Raoul Follereau, il vagabondo della carità

Trent’anni fa moriva il giornalista e conferenziere cattolico francese che divenne noto in tutto il mondo come "l’apostolo dei lebbrosi". Utopista ma non ingenuo, fu un antesignano della globalizzazione, convinto come era che di fronte a un problema planetario, la lotta doveva essere condotta sulla stessa scala.

di Enzo Romeo, Jesus febbraio 2008
 

 

 

 

 

 

 

 

Raoul Follereau con la moglie mentre si occupano
di un gruppo di lebbrosi in un villaggio indiano.

Nell’ultima apparizione in Tv, nel giugno del 1977, Raoul Follereau raccontò la storia della lebbrosa africana la cui foto sorridente era appesa nel suo studio. Quando la incontrò, la donna aveva già perso due figli, morti di fame, non di lebbra. Lei stessa aveva fame e i suoi piccoli s’erano sfiniti a succhiare dalle mammelle vuote, lanciando piccoli lamenti finché le labbra non avevano smesso di muoversi. Anche il terzo bambino stava per morire di stenti. «E lei lo guardava», sono le parole di Follereau, «ormai oltre le lacrime e la disperazione, rassegnata». Passò di lì un sottotenente medico. Vide la lebbrosa e il bambino agonizzante e li mise nella sua macchina senza dire una parola. «Lei lo lasciò fare: morire lì o altrove che cosa volete che le importasse? Portata al comando, fu immediatamente ricoverata e guarì. Quanto al bambino la cosa fu semplice. La moglie dell’ufficiale medico aveva un bebè della stessa età, grasso, roseo e paffuto e che non riusciva ad arrivare alla fine della poppata. Sa, quando ce n’è per uno ce n’è per due... Il bambino nero, un po’ confuso, un po’ sorpreso dalla bianchezza di quella carne, esitò: all’inizio dovettero forzarlo, fino a che non divenne vorace. Quello era il segno che si sarebbe salvato».

Non è una favola, è una storia vera. E non esiste una morale da tirare, ma un fatto da considerare. Disse Follereau al giornalista che voleva saperne di più: «La conclusione? Non ce n’è una. La lebbrosa è guarita ed è tornata al suo villaggio. Il bambino oggi è un adolescente. Il sottotenente medico sarà diventato, immagino, capitano e adesso si troverà in qualche altro posto. Quanto a sua moglie, alla nutrice, se le avessero detto che aveva fatto qualcosa di straordinario sarebbe rimasta sorpresa: era una donna che amava rendersi utile. Ne ha avuto l’occasione e lo ha fatto, con tutto il cuore, semplicemente».

L’avventura di Follereau "apostolo dei lebbrosi" era iniziata molti anni prima. Nel 1936 stava attraversando il deserto del Sahara. V’era andato già diverse volte, in veste di giornalista e di credente, per raccontare la vita di padre Charles de Foucauld, il piccolo fratello del deserto. A un certo punto il radiatore della sua auto si mise a bollire e i passeggeri furono obbligati a una sosta per far raffreddare il motore. Fu allora che apparvero dei fantasmi d’uomini che si trascinavano a stento, lo sguardo pieno di paura. Follereau con il suo proverbiale impeto li chiamò, li invitò ad avvicinarsi, ma quelli si allontanarono e si nascosero. Allora si rivolse al suo accompagnatore. «Chi sono?», chiese. «Lebbrosi», rispose quello. E non seppe aggiungere altro, né spiegare perché vivessero da reietti, isolati da tutto e tutti. «Quel giorno», raccontò anni dopo Follereau, «capì che esisteva un crimine imperdonabile, degno di qualsiasi castigo, un crimine senza appelli e senza amnistia: la lebbra».

 


Un ritratto di Follereau
(foto Archivio Aifo)

Quell’incontro nel deserto fu un caso. Forse. L’uomo di carità è colui che è attento alla sofferenza degli altri. L’adolescenza di Follereau era stata stravolta dalla Grande Guerra. Quando scoppiò il primo conflitto mondiale aveva appena 11 anni (era nato a Nevers nel 1903). Il padre venne chiamato alle armi. La piccola fabbrica di famiglia, che produceva attrezzi per l’agricoltura, fu convertita in "industria bellica". Non c’era più spazio per i sogni e per i giochi. Anche Raoul, insieme al fratello maggiore, fu costretto a lavorare alle macchine per produrre proiettili. La scuola divenne un lusso, ma il ragazzo ostinato studiava la sera con l’aiuto di un anziano sacerdote. Le ostilità sembravano non cessare più, infinito l’elenco dei morti. A casa si pregava perché fosse risparmiata la vita del proprio congiunto. Purtroppo non fu così. Nel 1917 avvenne ciò che tutti temevano: il soldato Follereau venne ucciso in battaglia, nella Champagne. Raoul aveva 13 anni ed era uno dei tre milioni di francesi resi orfani dalla guerra.

Il disastro bellico in Francia s’era sovrapposto a un altro conflitto, che riguardava questa volta le coscienze e bruciava negli animi più sensibili ai valori della religione cristiana. Nel 1905, con la cosiddetta legge Combes (dal primo ministro che l’aveva proposta, un ex seminarista divenuto massone), la Francia aveva dichiarato solennemente la separazione tra Stato e Chiesa. Gli edifici di culto vennero espropriati, gli ordini religiosi disciolti e costretti all’esilio.

Raoul, che aveva studiato presso i Fratelli delle scuole cristiane, sperimentò su di sé l’anticlericalismo. Nel 1920, agli esami per l’ingresso alla facoltà di Filosofia, venne bocciato per due volte nonostante la sua dissertazione fosse tra le migliori. Ma non piacevano le tesi esposte e dunque... Dovettero intervenire le organizzazioni degli ex combattenti per difendere il figlio di un caduto in guerra. Il ministro dell’Istruzione, per evitare lo scandalo, ammise d’ufficio Follereau alla Sorbona.

Del resto, quel giovane era già una piccola personalità. Dall’età di 15 anni aveva scoperto la sua vena di comunicatore. La sua prima conferenza la tenne nel 1918 nel cinema della sua città, in occasione di una cerimonia per ricordare le vittime del conflitto mondiale. "Dio è amore", fu il titolo. Studente brillante, Follereau a vent’anni era già laureato in Filosofia e Diritto. Sentiva in sé la vocazione di difensore degli ultimi, di lottatore contro le ingiustizie. Scelse la strada dell’avvocatura, ma nello studio dove iniziò a lavorare la prima causa che gli affidarono fu quella per un divorzio. Sbatté subito contro il muro della propria coscienza e dovette trovare altri strumenti per portare avanti la sua battaglia.

L’occasione si presentò presto, sotto forma di un posto quale segretario di redazione del giornale parigino L’Intransigeant. L’ambito intellettuale e dell’informazione era il più adatto a lui. Allargò presto i suoi impegni e nel 1927 fondò la Lega dell’Unione latina, un’organizzazione che si proponeva di difendere la civiltà cristiana contro tutti i "paganesimi" e le "barbarie". Follereau aveva elaborato la sua esperienza giovanile: le divisioni interne alla Francia, il ripudio della tradizione e delle radici cristiane su cui pure si fondava la nazione; e poi, la tragedia bellica generata da anacronistiche contrapposizioni tra le vecchie potenze dell’Europa.

Da questo passato Follereau vedeva proiettare ombre sul futuro, che di lì a pochi anni avrebbero preso drammaticamente corpo. Chi erano i nuovi barbari temuti dalla sua Lega se non la triade con cui avrebbe fatto i conti tutto il XX secolo? Il germanismo, che sarebbe sfociato nella follia nazista; il bolscevismo, che avrebbe applicato la ricetta comunista sotto forma di feroce dittatura; e la corsa al denaro, che più avanti sarebbe divenuta quasi un’ideologia con il nome di consumismo, alimentata dalle ricette iperliberiste con al centro di tutto il mercato e la Borsa.
 


Una famiglia di lebbrosi
davanti alla loro casa nei pressi di Calcutta

Follereau era un vulcano: giornalista, drammaturgo, poeta, conferenziere... E intanto viaggiava all’estero, si recava in ogni luogo dove poteva esserci un’impronta francese o latina. Nel 1929 il ministero della Pubblica istruzione, forse per "risarcirlo" della discriminazione che aveva subito anni prima agli esami di ammissione universitaria, gli affidò una ricerca sull’influsso culturale francese in America del Sud. Nel suo rapporto scrisse di aver trovato dovunque i religiosi e le religiose francesi, cacciati dal proprio Paese a causa delle leggi del 1905. Avevano fondato scuole, collegi, università ed erano divenuti i migliori ambasciatori della patria che li aveva rifiutati. Chi aveva incaricato Follereau della missione si aspettava certo altre conclusioni...

Durante quel viaggio il giornale argentino La Nacion gli commissionò il reportage su de Foucauld che lo portò a 33 anni nel deserto algerino, dove il "caso" lo fece imbattere nei lebbrosi. Un incontro che lo avrebbe segnato per sempre. Ma intanto la storia incalzava. Scrisse un libretto dal titolo Hitler, volto dell’Anticristo, si recò in Italia e Romania per convincere queste nazioni – che la latinità rendeva sorelle della Francia – a non schierarsi con la Germania nazista. Incontrò anche Mussolini, incuriosito dal fiocco che Follereau indossava a mo’ di cravatta più che dalle idee dell’interlocutore. Quella strana cravatta, disse Follereau, è il segno di una differenza e della libertà individuale. Il duce si limitò a sorridere.

Nel 1939, allo scoppio della guerra, fu destinato al servizio degli ascolti telefonici. Follereau, in altre parole, divenne una sorta di 007 e fu testimone diretto del drammatico precipitare degli eventi internazionali. L’anno dopo si trovò a Vichy quando nacque il governo collaborazionista del maresciallo Pétain. Rifiutò ogni incarico e si rifugiò a St. Etienne, continuando la sua personale battaglia fatta di incontri e discorsi. Tra il ’40 e il ’42 girò la Francia in lungo e in largo per ridare orgoglio e fiducia ai connazionali avviliti dall’occupazione straniera, mentre collaborò discretamente con l’esercito clandestino.

Tra tanto girovagare, nel novembre del ’42, mentre nel mondo infuriava la guerra, Follereau incontrò una suora bergamasca, Eugenia Elisabetta Ravasio, che era divenuta giovanissima madre generale delle Suore missionarie di Nostra Signora degli Apostoli. La religiosa era appena tornata da un viaggio in Africa, dove s’era imbattuta in orde di hanseniani (i lebbrosi) costretti a vivere nell’isolamento e nell’abbandono più completi. Madre Eugenia voleva costruire per loro un piccolo villaggio nella foresta, dove ognuno avrebbe potuto disporre di un capanno con un orto e delle cure sanitarie.

In Follereau si materializzò l’immagine di sei anni prima, l’incontro casuale coi lebbrosi nel Sahara, il loro destino di perenni fuggiaschi. Il progetto della suora lo conquistò e si buttò a capofitto nell’impresa di trasformarlo da sogno in realtà. Iniziò subito un giro di conferenze e una raccolta di fondi. Il primo appuntamento fu ad Annecy il 15 aprile del ’43 e sembrò surreale l’iniziativa a favore dei lebbrosi tra le macerie dei bombardamenti, in una nazione e in un continente devastati dal conflitto bellico. «Ma la lebbra ormai mi aveva preso», raccontò più tardi Follereau, «ero il suo felice prigioniero».

Il luogo per far sorgere il villaggio dei lebbrosi fu individuato in Costa d’Avorio, in una località chiamata Azoptè. Per dieci anni Follereau, insieme a due suore, girò per le strade di Francia, Belgio, Svizzera, Libano, Algeria, Tunisia, Marocco, Canada. Tenne 1.200 conferenze e divenne il "vagabondo della carità". Montagne di corrispondenza giunsero al suo indirizzo. Malati, medici, missionari gli raccontarono storie, drammi, speranze. E tutti dissero che non c’era solo Azoptè, che erano tanti e tanti – milioni – i lebbrosi da salvare dal peggiore effetto della malattia: il pregiudizio.

L’impegno a favore dei lebbrosi divenne un fiume in piena, sempre più impetuoso e inarrestabile. Non ci fu più spazio per altri mestieri, prese corpo l’idea di una fondazione che incanalasse il lavoro svolto in così tanti luoghi. Follereau passò dall’Africa all’Asia, all’America latina. Nei suoi discorsi mirava al cuore degli ascoltatori, metteva a nudo l’indifferenza, la tiepidezza della maggioranza fortunata dell’umanità verso gli ultimi e gli esclusi. Coniò il suo famoso slogan: «Nessuno ha diritto d’essere felice da solo». Per Follereau ciò valeva anche nella vita privata.

A 15 anni appena s’era fidanzato con Madeleine, che a 21 sarebbe divenuta sua moglie. Madeleine fu per sempre la sua spalla. Lo sostenne nei momenti di difficoltà quando l’attività vulcanica del marito non si conciliava con il conto della spesa; lo affiancò nei viaggi avventurosi, perfino a rischio della vita, quando piegata da una crisi di appendicite si trattò di accamparsi in Bolivia negli sperduti villaggi degli indios o di risalire il Rio delle Amazzoni con una canoa mezza rotta, tra nugoli di zanzare e caimani affamati. «La più grande fortuna della mia vita fu mia moglie», disse ormai anziano Raoul. E aggiunse: «Solo quando si è in due si è invincibili».

 


Un uomo colpito dal morbo di Hansen

Follereau credeva nell’utopia ma non era un ingenuo. Puntava sul coinvolgimento reciproco di opinione pubblica e istituzioni in un meccanismo di causa-effetto che avrebbe dovuto allargarsi a raggi concentrici. Fu un antesignano della globalizzazione: di fronte a un problema planetario, la lotta doveva essere condotta sulla stessa scala.

Nel 1953 inventò la Giornata mondiale dei malati di lebbra, che continua a celebrarsi l’ultima domenica di gennaio. Aveva ben chiaro che il destino dell’umanità era legato a un unico filo. L’esperienza della seconda guerra mondiale e l’ingresso nell’era atomica lo avevano rafforzato in questa idea. Nel 1948, in una sorta di manifesto dal titolo "Bomba atomica o carità", affermava: «Non c’è più posto per coloro che tergiversano o temporeggiano. Oggi bisogna scegliere, subito e per sempre. Ogli uomini impareranno ad amarsi, a comprendersi, e l’uomo finalmente vivrà per l’uomo, o spariranno, tutti e tutti insieme».

Già nel 1944 aveva scritto al presidente degli Stati Uniti, Franklin Delano Roosevelt, chiedendo che l’equivalente dei costi di un giorno di guerra fossero destinati alla ricostruzione e alla pace. Ma gli accordi di Yalta sancirono l’inizio della "guerra fredda" e così dieci anni dopo Follereau inviò un’altra lettera, stavolta sia al presidente americano Eisenhower che a quello sovietico Malenkov, in cui chiedeva in regalo da ciascuno un aereo da bombardamento. Ne parlò nel ’65 in un’intervista a Milano con Sergio Zavoli: «Guardi, avevo calcolato – forse era un’ingenuità, non posso negarlo – che con il prezzo dei due apparecchi si sarebbero potuti acquistare i sulfamidici occorrenti per curare tutti i lebbrosi del mondo. Due aerei soltanto. Che importanza hanno due aerei in meno, dissi, per chi ne possiede centomila? Gli anni sono trascorsi e ben presto i famosi B52 sono caduti in disuso. Non volano abbastanza alti, né abbastanza veloci, non uccidono con sufficiente sicurezza. E un giorno ho ritrovato in un recinto di demolizione novantasei aeroplani B52 e li ho guardati: ce n’erano due ancora cromati, sembravano in buono stato, in grado di volare. E mi sono detto: "Guarda, i miei due! Con il loro prezzo si sarebbero potuti curare i lebbrosi di tutto il mondo...". Adesso i due uomini di Stato sono in pensione e ho pena per loro, perché non si sono portati nella loro solitudine un meraviglioso ricordo».

Con i giovani Follereau riuscì a creare un feeling speciale. Tre milioni di cartoline, inviate da ragazzi di tutto il mondo compresi tra i 14 e i 20 anni, seppellirono la scrivania del segretario delle Nazioni Unite. Chiedevano a Sithu U Thant di appoggiare la richiesta di Follereau di destinare «un giorno di guerra per la pace».

Erano gli anni della contestazione e tra tanti adulti incapaci di comprendere i loro sogni, i giovani scoprivano un vecchio che parlava come loro di grandi ideali da realizzare. Ad essi si rivolse nella sua ultima conferenza: «Il mondo di domani sarà come voi lo farete. Avrà il vostro viso e la vostra dimensione. Costruite una cattedrale e che sia il rifugio di tutto ciò che vi è di pulito, di schietto, di onesto e di gioioso nel cuore dell’uomo. Non crediate che il mondo sia perduto: non è vero. Stiamo attraversando un brutto momento, ci troviamo in un tunnel, ma i miei vecchi occhi riescono ancora a vedere in fondo la luce verso cui stiamo andando».

Raoul Follereau è morto il 7 dicembre del ’77. Sono passati 30 anni. Non abbastanza per dimenticarlo.
 

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