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L'intuito di una suora Il genio di un ragazzino La storia del jazzista Lionel Hampton |
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Una mattina di quattro anni fa l'arcivescovo di New York Edward Egan andò in visita nella scuola elementare della parrocchia di Saint Mark a Harlem, in una zona del quartiere abitata da afroamericani e molto povera. In un salone gremito all'inverosimile da genitori e parenti, finita la recita dei bambini, Egan cerca di guadagnare faticosamente l'uscita. Tra la folla che si accalca per salutarlo c'è un vecchio negro dall'aria sofferente, in carrozzella, che gli allunga la mano, e quando riesce a stringere quella del cardinale lo attira a sé - come uno che debba confidare a bassa voce un segreto. Infatti all'orecchio dell'arcivescovo il vecchio sussurra con la poca voce che ha in corpo: «Madre Katharine mi pagò le lezioni di pianoforte!» Egan, capendo a stento nella calca ciò che l'uomo gli sta dicendo, non trova di meglio che esclamare: «Come è stata gentile, madre Katharine!». E poi: «E lei, signore, come si chiama?» «Mi chiamo Lionel Hampton», risponde l'anziano invalido. Il cardinale sussulta. Lionel Hampton, è una leggenda del jazz, uno fra i cinque o sei più grandi nomi del jazz di tutti i tempi. Ed era quell'uomo in carrozzella che gli stava davanti nella scuola di una parrocchia di Harlem in una mattina di primavera del 2002, all'età di novantaquattro anni. Pochi mesi dopo Hampton sarebbe morto, ma da molti è ricordato, oltre che per la sua straordinaria musica, per le centinaia di case costruite per le famiglie povere a New York. Parrocchiano della chiesa di Saint Mark, a novantaquattro anni, malato, non aveva voluto mancare alla festa dei ragazzini della scuola.
Ma non è una fiaba, come
spiega con serena certezza il cardinale di New York. Semplicemente, la suora
che comprese che quel bambino "doveva" prendere lezioni di pianoforte era
una vera educatrice. Una che non aveva solo in mente come dare a quel
ragazzo le "competenze" necessarie a dargli un mestiere, ma, avendo
intravisto in lui il bagliore di un singolare talento - come la luce ancora
offuscata di un diamante grezzo - sapeva di doverlo coltivare. Chissà, forse
qualche saggio avrà detto che quella suora era matta, e che quel bambino
aveva più urgente bisogno di imparare un mestiere sicuro. Ma lei, era certa.
Forse perché aveva osservato come quel ragazzino guardava le dita di un
pianista, durante una festa a scuola. Forse perché aveva visto come
istintivamente quelle mani di bambino si muovevano sulla tastiera - come se
Dio, le avesse messe al mondo apposta. Educare, è anche riconoscere, nel
seme, la pianta; nel segno, la vocazione. La santa che riconobbe in un
bambino un genio del jazz, è anche la storia dell'antico talento educativo
cristiano.
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