Dieci anni fa, il 27 agosto
1999, moriva a Recife, in Brasile, Helder Câmara, per oltre
vent’anni arcivescovo di Olinda e Recife. Il bispinho – il «vescovino»,
come amava definirsi –, tornava alla casa del Padre dopo una
vita dedicata a Dio e ai poveri della terra. Così lo
descrisse l’«Osservatore Romano»: «Dom Helder Câmara è un
uomo di Dio, un uomo di Cristo, un uomo dei poveri come san
Francesco d’Assisi».
Câmara era nato a Fortaleza, in Brasile, nel 1909,
undicesimo di tredici figli; divenne sacerdote a 22 anni e
qualche anno più tardi ricevette l’incarico di vice
assistente nazionale dell’Azione Cattolica. Nel 1952 fu
nominato vescovo ausiliare di Rio de Janeiro e nello stesso
anno divenne il primo segretario della Conferenza episcopale
brasiliana, che lui stesso aveva contribuito a creare. Tre
anni più tardi organizzò il Congresso eucaristico
internazionale e collaborò alla fondazione del Celam
(Consiglio episcopale latinoamericano). Cominciò a occuparsi
e preoccuparsi dei più poveri e bisognosi avviando attività
assistenziali e di promozione umana, mentre a Rio iniziavano
a chiamarlo «il vescovo delle favelas». Nel 1964, anno nel
quale un golpe instaurò il regime militare in Brasile, Paolo
VI lo trasferì come arcivescovo titolare nella sede
episcopale di Olinda e Recife (una delle zone più povere del
Brasile), dove si impegnò con passione per il rispetto dei
diritti umani e la giustizia sociale, guadagnandosi la fama
di «fratello dei poveri», araldo dei «senza voce». Furono
anni difficili, segnati da minacce e persecuzioni da parte
del regime, mentre alcuni suoi collaboratori, sacerdoti e
laici, venivano arrestati e torturati con l’accusa di
attività sovversive.
Partecipò attivamente ai lavori del Concilio Vaticano II; il
cardinale Roger Etchegaray lo ricorda con queste parole:
«Nessun altro vescovo, penso, ha vibrato tanto, con tutte le
fibre del corpo e dello spirito, dinanzi a questo
avvenimento (il Concilio Vaticano II). Nessun altro vescovo,
al Concilio, ha spinto tanto lontano il suo impegno di
pastore di una diocesi, al punto da scrivere quotidianamente
una circolare inviata a una rete di collaboratori brasiliani
che lui chiamava “la sua famiglia” con mezzi artigianali che
facciamo fatica a immaginare nella nostra epoca di e-mail e
sms».
Amato e controverso
Nel 1968 Câmara trasferì la sua residenza presso la
minuscola e periferica Igreja das Fronteiras (Chiesa delle
Frontiere), dove risiedette sino alla sua morte. All’impegno
a favore dei poveri e al coordinamento di numerose
iniziative di promozione sociale, iniziò ad alternare viaggi
all’estero, rispondendo ai moltissimi inviti che gli
giungevano da ogni parte del mondo. A tutti offriva il suo
messaggio di pace, giustizia e non-violenza: «Sviluppo è il
nuovo nome della pace»; «Non c’è pace senza giustizia»; «La
prima violenza è la miseria in cui versano tante masse»,
soleva dire. A quanti lo accusavano di essere un «vescovo
rosso», un demagogo cripto-comunista, rispondeva con una
frase divenuta celebre: «Quando aiuto i poveri dicono che
sono un santo. Quando parlo delle cause della povertà dicono
che sono comunista». E aggiungeva: «Come cristiano non posso
accettare la violenza armata. Sono convinto che solo l’amore
può costruire, non ho alcuna fiducia nell’odio. Questo ho
capito dal Vangelo e questo predico».
Quando venne in Italia, nel 1974, ai giovani riuniti in
piazza Duomo a Milano, in preparazione dell’Anno Santo 1975,
raccontò questo episodio della sua vita: «Una volta entrai
in una misera capanna per dare a una povera donna il
sacramento degli infermi. Quella povera creatura, in stato
di coma, già cominciava a presentare i segni della morte. Il
fetore era tanto forte che immediatamente mi sentii male.
Dopo aver assistito, come era possibile, questa povera
ammalata, chiamai in disparte una signora altrettanto povera
che curava la moribonda con grande affetto. Le chiesi se era
parente dell’ammalata ed essa mi disse che, venuta ad
abitare in quel quartiere solo da quindici giorni, aveva
scoperto quella povera abbandonata. Essa pensava che,
sfortunatamente, era quasi nulla ciò che poteva fare per
assisterla: le allontanava le mosche, sollevava sul cuscino
la testa dell’ammalata e, con un panno imbevuto d’acqua, le
bagnava le labbra. Ho baciato le mani di quella cristiana
autentica, ricordandomi che dà molto chi dà di cuore, e dà
tutto chi dà di cuore tutto ciò che può. Ricordate queste
parole: nessuno è tanto povero che non possa aiutare, e
nessuno è tanto ricco che non abbia bisogno di aiuto».
Candidato più volte al Nobel per la Pace, Câmara venne
insignito di prestigiosi riconoscimenti e di una cinquantina
di lauree honoris causa dalle università di tutto il mondo.
Compiuti i 75 anni, nel 1985, lasciò il governo
dell’arcidiocesi e divenne presidente delle Obres de Frei
Francisco (Opere di Frate Francesco), un’istituzione che
aveva contribuito a fondare diversi anni prima e con la
quale organizzò molte iniziative, fra le quali la campagna
«Anno 2000 senza miseria». Al suo funerale parteciparono
migliaia di persone e sono ancora molti oggi coloro che
vanno in pellegrinaggio sulla sua tomba.
Quest’anno, intervistato dalla Radio Vaticana, il presidente
della Conferenza episcopale brasiliana, Geraldo Lyrio Rocha,
ha dichiarato: «È molto grande, enorme, l’eredità che ci
lascia dom Helder Câmara, specialmente perché ha preso una
posizione così forte, chiara, (…) e ha lasciato una parola
di speranza, con i gruppi che ha cercato di creare
dappertutto, con questo suo impegno per la non violenza
attiva, invitando i cristiani ad assumersi le loro
responsabilità davanti alle situazioni di povertà e di
ingiustizia. Ha lasciato un esempio forte, che la Conferenza
nazionale dei vescovi ha cercato di portare avanti, con
fedeltà, perché questa è un’eredità preziosa, lasciata da un
profeta, da un uomo di Dio che vedeva il mondo con gli occhi
di Dio».
Per il bispinho brasiliano la preghiera, l’ascolto e il
dialogo con Dio, erano fondamentali: sin dall’epoca del
seminario aveva acquisito l’abitudine alla veglia notturna.
«Il Signore – raccontava – mi ha dato il grande dono di
svegliarmi verso le due di notte, di restare sveglio un’ora
o poco più – ora durante la quale ricompongo la mia unità
con Cristo – e poi di farmi riaddormentare fino alle sei del
mattino. È in questi momenti di silenzio che, ritrovata la
mia unità in Cristo, scopro mille ragioni per vivere, prego
e preparo gli incontri del giorno che sta per arrivare».
Stare con Cristo, pregare, cercare e trovare la comunione
con Lui: è da questo che tutto comincia. Valeva per Helder
Câmara, vale per ogni cristiano.
In libreria. Conoscere dom Helder
Sono molti i libri che portano la firma di Helder Câmara:
quello di più recente pubblicazione è Roma, due del
mattino. Lettere dal Concilio Vaticano II (Ed. San
Paolo, € 28,00): i brani che compongono il volume sono una
significativa parte delle numerose lettere che il vescovo
scrisse a collaboratori e amici durante i lavori del
Concilio Vaticano II. Segnaliamo inoltre Parole ai
giovani (Ed. Queriniana € 6,00) che raccoglie alcuni dei
moltissimi discorsi rivolti ai giovani
di tutto il mondo, e La Madonna sul mio cammino (Ed.
Queriniana, € 8,50) che presenta le preghiere alla Vergine
scritte tra il 1945 e il 1974.
L’ultima intervista. Un sacramento di Dio
Era dicembre, un caldo e umido pomeriggio brasiliano del
1998. Avevo faticato un po’ ad attraversare la città, Recife.
Passando da un autobus all’altro, avevo finalmente raggiunto
la sua casa, anzi, la sua chiesa. Dom Helder – così lo
chiamavano le persone alle quali chiedevo informazioni –
viveva sul retro della sacrestia che si trovava addossata
alla chiesa di Rua Henrique Diaz. Lì riusciva più facilmente
a pregare e a incontrare i suoi poveri.
Dovetti ancora attendere qualche ora prima di poterlo
avvicinare. Non stava bene, ma mi avrebbe certamente
incontrato. Sapeva che venivo da lontano.
Da alcuni giornali avevo imparato a conoscerlo come il
«vescovo delle favelas», da altri come il «vescovo rosso»,
da altri ancora come il «patrono» della teologia della
liberazione; dagli uomini di Chiesa ne avevo sentito parlare
con stima, accompagnata, non di rado, da qualche
«distinguo»; dai suoi scritti avevo intercettato il respiro
largo e profondo del poeta, innamorato di tutto ciò che è
umano; dalle sue parole avevo potuto assaporare la magia del
profeta, capace di parlare al cuore e di segnare la vita;
dai suoi gesti avevo capito che non è possibile farsi
pellegrini di giustizia e di pace senza affrontare i deserti
dell’incomprensione e del travisamento.
Entrando nella sua piccola stanza, ho incontrato un corpo
minuto, provato dal tempo e dalla malattia, debole, ma con
lo sguardo profondo, fragile ma sorridente, infiacchito ma
pronto ad allargare le braccia scarne in gesti instancabili
di benedizione.
Avevo mille domande nel cuore. Ma, ha cominciato lui a
interrogare me. Parlava piano. Mi guardava diritto negli
occhi, non si spostava: «Cosa vedi? Guarda – insisteva –,
che cosa vedi?».
Poi, quasi affidandomi una confidenza, invitandomi a farmi
vicino, mi sussurrò: «Sai, i bambini sì che sanno stupirsi,
sanno interrogarsi, sanno gioire. Anche i giovani dovrebbero
imparare a farlo».
Ma come li si può aiutare? «Dà loro cose semplici e
scopriranno la verità. Lègali all’essenziale e scopriranno
l’entusiasmo. Tutto ciò che distrae, tutto ciò che è
sensazionale, apparente, va eliminato. Dà loro linfa per
vivere e conosceranno la speranza. Rendili liberi!».
Cosa dobbiamo dire ai giovani? «... Che nessuno è così ricco
da non poter ancora ricevere qualcosa, e nessuno è talmente
povero da non avere niente da dare».
Dove cresce la speranza? «La speranza è un fiore. E può far
fiorire perfino un deserto. Se uno coltiva dentro un sogno
che non condivide con gli altri, il suo resta “solo un
sogno”. Ma se molti hanno lo stesso sogno, allora lì
comincia a nascere qualcosa di concreto, di vero, di reale».
E mentre mi parlava, le sue braccia si allungavano verso
l’alto, quasi a indicare una direzione e a benedire un
cammino riconosciuto, affascinante e impegnativo.
«Chi si strappa a se stesso per mettersi in cammino,
pellegrino della giustizia e della pace – continuò lui,
quasi sillabando, per dare il giusto peso a ciascuna parola
– deve prepararsi ad affrontare anche i deserti. Non basta
solo fare qualcosa “per” gli altri. Ciò che piú conta è
farlo “con” gli altri. Non basta dire che i poveri sono
senza pane: bisogna dire “perché” sono senza pane».
Mi aspettavo un uomo forte: ho incontrato una canna
incrinata. Indossava una tonaca usata. Stringeva tra le mani
solo un piccolo crocifisso di legno. Abitava una stanza
povera e spoglia. Non aveva molte parole, ma solo occhi
lucidi e interroganti, mani pronte ad accogliere, braccia
tese all’incontro: un sorriso capace solo di verità e di
tenerezza.
Un sacramento di Dio.