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Padre
Placido, nato a Cherso (cittadina dell'Istria, allora
appartenente all'impero austro-ungarico, oggi alla Croazia) il 7
marzo 1907 entra all'età di diciassette anni nell'Ordine dei
Frati Minori Conventuali, nel seminario antoniano di
Camposampiero (Padova).
Nel febbraio del 1937 viene nominato Direttore del "Messaggero
di S. Antonio" dove per sei anni ebbe modo di manifestare la sua
versatilità, il suo talento, e le sue competenze grafiche che
gli servirono per falsificare documenti d'identità dei
fuggiaschi e così permetterne l'espatrio.
Negli anni dell'ultima guerra gli venne affidato l'incarico
dall'allora Nunzio Apostolico in Italia, monsignor Francesco
Borgoncini Duca e dal Ministro Provinciale dei Conventuali,
padre Andrea Eccher, di assistere ebrei, slavi (parlava bene il
croato), prigionieri rinchiusi nel campo di concentramento nella
periferia di Padova.
Nelle sue iniziative, in particolare dopo il crollo del
fascismo, si prodigò con dedizione al “salvataggio” delle
persone ricercate dai nazifasciti. Dal suo confessionale nella
Basilica del Santo a Padova, padre Cortese accoglieva le
richieste disperate dei fuggiaschi, forniva loro denaro e
documenti d'identità falsificati, utilizzando le fotografie
lasciate dai pellegrini, come preghiera per una grazia ricevuta
o ancora da ricevere.
Pur sentendo di essere braccato, padre Placido, con carità e per
amore di Dio, continuò ad aiutare gli ebrei in fuga verso la
Svizzera, dove godeva di numerosi contatti grazie alla rete FRA
MA (Franceschi Marchesi), un'organizzazione di punta della
resistenza, incurante dei rischi e sostenuto dalla fede.
Anche se avrebbe potuto sfuggire a questo pericolo,
trasferendosi in altro convento, egli pregò il suo superiore, di
continuare il suo servizio ai fratelli perseguitati.
L'8 ottobre 1944 venne consegnato alle SS, che attendevano oltre
il sagrato della Basilica - all'interno della quale il frate
godeva della extraterritorialità pontificia -, da un ragazzo
croato suo amico, che gli aveva teso una trappola facendolo
chiamare dal portinaio del convento per prestare un soccorso
d'urgenza ad alcuni rifugiati.
In seguito di lui si persero le tracce. Solo dopo un silenzio
lungo decenni riemergerà la sua storia. Quel che è certo è che
padre Placido venne martirizzato nella sede della Gestapo di
piazza Oberdan, a Trieste. Dicono alcuni testimoni oculari che,
durante gli interrogatori, nonostante le torture inaudite, si
addossò ogni responsabilità e non rivelò alcun nome dei suoi
collaboratori della rete della carità.
Dettagli importanti sulla vicenda umana e spirituale del frate,
nonché alcune testimonianze inedite di chi lo vide, nei suoi
ultimi giorni nel carcere di Trieste, sono contenuti in un
volume, con allegato un DVD della durata di 40', dal titolo
“Padre Placido Cortese. Il coraggio del silenzio” (Edizioni
Messaggero Padova, 2007, Pagg. 96, Euro 10).
Frutto di un'inchiesta che ha avuto inizio nell'ottobre 2004, il
volume (con illustrazioni del pittore Vico Calabrò) è stato
curato da Paolo Damosso, regista cinematografico e televisivo,
che ha realizzato numerosi lavori per la “Nova-T”, il centro di
produzione dei Frati cappuccini italiani.
A risaltare è una testimonianza fra le tante: quella di Ivo
Gregorc, che dopo l'armistizio dell'8 settembre del 1943 era
entrato a far parte della Croce Rossa slovena, per poi essere
arrestato dalla Gestapo insieme ad altri sui colleghi, con
l'accusa di spionaggio contro i tedeschi.
Gregorc, che condividerà gli ultimi giorni di vita di padre
Cortese nel bunker di piazza Oberdan a Trieste, dove era stato
trasferito per l'interrogatorio prima di essere deportato nel
campo di concentramento di Dachau, racconta nel volume che il
frate, sebbene orribilmente picchiato e torturato, “non ha mai
parlato, mai tradito. Passava tutta la notte in preghiera, a
mezza voce”.
Vladimiro Vauhnih, colonnello sloveno, capo della rete
informativa pro-alleati, ha raccontato infatti che: “Al
religioso la Gestapo cavò gli occhi, tagliò la lingua e lo
seppellì vivo”.
Allora non ancora ventenne, Gregorc ricorda di aver potuto
parlare con padre Cortese, il quale lo aveva riconosciuto, dopo
averlo incontrato mesi prima in uno dei chiostri della Basilica
di Padova, e gli aveva detto laconicamente: “Prega e taci”.
Quando morì padre Placido aveva 37 anni. Dal gennaio 2002 è
stata avviata, proprio a Trieste, la causa di beatificazione di
questo martire della carità che le gente chiama già il “Padre
Kolbe padovano”.
Rielette a distanza di tempo, suonano ora tristemente profetiche
e come una testimonianza di profonda fede alcune parole che
padre Placido scrisse da giovane: “La religione è un peso che
non ci si stanca mai di portare, ma che sempre più innamora
l'anima verso maggiori sacrifici ... fino a morire tra i
tormenti come i martiri del cristianesimo”.
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