
Raoul Follereau con la moglie mentre si occupano
di un gruppo di lebbrosi in un villaggio indiano. |
Nell’ultima apparizione in Tv, nel giugno del 1977, Raoul
Follereau raccontò la storia della lebbrosa africana la cui foto
sorridente era appesa nel suo studio. Quando la incontrò, la
donna aveva già perso due figli, morti di fame, non di lebbra.
Lei stessa aveva fame e i suoi piccoli s’erano sfiniti a
succhiare dalle mammelle vuote, lanciando piccoli lamenti finché
le labbra non avevano smesso di muoversi. Anche il terzo bambino
stava per morire di stenti. «E lei lo guardava», sono le parole
di Follereau, «ormai oltre le lacrime e la disperazione,
rassegnata». Passò di lì un sottotenente medico. Vide la
lebbrosa e il bambino agonizzante e li mise nella sua macchina
senza dire una parola. «Lei lo lasciò fare: morire lì o altrove
che cosa volete che le importasse? Portata al comando, fu
immediatamente ricoverata e guarì. Quanto al bambino la cosa fu
semplice. La moglie dell’ufficiale medico aveva un bebè della
stessa età, grasso, roseo e paffuto e che non riusciva ad
arrivare alla fine della poppata. Sa, quando ce n’è per uno ce
n’è per due... Il bambino nero, un po’ confuso, un po’ sorpreso
dalla bianchezza di quella carne, esitò: all’inizio dovettero
forzarlo, fino a che non divenne vorace. Quello era il segno che
si sarebbe salvato».
Non è una favola, è una storia vera. E non esiste una morale da
tirare, ma un fatto da considerare. Disse Follereau al
giornalista che voleva saperne di più: «La conclusione? Non ce
n’è una. La lebbrosa è guarita ed è tornata al suo villaggio. Il
bambino oggi è un adolescente. Il sottotenente medico sarà
diventato, immagino, capitano e adesso si troverà in qualche
altro posto. Quanto a sua moglie, alla nutrice, se le avessero
detto che aveva fatto qualcosa di straordinario sarebbe rimasta
sorpresa: era una donna che amava rendersi utile. Ne ha avuto
l’occasione e lo ha fatto, con tutto il cuore, semplicemente».
L’avventura di Follereau "apostolo dei lebbrosi" era
iniziata molti anni prima. Nel 1936 stava attraversando il
deserto del Sahara. V’era andato già diverse volte, in veste di
giornalista e di credente, per raccontare la vita di padre
Charles de Foucauld, il piccolo fratello del deserto. A un certo
punto il radiatore della sua auto si mise a bollire e i
passeggeri furono obbligati a una sosta per far raffreddare il
motore. Fu allora che apparvero dei fantasmi d’uomini che si
trascinavano a stento, lo sguardo pieno di paura. Follereau con
il suo proverbiale impeto li chiamò, li invitò ad avvicinarsi,
ma quelli si allontanarono e si nascosero. Allora si rivolse al
suo accompagnatore. «Chi sono?», chiese. «Lebbrosi», rispose
quello. E non seppe aggiungere altro, né spiegare perché
vivessero da reietti, isolati da tutto e tutti. «Quel giorno»,
raccontò anni dopo Follereau, «capì che esisteva un crimine
imperdonabile, degno di qualsiasi castigo, un crimine senza
appelli e senza amnistia: la lebbra».

Un ritratto di Follereau
(foto Archivio Aifo) |
Quell’incontro nel deserto fu un caso. Forse. L’uomo di carità è
colui che è attento alla sofferenza degli altri. L’adolescenza
di Follereau era stata stravolta dalla Grande Guerra. Quando
scoppiò il primo conflitto mondiale aveva appena 11 anni (era
nato a Nevers nel 1903). Il padre venne chiamato alle armi. La
piccola fabbrica di famiglia, che produceva attrezzi per
l’agricoltura, fu convertita in "industria bellica". Non c’era
più spazio per i sogni e per i giochi. Anche Raoul, insieme al
fratello maggiore, fu costretto a lavorare alle macchine per
produrre proiettili. La scuola divenne un lusso, ma il ragazzo
ostinato studiava la sera con l’aiuto di un anziano sacerdote.
Le ostilità sembravano non cessare più, infinito l’elenco dei
morti. A casa si pregava perché fosse risparmiata la vita del
proprio congiunto. Purtroppo non fu così. Nel 1917 avvenne ciò
che tutti temevano: il soldato Follereau venne ucciso in
battaglia, nella Champagne. Raoul aveva 13 anni ed era uno dei
tre milioni di francesi resi orfani dalla guerra.
Il disastro bellico in Francia s’era sovrapposto a un
altro conflitto, che riguardava questa volta le coscienze e
bruciava negli animi più sensibili ai valori della religione
cristiana. Nel 1905, con la cosiddetta legge Combes (dal primo
ministro che l’aveva proposta, un ex seminarista divenuto
massone), la Francia aveva dichiarato solennemente la
separazione tra Stato e Chiesa. Gli edifici di culto vennero
espropriati, gli ordini religiosi disciolti e costretti
all’esilio.
Raoul, che aveva studiato presso i Fratelli delle scuole
cristiane, sperimentò su di sé l’anticlericalismo. Nel 1920,
agli esami per l’ingresso alla facoltà di Filosofia, venne
bocciato per due volte nonostante la sua dissertazione fosse tra
le migliori. Ma non piacevano le tesi esposte e dunque...
Dovettero intervenire le organizzazioni degli ex combattenti per
difendere il figlio di un caduto in guerra. Il ministro
dell’Istruzione, per evitare lo scandalo, ammise d’ufficio
Follereau alla Sorbona.
Del resto, quel giovane era già una piccola personalità.
Dall’età di 15 anni aveva scoperto la sua vena di comunicatore.
La sua prima conferenza la tenne nel 1918 nel cinema della sua
città, in occasione di una cerimonia per ricordare le vittime
del conflitto mondiale. "Dio è amore", fu il titolo. Studente
brillante, Follereau a vent’anni era già laureato in Filosofia e
Diritto. Sentiva in sé la vocazione di difensore degli ultimi,
di lottatore contro le ingiustizie. Scelse la strada
dell’avvocatura, ma nello studio dove iniziò a lavorare la prima
causa che gli affidarono fu quella per un divorzio. Sbatté
subito contro il muro della propria coscienza e dovette trovare
altri strumenti per portare avanti la sua battaglia.
L’occasione si presentò presto, sotto forma di un posto quale
segretario di redazione del giornale parigino L’Intransigeant.
L’ambito intellettuale e dell’informazione era il più adatto a
lui. Allargò presto i suoi impegni e nel 1927 fondò la Lega
dell’Unione latina, un’organizzazione che si proponeva di
difendere la civiltà cristiana contro tutti i "paganesimi" e le
"barbarie". Follereau aveva elaborato la sua esperienza
giovanile: le divisioni interne alla Francia, il ripudio della
tradizione e delle radici cristiane su cui pure si fondava la
nazione; e poi, la tragedia bellica generata da anacronistiche
contrapposizioni tra le vecchie potenze dell’Europa.
Da questo passato Follereau vedeva proiettare ombre sul futuro,
che di lì a pochi anni avrebbero preso drammaticamente corpo.
Chi erano i nuovi barbari temuti dalla sua Lega se non la triade
con cui avrebbe fatto i conti tutto il XX secolo? Il germanismo,
che sarebbe sfociato nella follia nazista; il bolscevismo, che
avrebbe applicato la ricetta comunista sotto forma di feroce
dittatura; e la corsa al denaro, che più avanti sarebbe divenuta
quasi un’ideologia con il nome di consumismo, alimentata dalle
ricette iperliberiste con al centro di tutto il mercato e la
Borsa.

Una famiglia di lebbrosi
davanti alla loro casa nei pressi di Calcutta |
Follereau era un vulcano: giornalista, drammaturgo,
poeta, conferenziere... E intanto viaggiava all’estero, si
recava in ogni luogo dove poteva esserci un’impronta francese o
latina. Nel 1929 il ministero della Pubblica istruzione, forse
per "risarcirlo" della discriminazione che aveva subito anni
prima agli esami di ammissione universitaria, gli affidò una
ricerca sull’influsso culturale francese in America del Sud. Nel
suo rapporto scrisse di aver trovato dovunque i religiosi e le
religiose francesi, cacciati dal proprio Paese a causa delle
leggi del 1905. Avevano fondato scuole, collegi, università ed
erano divenuti i migliori ambasciatori della patria che li aveva
rifiutati. Chi aveva incaricato Follereau della missione si
aspettava certo altre conclusioni...
Durante quel viaggio il giornale argentino La Nacion gli
commissionò il reportage su de Foucauld che lo portò a 33 anni
nel deserto algerino, dove il "caso" lo fece imbattere nei
lebbrosi. Un incontro che lo avrebbe segnato per sempre. Ma
intanto la storia incalzava. Scrisse un libretto dal titolo
Hitler, volto dell’Anticristo, si recò in Italia e Romania per
convincere queste nazioni – che la latinità rendeva sorelle
della Francia – a non schierarsi con la Germania nazista.
Incontrò anche Mussolini, incuriosito dal fiocco che Follereau
indossava a mo’ di cravatta più che dalle idee
dell’interlocutore. Quella strana cravatta, disse Follereau, è
il segno di una differenza e della libertà individuale. Il duce
si limitò a sorridere.
Nel 1939, allo scoppio della guerra, fu destinato al
servizio degli ascolti telefonici. Follereau, in altre parole,
divenne una sorta di 007 e fu testimone diretto del drammatico
precipitare degli eventi internazionali. L’anno dopo si trovò a
Vichy quando nacque il governo collaborazionista del maresciallo
Pétain. Rifiutò ogni incarico e si rifugiò a St. Etienne,
continuando la sua personale battaglia fatta di incontri e
discorsi. Tra il ’40 e il ’42 girò la Francia in lungo e in
largo per ridare orgoglio e fiducia ai connazionali avviliti
dall’occupazione straniera, mentre collaborò discretamente con
l’esercito clandestino.
Tra tanto girovagare, nel novembre del ’42, mentre nel
mondo infuriava la guerra, Follereau incontrò una suora
bergamasca, Eugenia Elisabetta Ravasio, che era divenuta
giovanissima madre generale delle Suore missionarie di Nostra
Signora degli Apostoli. La religiosa era appena tornata da un
viaggio in Africa, dove s’era imbattuta in orde di hanseniani (i
lebbrosi) costretti a vivere nell’isolamento e nell’abbandono
più completi. Madre Eugenia voleva costruire per loro un piccolo
villaggio nella foresta, dove ognuno avrebbe potuto disporre di
un capanno con un orto e delle cure sanitarie.
In Follereau si materializzò l’immagine di sei anni prima,
l’incontro casuale coi lebbrosi nel Sahara, il loro destino di
perenni fuggiaschi. Il progetto della suora lo conquistò e si
buttò a capofitto nell’impresa di trasformarlo da sogno in
realtà. Iniziò subito un giro di conferenze e una raccolta di
fondi. Il primo appuntamento fu ad Annecy il 15 aprile del ’43 e
sembrò surreale l’iniziativa a favore dei lebbrosi tra le
macerie dei bombardamenti, in una nazione e in un continente
devastati dal conflitto bellico. «Ma la lebbra ormai mi aveva
preso», raccontò più tardi Follereau, «ero il suo felice
prigioniero».
Il luogo per far sorgere il villaggio dei lebbrosi fu
individuato in Costa d’Avorio, in una località chiamata Azoptè.
Per dieci anni Follereau, insieme a due suore, girò per le
strade di Francia, Belgio, Svizzera, Libano, Algeria, Tunisia,
Marocco, Canada. Tenne 1.200 conferenze e divenne il "vagabondo
della carità". Montagne di corrispondenza giunsero al suo
indirizzo. Malati, medici, missionari gli raccontarono storie,
drammi, speranze. E tutti dissero che non c’era solo Azoptè, che
erano tanti e tanti – milioni – i lebbrosi da salvare dal
peggiore effetto della malattia: il pregiudizio.
L’impegno a favore dei lebbrosi divenne un fiume in
piena, sempre più impetuoso e inarrestabile. Non ci fu più
spazio per altri mestieri, prese corpo l’idea di una fondazione
che incanalasse il lavoro svolto in così tanti luoghi. Follereau
passò dall’Africa all’Asia, all’America latina. Nei suoi
discorsi mirava al cuore degli ascoltatori, metteva a nudo
l’indifferenza, la tiepidezza della maggioranza fortunata
dell’umanità verso gli ultimi e gli esclusi. Coniò il suo famoso
slogan: «Nessuno ha diritto d’essere felice da solo». Per
Follereau ciò valeva anche nella vita privata.
A 15 anni appena s’era fidanzato con Madeleine, che a 21 sarebbe
divenuta sua moglie. Madeleine fu per sempre la sua spalla. Lo
sostenne nei momenti di difficoltà quando l’attività vulcanica
del marito non si conciliava con il conto della spesa; lo
affiancò nei viaggi avventurosi, perfino a rischio della vita,
quando piegata da una crisi di appendicite si trattò di
accamparsi in Bolivia negli sperduti villaggi degli indios o di
risalire il Rio delle Amazzoni con una canoa mezza rotta, tra
nugoli di zanzare e caimani affamati. «La più grande fortuna
della mia vita fu mia moglie», disse ormai anziano Raoul. E
aggiunse: «Solo quando si è in due si è invincibili».

Un uomo colpito dal morbo di Hansen |
Follereau credeva nell’utopia ma non era un ingenuo.
Puntava sul coinvolgimento reciproco di opinione pubblica e
istituzioni in un meccanismo di causa-effetto che avrebbe dovuto
allargarsi a raggi concentrici. Fu un antesignano della
globalizzazione: di fronte a un problema planetario, la lotta
doveva essere condotta sulla stessa scala.
Nel 1953 inventò la Giornata mondiale dei malati di lebbra, che
continua a celebrarsi l’ultima domenica di gennaio. Aveva ben
chiaro che il destino dell’umanità era legato a un unico filo.
L’esperienza della seconda guerra mondiale e l’ingresso nell’era
atomica lo avevano rafforzato in questa idea. Nel 1948, in una
sorta di manifesto dal titolo "Bomba atomica o carità",
affermava: «Non c’è più posto per coloro che tergiversano o
temporeggiano. Oggi bisogna scegliere, subito e per sempre. Ogli
uomini impareranno ad amarsi, a comprendersi, e l’uomo
finalmente vivrà per l’uomo, o spariranno, tutti e tutti
insieme».
Già nel 1944 aveva scritto al presidente degli Stati Uniti,
Franklin Delano Roosevelt, chiedendo che l’equivalente dei costi
di un giorno di guerra fossero destinati alla ricostruzione e
alla pace. Ma gli accordi di Yalta sancirono l’inizio della
"guerra fredda" e così dieci anni dopo Follereau inviò un’altra
lettera, stavolta sia al presidente americano Eisenhower che a
quello sovietico Malenkov, in cui chiedeva in regalo da ciascuno
un aereo da bombardamento. Ne parlò nel ’65 in un’intervista a
Milano con Sergio Zavoli: «Guardi, avevo calcolato – forse era
un’ingenuità, non posso negarlo – che con il prezzo dei due
apparecchi si sarebbero potuti acquistare i sulfamidici
occorrenti per curare tutti i lebbrosi del mondo. Due aerei
soltanto. Che importanza hanno due aerei in meno, dissi, per chi
ne possiede centomila? Gli anni sono trascorsi e ben presto i
famosi B52 sono caduti in disuso. Non volano abbastanza alti, né
abbastanza veloci, non uccidono con sufficiente sicurezza. E un
giorno ho ritrovato in un recinto di demolizione novantasei
aeroplani B52 e li ho guardati: ce n’erano due ancora cromati,
sembravano in buono stato, in grado di volare. E mi sono detto:
"Guarda, i miei due! Con il loro prezzo si sarebbero potuti
curare i lebbrosi di tutto il mondo...". Adesso i due uomini di
Stato sono in pensione e ho pena per loro, perché non si sono
portati nella loro solitudine un meraviglioso ricordo».
Con i giovani Follereau riuscì a creare un feeling
speciale. Tre milioni di cartoline, inviate da ragazzi di tutto
il mondo compresi tra i 14 e i 20 anni, seppellirono la
scrivania del segretario delle Nazioni Unite. Chiedevano a Sithu
U Thant di appoggiare la richiesta di Follereau di destinare «un
giorno di guerra per la pace».
Erano gli anni della contestazione e tra tanti adulti incapaci
di comprendere i loro sogni, i giovani scoprivano un vecchio che
parlava come loro di grandi ideali da realizzare. Ad essi si
rivolse nella sua ultima conferenza: «Il mondo di domani sarà
come voi lo farete. Avrà il vostro viso e la vostra dimensione.
Costruite una cattedrale e che sia il rifugio di tutto ciò che
vi è di pulito, di schietto, di onesto e di gioioso nel cuore
dell’uomo. Non crediate che il mondo sia perduto: non è vero.
Stiamo attraversando un brutto momento, ci troviamo in un
tunnel, ma i miei vecchi occhi riescono ancora a vedere in fondo
la luce verso cui stiamo andando».
Raoul Follereau è morto il 7 dicembre del ’77. Sono passati 30
anni. Non abbastanza per dimenticarlo.
|