “La sera prima della festa ho presieduto l’Eucaristia in memoria dei frati defunti che hanno servito la basilica durante il secolo trascorso, per gli amici, i parenti e i benefattori, gli architetti e gli operai. Al posto dell’omelia, fr. Alfonso Sammut ha fatto un discorso adatto alla circostanza, non limitandosi a segnalare il senso della nostra presenza francescana conventuale durante il secolo scorso, ma presentando attraverso brevi quanto illuminanti pennellate l’intera storia della nostra presenza francescana conventuale dagli inizi, quando Frate Elia fu nominato primo ministro provinciale del Medio Oriente e fr. Benedetto fu inviato come primo missionario. “A tutti noi che eravamo presenti è stata ricordata la gloriosa tradizione dei frati a Costantinopoli, prima che questa diventasse Istanbul: la chiesa ed il convento di San Francesco erano il centro spirituale, politico e culturale della città e della zona durante il tempo della dominazione latina; i nostri frati erano arcivescovi e patriarchi. In seguito, dopo l’avvento dei musulmani, la chiesa fu dapprima trasformata in una moschea e poi distrutta in un incendio. La chiesa ed il convento non furono mai ricostruiti, e neppure fu edificata nel sito una nuova moschea. Noi frati conventuali abbiamo continuato ad essere presenti nella città, ed abbiamo realizzato un sogno attraverso la costruzione della chiesa di Sant’Antonio un secolo fa. La basilica, a motivo della sua grandezza e della sua bellezza architettonica, è a tutt’oggi un punto nodale della presenza cristiana in un contesto culturale che vede il predominio della componente musulmana.
“Ho concluso il mio breve intervento durante la celebrazione rilevando con gioia che questo tipo di testimonianza “in tono minore” risponde esattamente a ciò che siamo chiamati ad essere e a fare: testimoniare Gesù Cristo e il suo Vangelo per mezzo di una vita comune di pace e riconciliazione che inviti coloro che stanno intorno a noi a porsi questa domanda fondamentale: “Perché, per chi questi fratelli vivono in questo modo?”. Mi sono anche rivolto ai capi ed ai rappresentanti delle altre Chiese Cristiane presenti, offrendo il nostro convento e la nostra presenza come un accogliente punto di convergenza, prima di tutto per tutti i Cristiani, ma anche per tutte le persone di buona volontà a prescindere dalla fede che professano o meno. “Sono convinto che i nostri frati possono fare queste cose proprio perché — e nella misura in cui — esercitano il proprio carattere profetico. Il nostro stato di “esenti” ci offre la libertà di interagire e renderci disponibili attraverso modalità non sempre facilmente praticabili da parte del clero secolare. Il fatto di essere identificato con San Francesco e Sant’Antonio ha un valore incalcolabile ed è in se stesso un fattore in grado di fare la differenza. Non so se il Santo Padre noterà gli effetti della nostra umile presenza nella sua visita alla città il prossimo novembre: so, invece, che il nuovo Nunzio Apostolico li ha notati, ed è estremamente grato a noi per ciò che siamo, per dove siamo e per come vi stiamo. “Ciò che ho appena detto su Istanbul è vero per tutte le altre missioni in cui testimoniamo umilmente il Vangelo di pace e riconciliazioni in Cristo Gesù. Ciò può accadere e di fatto accade regolarmente tanto nei grandi santuari come nelle povere stazioni missionarie. Voglia Dio che non perdiamo di vista la nostra chiamata. Piuttosto che limitarci a narrare le glorie di un passato ormai remoto, abbiamo bisogno di ricreare tali glorie nei tempi nuovi, in nuove circostanze, con nuovi popoli.” Fr. Joachim A. Giermek |
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