La vita del card. Van Thuân
condensa la storia e le sofferenze del '900. Prigioniero per
13 anni nelle carceri del suo Paese, sotto la dittatura
comunista, il cardinale fu un Vangelo vivente: oppresso ma
mai vinto, perseguitato ma sempre aggrappato alla speranza.
E fu proprio nella prigionia che approfondì la sua
esperienza di fede, celebrando messa con gocce di vino e
briciole di pane, diventando amico dei suoi carcerieri,
perdonando. Nel 1988, la scarcerazione e l'arrivo in
Vaticano, dove fu nominato presidente del Pontificio
Consiglio "Giustizia e Pace" e avviò la redazione del
'Compendio della dottrina sociale della Chiesa', oggi
tradotto in quaranta lingue. Amico del Sermig, il cardinale
Van Thuân morì il 16 settembre del 2002, dopo una lunga
malattia, con la stessa fede che lo aveva sostenuto in vita
e che potrebbe portarlo presto agli onori degli altari.
"Quanti avevano la fortuna di incontrarlo - spiega Giampaolo
Crepaldi, segretario di "Giustizia e Pace" e stretto
collaboratore del cardinale - avvertivano, con immediata
percezione, di trovarsi di fronte a un singolare uomo di Dio
e a un singolare uomo di preghiera, che riconduceva tutto a
Dio e che in tutto riconosceva la mano di Dio".
Eccellenza, cosa le ha insegnato il card. Van Thuân?
"Mi ricordo che quando, nel disbrigo delle pratiche e delle
attività quotidiane, insorgevano problemi difficili da
risolvere, il cardinale era solito rassicurarmi esclamando,
con evangelica semplicità: 'Non si preoccupi, il Signore ci
salva!'. Non fuggiva dalle sue responsabilità, ma riportava
tutto sotto la prospettiva giusta della volontà
misericordiosa di Dio e del Suo amore provvidente. Tutto è
nelle mani di Dio e tutto va posto nelle sue mani, senza
resistenze e con assoluta fiducia".
La testimonianza di Van Thuân è legata in profondità alla
negazione della libertà religiosa. In che misura,
l'esperienza della prigionia ha segnato e formato la sua
fede?
"Durante quei tredici anni, il cardinale affrontò e patì la
durissima prova della solitudine e l'angosciante tentazione
della disperazione. Proprio in quella terribile desolazione
esistenziale, che lo aveva privato di ogni riferimento umano
e di tutte le relazioni ecclesiali, la sua anima ebbe la
grazia di non disperare, ma di aprirsi al gioioso
riconoscimento dell'amore di Dio. Dio gli si manifestava
come il Tutto. Questo gli bastava a ridimensionare il peso e
la sofferenza della privazione della dignità personale e
della libertà: quando si è in comunione con Dio, che è il
Tutto, perché lasciarci angustiare dal resto? Ecco qui, in
termini essenziali, la piena e profonda verità di un
cristianesimo vissuto santamente, in maniera esemplare. Fu
questo veramente il grande segreto del cardinale Van Thuân".
Al dolore di quegli anni, il cardinale rispose con il
perdono e con un messaggio di riconciliazione. Come ci
riuscì?
"Meditava, in quei giorni terribili, sulla domanda dei
discepoli a Gesù, durante la tempesta: 'Maestro, non ti
importa che moriamo?' (Mc 4,38), finché una notte, dal fondo
del cuore una voce gli parlò: 'Perché ti tormenti così? Devi
distinguere tra Dio e le opere di Dio, tutto ciò che hai
compiuto e desideri continuare a fare, visite pastorali…
sono opere di Dio, ma non sono Dio! Tu hai scelto Dio
solamente, non le sue opere!'. Questa luce gli portò una
forza nuova, che cambiò completamente il suo modo di
pensare. Così seppe vivere nella gioia del Cristo risorto,
nel perdono, nell'amore e nell'unità. Questo suo
atteggiamento fece cambiare pure i suoi carcerieri, che
diventarono suoi amici".
In che modo?
"Lo aiutarono persino, di nascosto, a ricavare una croce da
un pezzo di legno e poi a fare anche la catena, col filo
elettrico della prigione, che egli portò sempre, perché gli
richiamava l'amore e l'unità che Gesù ci ha lasciato nel suo
testamento. Quella catena sostenne sempre la sua croce
pettorale di vescovo e poi di cardinale, quella vecchia
croce di legno, ricoperta con un po' di metallo. Croce di
testimonianza eroica, croce d'amore".
L'esempio di Van Thuân è anche un messaggio per l'Asia,
dove il tema della libertà religiosa rimane cruciale…
"Il cardinale sognava e sperava nell'evangelizzazione
dell'Asia. Sperava con tutte le sue forze e diffondeva
speranza. Ed è proprio la virtù della speranza che Giovanni
Paolo II ha usato, durante l'omelia esequiale in San Pietro,
come chiave di lettura della personalità del cardinale Van
Thuân. Disse, infatti, di lui: "Egli ha posto l'intera sua
vita proprio sotto il segno della speranza.…A tutti, anche
in questo momento, egli sembra rivolgere, con suadente
affetto, l'invito alla speranza. Quando, nell'anno 2000, gli
domandai di dettare le meditazioni per gli Esercizi
Spirituali della Curia Romana, egli scelse come tema:
"Testimoni della speranza". Ora che il Signore l'ha saggiato
"come oro nel crogiuolo" e l'ha gradito "come un olocausto",
possiamo veramente dire che "la sua speranza era piena di
immortalità" (cfr. Sap 3,4.6). Era piena, cioè, di Cristo,
vita e risurrezione di quanti confidano in Lui".