Undici
italiani, un vietnamita, un cinese, due
francesi, tre messicani, due indiani. È
la variopinta composizione del Seminario
sant’Antonio Dottore, comunità
internazionale e interculturale di
giovani frati in formazione nei pressi
della Basilica. Per conoscere meglio
questa realtà che ha il nome del Santo
abbiamo interpellato il rettore, padre
Giuseppe Casarin.
Msa. Qual è il valore del vivere
insieme di persone provenienti da
culture tanto differenti?
Padre Casarin. La
presenza nel nostro Seminario di tanti
frati giunti da diverse realtà risponde
anzitutto a un bisogno di formazione che
proviene da contesti extraeuropei;
inoltre dipende dal calo numerico delle
vocazioni nel Vecchio continente.
La dimensione interculturale, poi, è una
ricchezza, perché permette il confronto
tra posizioni diverse. Facilita
l’apertura mentale, l’accoglienza e
l’ascolto. È una risposta ai nostri
tempi di globalizzazione e mobilità.
D’altra parte ascoltare e accogliere
l’altro non è immediato né scontato: le
reciproche diversità possono fare anche
paura. Servono tempi lunghi, pazienza,
volontà e sforzo di comprensione da ambo
le parti. Pensiamo solo alle difficoltà
che questi giovani devono affrontare
nell’accostarsi alla lingua italiana. E
infatti per facilitare la comunicazione
abbiamo attivato lo studio sistematico
dell’inglese.
Che cosa si propone la vita di
formazione?
Cultura, accoglienza e carità sono le
dimensioni tipiche del nostro Seminario.
L’impegno maggiore si esercita
nell’aiutare a chiarire e consolidare la
motivazione vocazionale in vista dei
voti perpetui, cioè per tutta la vita.
Tale discernimento si realizza sullo
sfondo di un progetto formativo che
cerca di tematizzare di anno in anno
alcune esperienze fondamentali della
vita di san Francesco e di sant’Antonio.
Quest’anno, ad esempio, il progetto
formativo ruota attorno al tema
«fraternità e missione», secondo un
binomio che ispira tutta la vita dei
frati in Seminario. Quindi si tratta di
imparare a stare insieme, a sviluppare
capacità relazionali fatte di ascolto,
rispetto, capacità di comunicare, di
perdonarsi e lavorare insieme. La
fraternità, inoltre, è pensata in vista
dell’annuncio. Il progetto si sviluppa
infatti in tre tappe: fraternità come,
in e per la missione.
Annunciare il Vangelo, dunque.
Sì, è una scelta fondamentale per il
francescano.
I giovani frati cercano di appropriarsi
di questa dimensione studiando le
esperienze missionarie del nostro Ordine
e mettendosi alla prova «sul campo»,
grazie ai fine settimana passati da
ottobre a giugno presso le parrocchie
nelle vicine diocesi o mettendosi a
servizio di persone ammalate di aids,
carcerati, pazienti ospedalieri.
Queste opportunità aiutano a riscoprire
il significato autentico della missione,
educano alla collaborazione con i
responsabili delle varie attività
pastorali e insegnano a gestirne tempi e
modalità.
Poi c’è lo studio...
Accanto a queste attività, infatti, c’è
la dimensione intellettuale volta ad
approfondire la conoscenza della persona
e del messaggio di Gesù.
Il tempo dello studio occupa gran parte
della giornata dei frati in formazione.
Su quali aiuti può contare un
giovane frate in Seminario?
La fraternità per la missione non si
improvvisa: richiede anche crescita dal
punto di vista umano, personale. I frati
sono accompagnati a livello individuale
dall’équipe formativa; possono contare
su colloqui con il padre spirituale e
altre figure di sostegno. Tutto ciò
serve per maturare il rapporto con se
stessi, con gli altri e con il Signore,
punto di partenza e di arrivo
dell’intero cammino. In questa
educazione relazionale acquista molta
importanza la preghiera. In particolare
il martedì, giorno dedicato a sant’Antonio,
ricordiamo tutti i devoti che ci sono
vicini spiritualmente e materialmente,
soprattutto per il sostentamento delle
vocazioni provenienti da Paesi
economicamente meno fortunati.
In che modo riuscite a
coinvolgere altri giovani?
Il Seminario è un faro sotto questo
punto di vista: nei luoghi in cui siamo
presenti cerchiamo di orientare la
domanda vocazionale.
Come riuscite a rendere presente
sant’Antonio nella vostra comunità?
Intanto partecipiamo a tutte le feste
del Santo: di recente abbiamo fatto una
bella esperienza di pellegrinaggio con
le reliquie all’ospedale di Padova. La
nostra è anche una comunità che nel nome
di sant’Antonio compie gesti di carità.
Ad esempio, accogliamo nei nostri
ambienti un certo numero di familiari di
malati e di carcerati, e offriamo
ospitalità a frati e missionari di
passaggio. Il nome di Antonio è
ricordato in qualità di «Dottore»
nell’intitolazione del Seminario: in
questo senso è significativa la comunità
dei docenti che contribuiscono alla
formazione intellettuale nelle
discipline filosofiche, bibliche e
teologiche. Infine la figura di sant’Antonio
è viva nella nostra devozione e nella
preghiera per quanti lo chiedono. Anche
questa è evangelizzazione.