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Come Stefano, il
protomartire, hanno unito «l’impegno sociale della carità» e «l’annuncio
coraggioso della fede». Fino al dono della vita. Sono i ventuno
operatori pastorali cattolici, impegnati nel lavoro missionario, morti
in modo violento nel corso del 2007 in tutto il mondo. Preti, religiosi,
diaconi. Molti sono stati ammazzati: come padre Ricardo Junious, 70
anni, torturato e strangolato a Città del Messico dove lottava contro i
trafficanti di droga e la vendita di alcol ai ragazzini. Come padre
Raghiid Ganni e i tre diaconi uccisi davanti alla chiesa del Santo
Spirito di Mosul, nell’Iraq piagato dalla guerra e lacerato dall’odio. E
c’è chi ha sacrificato la propria vita per salvarne altre, consapevole
del rischio che correva: come – sola donna fra quei ventuno – suor Anne
Thole, 35 anni, scomparsa tra le fiamme mentre cercava di soccorrere gli
ospiti di una struttura per malati di Aids aggredita da un incendio, in
Sudafrica.
Passione di Dio,
passione per l’uomo
Nomi e storie sconosciuti ai più; ad altro si dedica, normalmente, il
gran circo dei mass media. Perciò è bello e utile che anno dopo anno,
alla fine di dicembre, Fides – l’agenzia internazionale della
Congregazione vaticana per l’evangelizzazione dei popoli – rediga e
diffonda un dossier per non consegnare all’oblio quei nomi e quelle
storie. Che parlano di una passione per Dio e per l’uomo capace di
congiungere «carità e annuncio», secondo l’esempio di santo Stefano che
Benedetto XVI propose durante l’udienza generale del 10 gennaio 2007 e
che Fides ora offre quale chiave di lettura del suo ultimo dossier. Alla
lezione di vita e di fede del protomartire Papa Ratzinger aveva fatto
nuovamente riferimento pochi giorni fa – all’Angelus del 26 dicembre,
memoria liturgica del santo diacono – spiegando come il martirio
cristiano sia «esclusivamente un atto d’amore, verso Dio e verso gli
uomini, compresi i persecutori». Così fu per Stefano; così è oggi per i
molti che, nel mondo, soffrono per la loro fedeltà a Cristo e alla
Chiesa. Attenzione: nel dossier Fides non si parla di martiri né di
martirio. Ciò per «non entrare minimamente – spiegano gli autori del
rapporto – in merito al giudizio che la Chiesa potrà eventualmente
esprimere su alcuni di loro, e anche per la scarsità di notizie che,
nella maggior parte dei casi, si riesce a raccogliere sulla loro vita e
perfino sulle circostanze della loro morte». Se ne sa abbastanza,
tuttavia, per poter parlare di esistenze consacrate all’amore, per Dio e
per i fratelli, in contesti umani e sociali sovente drammatici.
Nelle metropoli e
tra i profughi
Si tratta dunque di persone che «avevano fatto una scelta radicale –
afferma il dossier –: essere testimoni dell’amore di Dio in realtà
spesso dominate dalla violenza, dal degrado, dalla povertà materiale e
spirituale, dalla mancanza di rispetto della dignità e dei diritti
dell’uomo. Anche quest’anno i corpi senza vita di alcuni di loro sono
stati trovati ore o giorni dopo il decesso, vittime – almeno in
apparenza – di aggressioni, rapine e furti che colpiscono
indiscriminatamente la popolazione presso cui prestavano il loro
servizio pastorale e che vengono sempre più spesso denunciati a voce
alta dalla Chiesa locale e dalle Conferenze episcopali». Qualche
esempio? Padre Mario Bianco, italiano, 90 anni, missionario della
Consolata, è morto il 15 febbraio in Colombia per le conseguenze
dell’aggressione subita durante una rapina. Don Nicholaspillai
Packiyaranjith, sacerdote diocesano dello Sri Lanka e coordinatore del
Jesuit Refugee Service nel distretto di Mannar, è stato ucciso il 26
settembre dall’esplosione di una bomba collocata sulla strada che lo
portava al campo profughi e all’orfanotrofio di Vidathalvu. Don Richard
Bimeriki, congolese, è spirato il 7 aprile in un ospedale del Ruanda
dopo essere stato aggredito nella sua parrocchia da uomini vestiti con
uniformi militari. Padre Fernando Sanchez Duran, parroco vicino a Città
del Messico, impegnato contro il traffico di droga e nell’assistenza ai
giovani tossicodipendenti della zona, è stato sequestrato e ucciso il 22
luglio, mentre dalla parrocchia sono «scomparsi» con lui un’auto, una
tivù e un computer.
La «geografia» del
dono
L’elenco stilato nel dossier – avverte Fides – è provvisorio: ai ventuno
citati va aggiunta la lista, verosimilmente lunga, dei «militi ignoti
della fede» dei quali non si ha e forse non si avrà mai notizia. Dei 21
operatori pastorali uccisi nel 2007 e raccolti nel dossier, 15 sono
sacerdoti (9 diocesani, un fidei donum, 4 regolari), 3 diaconi, un
religioso, una religiosa e un seminarista (il ventenne filippino Justin
Daniel Bataclan). Sempre secondo il dossier, erano stati 24 nel 2006 e
25 nel 2005; 152 in totale dal 2001 al 2006. Fra il 1980 e il 1989 i
missionari uccisi nel mondo erano stati 115 e 604 fra il 1990 e il 2000
(ad aggravare il bilancio, il genocidio ruandese). I luoghi d’origine
delle vittime del 2007: Asia 8 (4 Iraq, 2 Filippine, 1 Sri Lanka, 1
Indonesia), 5 America (2 Messico, 1 Stati Uniti, 1 Perù, 1 El Salvador),
4 Africa (1 Ghana, 1 Swaziland, 1 Repubblica democratica del Congo, 1
Sudafrica), 4 Europa (2 Spagna, 1 Italia, 1 Germania). I luoghi della
morte: 8 Asia (4 Iraq, 3 Filippine, 1 Sri Lanka), 7 America (3 Messico,
2 Colombia, 1 Brasile, 1 Guatemala), 4 Africa (2 Sudafrica, 1 Kenya, 1
Ruanda), 2 Europa (Spagna). Non sempre, dunque, si tratta di luoghi in
cui i cristiani sono minoranza; anzi, spesso sono Paesi in cui – almeno
formalmente – c’è libertà religiosa e la presenza della Chiesa cattolica
è antica o almeno secolare, e consolidata. Anche in quei luoghi,
tuttavia, i «testimoni dell’amore» non vivono in un mondo a parte. Il
loro è – letteralmente, evangelicamente – un intercedere, uno stare in
mezzo, fra gli ultimi, fra le vittime della povertà, della violenza,
dell’ingiustizia: consapevoli che potrebbero essere chiamati a «offrire
la vita». Come il Buon Pastore, il cui Vangelo hanno scelto di
annunciare.
L’italiano padre
Bianco, 90 anni, stroncato da una rapina violenta
Una rapina degenerata nella violenza. Così ha trovato la morte, dopo
oltre sei decenni spesi a fianco del popolo della Colombia, padre Mario
Bianco, missionario italiano della Consolata. È spirato a Manizales il
15 febbraio 2007; come ha confermato all’agenzia Misna padre José Luis
Ponce de Léon, segretario generale della Consolata, l’anziano prete non
ha retto allo choc della rapina subita il 4 febbraio nel suo alloggio,
situato nel locale Seminario della congregazione. Quel 4 febbraio alcuni
malviventi si erano introdotti nella struttura dove Bianco viveva con un
confratello italiano, padre Francesco Melino. Dopo aver legato e
malmenato l’anziano religioso, i ladri hanno messo a soqquadro
l’abitazione portando via soldi e oggetti di valore per alcune migliaia
di euro. Inutile l’immediato ricovero in ospedale: dopo dieci giorni è
morto per infarto. Nato il 25 novembre 1916 a Valdellatorre (Torino),
padre Bianco era entrato nello studentato della Consolata di Favria
Canavese (Torino) a 15 anni. Ordinato prete nel 1944, per alcuni mesi fu
precettore dei due figli del Negus d’Etiopia. Nel 1946 partì per la
missione in Mozambico, che dovette lasciare per motivi di salute. Nel
1956 venne mandato in Colombia, dove prestò servizio in nove diverse
parrocchie. È stato sepolto a Manizales, l’ultima località in cui ha
esercitato il suo ministero.
Suor Anne, morta tra
le fiamme per salvare i malati di AIDS
Suor Anne Thole, 35 anni, nativa dello Swaziland, delle Suore
Francescane della Sacra Famiglia, è l’unica donna citata nel dossier
Fides 2007. È morta la mattina della Domenica delle Palme mentre cercava
di salvare alcuni malati di Aids dall’incendio che stava distruggendo la
struttura che li ospitava, nella missione di Santa Maria a Ratschitz, a
30 chilometri da Dundee, nel Sudafrica. Secondo le testimonianze, il
tetto in paglia dell’edificio ha preso fuoco, forse a causa della
sigaretta accesa da uno dei malati, e le fiamme hanno subito preso
vigore. Gli infermieri sono riusciti a mettere in salvo cinque degli
otto ricoverati; suor Anne è tornata indietro per recuperare anche gli
altri tre, ma il soffitto è crollato uccidendola insieme ai tre malati.
La religiosa da due anni prestava servizio in quell’ospedale, oltre ad
essere responsabile del noviziato del suo ordine religioso.
Padre Ganni e i suoi
tre diaconi, vittime dell’odio religioso a Mosul
Era il giorno della Solennità della Santissima Trinità, domenica 3
giugno, quando padre Raghiid Ganni, parroco della chiesa del Santo
Spirito a Mosul, città dell’Iraq settentrionale, veniva ucciso insieme a
tre diaconi che lo accompagnavano nello svolgimento del suo ministero
sacerdotale, ultimamente diventato sempre più pericolo dalla
recrudescenza del terrorismo di matrice islamica. Il brutale assassinio
fu eseguito appena dopo la Messa mentre il prete caldeo e i suoi
collaboratori stavano salendo in macchina. Secondo quanto riportava il
sito di informazione Ankawa, gli assalitori avevano intimato ai quattro
cattolici di convertirsi all’islam: un dettaglio che porta a inserire
l’uccisione di padre Raghiid – nato nel 1972, già studente di teologia a
Roma nei primi anni Duemila – e dei suoi amici nella vasta attività di
persecuzione anticristiana in atto in Iraq. Nel 2004 padre Ganni, che
svolgeva anche l’incarico di segretario dell’arcivescovo caldeo di Mosul,
Paulos Faraj Rahho, aveva subito un attentato nell’episcopio locale.
Benedetto XVI rese omaggio alla «testimonianza altruistica» dei martiri
cristiani di Mosul, «profondamente addolorato » per «l’insensato
assassinio». Dal «prezioso sacrificio» dei cattolici caldei il pontefice
auspicava la possibilità che «nei cuori e nelle menti di tutti gli
uomini e le donne di buona volontà» nascesse «una rinnovata risolutezza
a respingere le vie dell’odio e della violenza». Nei mesi scorsi la
Chiesa caldea ha attivato un sito internet di memoria a padre Ragheed,
al quale è anche stato intitolato un dispensario sanitario nella città
di Erbil, a servizio di cristiani e musulmani. |