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Morirà per eutanasia -
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La parola ai giuristi
Da non perdere questo video in cui ordinari di diritto privato argomentano il dissenso dalle motivazioni dalla sentenza riguardante Eluana.
Tra di loro, il prof. Alberto Gambino che a zenit.org ha dichiarato: "[L'impostazione della sentenza] è erronea in punto di fatto per due motivi. Primo perché è pacifica tra gli anestesisti l’impossibilità di accertare quando uno stato vegetativo è irreversibile. Dunque il presupposto su cui si muove la sentenza viene meno: non è affatto provato che il paziente non possa tornare in uno stato di coscienza ed esprimere la sua volontà.
Il secondo motivo è che il rifiuto di alimentazione ed idratazione non è rifiuto di terapie. Dare da bere e da mangiare ad un paziente, per quanto artificialmente, non è una cura ad una patologia, ma l’assolvimento di un bisogno essenziale dell’individuo. Se si pensa di troncare un’esistenza non soddisfacendo le esigenze primarie di una persona, credo che si sia davanti ad un caso di vera e propria eutanasia".
E ha aggiunto: "Laddove fossero superabili le obiezioni che ho appena sollevato – ma davvero non vedo come – resta difficile spiegare come sia possibile richiamarsi alla libertà del rifiuto della cura dinanzi ad una volontà inespressa. Risalire a “comportamenti”, “stili di vita”, “dichiarazioni pregresse” per stabilire ciò che si deve decidere ora e in questa situazione, significa davvero non tenere conto della reale volontà del paziente, che, per essere libera, deve essere attuale, circostanziata e contestualizzata. E’ pericolosissimo retrodatarla perché si finisce per farsi interpreti, arbitrari, di una presunta volontà altrui, secondo i propri desideri, per quanto essi siano motivati e sofferti".



 


Morirà per eutanasia

« Eluana non muore della patologia da cui è affetta, muore di fame e di sete. Anzi viene fatta morire, quindi si tratta di eutanasia». Il professor Franco Cuccurullo, rettore dell’Università di Chieti e presidente del Consiglio superiore di sanità, è docente di Medicina interna e non condivide affatto – pur rispettandola – la serie di decisioni della magistratura che stanno portando Eluana a morire. «Parlando da medico, mi resta grande perplessità e rammarico – aggiunge –. Penso che si apra una deriva pericolosa per le persone incapaci ».

Professor Cuccurullo, lei ha dichiarato che l’adempimento delle sentenze della magistratura nel caso di Eluana Englaro configurerebbe un caso di eutanasia. Perché?

Si tratta di eutanasia perché la morte di Eluana sarebbe causata dalla sospensione di idratazione e alimentazione, non dalla patologia di base dalla quale è affetta. Vede, io faccio due esempi: un paziente cui si interrompe un trattamento terapeutico o quello cui si toglie il sostegno alle funzioni vitali. Il primo caso è per esempio una persona affetta da una malattia tumorale allo stadio terminale. Io posso interrompere una chemioterapia che sottopone il paziente a ulteriori sofferenze senza migliorarne le condizioni. In questo caso la morte che sopraggiunge è una conseguenza diretta della malattia da cui è affetto il paziente. Viceversa – è il secondo caso – se a un paziente io sospendo l’idratazione e l’alimentazione non muore per la sua malattia, ma muore di sete e di fame. Non è la malattia che lo fa morire, il decesso non è conseguenza diretta della patologia che lo affligge. Muore per disidratazione.

Ma qualcuno sostiene che essendo atti medici sono analoghi. Non è vero?

Torniamo al primo caso. Se sospendo un trattamento chemioterapico a un paziente terminale di cancro che può dare solo disturbi, poi in presenza della comparsa di dolori, cercherò di alleviare le sofferenze, userò farmaci antidolorifici. In altre parole, metterò in atto un trattamento palliativo che non risolve la patologia ma lenisce il sintomo. Ma se a quello stesso paziente, alleviato il dolore, tolgo l’acqua, subirà la sofferenza da disidratazione. E se per risolvere il sintomo dolore, io somministravo un antidolorifico, per risolvere i disturbi da disidratazione, la soluzione non è l’antidolorifico. Proviamo a immaginare una persona dispersa nel deserto, che viene ritrovato disidratato: per lenirgli le sofferenze gli somministriamo antidolorifici? No, gli diamo acqua.

Viene anche sostenuto che è ormai opportuno far riprendere il suo corso alla malattia, che è stata come bloccata dai medici quasi 17 anni fa. Non è così?

Non è così. Eluana Englaro non morirebbe della sua malattia, che è in uno stato stabile. C’è una forte spinta vitale in quell’organismo: per fermarla occorre sospendere idratazione e alimentazione. Cosa c’è di diverso dall’eutanasia, o dall’omicidio? Ruotiamo intorno a questi concetti, è difficile discriminare. Diverso era il caso di Piergiorgio Welby. La ventilazione meccanica era la terapia indispensabile alla sostenerlo nella sua malattia, che colpendo i muscoli rendeva impossibile anche la respirazione. La sospensione del funzionamento della macchina portava il paziente a morire della sua malattia.

Qualcuno sostiene anche che Eluana non soffrirebbe, perché la corteccia è totalmente compromessa. Però nel decreto della Corte d’Appello di Milano si prevede un accompagnamento alla morte che fa uso di sedativi e antiepilettici. Che cosa significa?

Siamo di fronte a grandi contraddizioni: povera figlia, non è una vita che si spegne, ma che viene spenta. Io non conosco le condizioni cliniche specifiche, e quindi non mi posso pronunciare oltre un certo limite. Posso dire che esistono test specifici per stabilire se un paziente avverte il dolore. In questo caso credo che la morte sopravvenga per una insufficienza renale legata alla disidratazione progressiva. E finora questa non è la sua patologia. Ho grande perplessità e rammarico di fronte a queste sentenze: penso che si apra una deriva pericolosa per le persone incapaci.
 


Una forma di eutanasia crudele

Si prospetta purtroppo un'agonia lunga perché Eluana è giovane ed è stata assistita bene in questi anni dalle suore di Lecco. Siamo davanti a una situazione paradossale. Questa persona, che oggi vive senza l’aiuto di farmaci e macchinari, può essere uccisa levandole il sondino che la alimenta.

Forse una speranza c’è ed è contenuta in un appello a Strasburgo per far rispettare il diritto alla vita in Italia. Non si perde certo d’animo Giuliano Dolce, 80 anni, neurologo di fama internazionale, direttore scientifico del «Sant’Anna» di Crotone e presidente dell’associazione di bioetica Vive.

Anzitutto è determinato a denunciare il medico che staccherà il sondino nasogastrico che alimenta Eluana e il direttore sanitario della struttura o dell’Asl che ospiterà la giovane in stato vegetativo «perché negli ospedali pubblici italiani si va per farsi curare, non per venire uccisi». E, insieme a 34 associazioni, annuncia un ricorso alla Corte europea dei diritti umani contro la sentenza che, per la prima volta, autorizza la morte di una cittadina italiana.

Professore, dunque assisteremo nei prossimi giorni a un altro calvario come quello dell’americana Terri Schiavo?
«Precisamente. Si prospetta purtroppo un’agonia lunga perché Eluana è giovane ed è stata assistita bene in questi anni dalle suore di Lecco. Siamo davanti a una situazione paradossale. Questa persona, che oggi vive senza l’aiuto di farmaci e macchinari, può essere uccisa levandole il sondino che la alimenta. Non c’è accanimento terapeutico su di lei, i sanitari infatti la nutrono come è loro dovere. Invece la magistratura italiana, a dispetto delle convenzioni internazionali, ritiene che nutrire una persona al massimo grado di disabilità sia un atto terapeutico e non un atto dovuto. Ora, per non infliggerle le sofferenze della disidratazione, dovranno sedarla, quindi somministrarle farmaci. Si finirà così con il curarla per farla morire "bene".


Ma questa non è eutanasia, pratica vietata in Italia?
«Sì ed è una forma di eutanasia crudele, per giunta, perché prolungata e praticata su una persona indifesa che potrebbe vivere almeno altri 16 anni in stato vegetativo e non su un malato terminale. Che non ha lasciato neppure un ipotetico testamento biologico, facendo sapere che rinuncia volontariamente a ogni forma di alimentazione».

Eppure Riccio, l’anestesista che ha aiutato a morire Welby, garantisce che non soffrirà, poiché è priva di coscienza...
«E allora ci spieghi perché sedarla e perché i giudici milanesi, nella sentenza dello scorso giugno, hanno prescritto minuziosamente i dettagli da seguire per arrivare alla morte. Già che c’è, questo signore mi spieghi anche come può un medico togliere l’alimentazione a un paziente. Oggi Eluana vive grazie a mille calorie fornitele quotidianamente da un liquido che ha il color del latte e che è ricco di minerali, grassi e zuccheri. Ma se frullassero del cibo e glielo fornissero, potrebbe assumerlo. Morirà di fame e di sete, inutile trovare eufemismi».

Qualche tempo fa alla donna, che oggi ha quasi 38 anni, è tornato il ciclo mestruale. Qualcosa sta avvenendo nel suo stato vegetativo?
«Scientificamente non vi è alcuna correlazione. Ma è altrettanto vero che generalmente negli stati vegetativi il ciclo ritorna dopo pochi mesi, non ho mai sentito di un ciclo che ritorna dopo quasi 17 anni. È un caso unico, a mia memoria. Significa che qualcosa è successo nell’ipofisi e nell’ipotalamo di Eluana. Questo non vuol dire, però, che potrebbe riprendere coscienza. Avanzo un’ipotesi suggestiva di carattere psicanalitico: non avendo altre forme di comunicazione, forse ha voluto avvertirci con il suo corpo che non vuole morire. Ma è solo l’ipotesi di un vecchio medico che da mezzo secolo sta in corsia accanto a chi vive in stato vegetativo».

In questi mesi lei, con tanti altri, si è battuto perché non finisse così. Come ha reagito alla sentenza?
«Non è una vittoria, come hanno detto i legali del padre e neppure una sconfitta dell’associazionismo e del mondo medico scientifico contrario a far morire la giovane. La Cassazione non si è pronunciata ed è stata, a mio avviso, una scelta pilatesca dei giudici perché si sono appellati a un vizio di forma. Non è cambiato nulla rispetto allo scorso luglio, il padre poteva decidere di togliere il sondino ieri come potrà farlo domani. Piuttosto, il loro problema è dove trovare un posto "adatto", come dice la sentenza ad ospitare Eluana per morire. Non l’hanno trovato in Lombardia, in Piemonte, neppure nelle regioni laiche come Emilia e Toscana. Siccome si dice che andrà all’ospedale civile di Udine, in Friuli, mi risulta che una struttura pubblica non possa ospitare una persona, un cittadino della Repubblica, per farla morire anziché curarla. Quindi, sono intenzionato a denunciare i sanitari e i dirigenti che permetteranno che la donna muoia. E non è l’unica cosa che faremo».

Quali altre iniziative avete progettato?
«Oggi stesso presenteremo ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo a Strasburgo. Oltre all’associazione Vive, abbiamo il sostegno di 33 realtà tra cui la Federazione nazionale trauma cranico. Abbiamo qualche speranza, i requisiti per accogliere d’urgenza il ricorso ci sono tutti. Non ci illudiamo, ma la Corte europea potrebbe ancora fermare tutto e riaffermare il diritto di questa donna ad essere nutrita».

Su cosa si fonda il ricorso?
«Noi rappresentiamo chi si prende cura dei 30 mila pazienti in stato vegetativo e riteniamo che con la sentenza di ieri l’Italia abbia violato diversi trattati internazionali. Uno su tutti, la Convenzione Onu sulla disabilità del 2006. Eluana dal punto di vista medico è una persona in stato vegetativo persistente ed è clinicamente guarita, ma in maniera imperfetta ed è affetta da disabilità al massimo grado. La convenzione, sottoscritta dall’Italia un anno fa, le garantisce, in un comma dell’articolo 25, il diritto ad assumere cibo e fluidi. Purtroppo i giudici milanesi ignoravano tutto ciò e anche quelli della Cassazione. Bisogna allora andare fuori dai nostri confini per chiedere di riaffermare il suo diritto alla vita. E anche per tutelare migliaia di persone in stato vegetativo. Perché questa sentenza rischia di fare da apripista ad altre, può mettere migliaia di vite inermi come la sua su un piano inclinato e farle scivolare verso la morte perché un giudice ha stabilito che non sono degne di vivere».

 


Ecco come si muore di fame e di sete
In un rapporto medico Usa le sofferenze atroci di un malato privato di cibo e acqua

«Togliere a una persona il sondino che la nutre è assolutamente innocuo. È un buon modo di morire. Probabilmente il modo migliore di morire, dopo l’aneurisma». Nel 2003 Michael Schiavo, il marito di Terri Schindler, rilasciò questa dichiarazione durante il noto talk show americano di Larry King, sostenendo che la moglie dovesse essere 'liberata' al più presto dallo stato vegetativo. Insomma, chiedendo che le fossero tolti cibo e acqua, come si è deciso per Eluana. Questa frase sembra essere rimbalzata nel tempo, e nello spazio, per arrivare oggi sulle pagine di quasi tutti i giornali nostrani, nei dibattiti televisivi e radiofonici, nei blog: morire di fame e di sete? Non fa male. È innocuo. E poi Eluana non se ne accorgerà nemmeno, «non è cosciente ». Nel 1986, anni prima che la vicenda Schiavo e quella Englaro portassero le condizioni dei pazienti in stato vegetativo alla ribalta della cronaca, negli Stati Uniti – e precisamente in Massachusetts – un pompiere di nome Paul Brophy fu 'condannato' a morire di fame e di sete dai giudici, in seguito alle richieste insistenti dei suoi familiari. Aveva 45 anni, ed era in stato vegetativo da tre. Moglie e figli sostennero che più volte, verbalmente, l’uomo avesse dichiarato di preferire la morte a una vita simile. Il caso fece molto scalpore oltreoceano per due motivi: era la prima volta che un paziente americano moriva in seguito alla decisione di un tribunale di interrompere alimentazione e idratazione artificiali; durante l’iter processuale un giudice della Corte Suprema del Massachusetts, Neil Lynch, dichiarandosi contrario alla decisione della maggioranza dei suoi colleghi presentò una relazione – stilata da un gruppo di medici esperti – sulle conseguenze concrete della rimozione del sondino naso-gastrico.

Il documento in questione descrive minuziosamente la morte per fame e per sete, con particolari anche molto crudi. E, si badi bene, non dice niente di originale o diverso rispetto a quello che si può trovare scritto in ogni manuale di medicina, alla voce 'disidratazione', per esempio. Cioè, che morire di sete – perché nel caso della rimozione di un sondino naso-gastrico il paziente muore principalmente proprio a causa della disidratazione – è atroce. A partire dalla durata dell’agonia: da cinque giorni per i soggetti più fragili fisicamente (anziani e bambini) al massimo di tre settimane. Un lasso di tempo interminabile, in cui il corpo si consuma lentamente a causa della secchezza dei tessuti, alla disidratazione delle pareti dello stomaco (che provoca spasmi) e delle vie respiratorie. In cui la pelle si ritira, gli occhi si incavano, la temperatura corporea aumenta inesorabilmente in seguito alla mancanza di sudorazione. E in cui le mucose si inaridiscono, il naso sanguina, le labbra e la lingua si spaccano, proprio come hanno dimostrato di sapere i giudici della Corte d’Appello di Milano, che nella sentenza che lo scorso luglio ha sancito il distacco del sondino di Eluana si sono 'raccomandati' che quelle mucose venissero bagnate, per evitare che la giovane donna soffra. O mostri la sua sofferenza.

La lista degli 'orrori' del giudice Lynch fece il giro d’America, sollevando non pochi dubbi sulla liceità della sentenza, che fino a quel momento era stata presentata all’opinione pubblica come un atto di 'liberazione' del tutto innocuo. Lo stesso ospedale dove il pompiere era ricoverato, il New England Sinai Hospital, si oppose a che una simile morte potesse avvenire all’interno della propria struttura, per giunta coadiuvata dal personale sanitario. Il documento di Lynch fu poi inutilmente impugnato dai familiari di Terri Schiavo: di più, nel caso della giovane donna fu anche raccolta la testimonianza di un medico, David Stevens, specializzato nel campo della disidratazione nell’infanzia e che aveva maturato un’esperienza di quindici anni in Africa, accanto ai bambini denutriti. Il medico raccontò come la morte per sete lo avesse messo innanzi a situazioni cliniche al limite del sopportabile. L’unica differenza tra i suoi pazienti e quelli in stato vegetativo, come Brophy, Terri Schiavo ed Eluana: lo stato di coscienza. Per cui i piccoli potevano lamentarsi, comunicare a voce la propria sofferenza fisica. Non piangere, però, in quanto la disidratazione porta via anche le lacrime. Nel 1986 Paul Brophy, in quelle condizioni disumane, rimase in vita otto giorni. A Terri Schiavo andò peggio: tredici interminabili giorni di denutrizione la ridussero in uno stato fisico indicibilmente penoso, al punto che alla stessa madre – in seguito a un malore – fu impedito di vederla nelle ultime ore. Eluana Englaro, come loro, non è attaccata a una 'spina', non è tenuta in vita da macchinari o con medicinali. Apre e chiude gli occhi, di notte dorme, la mattina si risveglia, il suo corpo ha lottato per la vita 16 anni, ha avuto persino la forza di superare, recentemente, una grave emorragia. Ma certo, Eluana non parla. Non interagisce con gli altri. E non piange. Quanto tempo durerà la sua silenziosa agonia?


Magdi Allam: adottiamo Eluana

Magdi Cristiano Allam, lo scrittore e giornalista islamico convertito al cristianesimo, lancia dalle pagine del suo sito un appello per l'adozione a distanza di Eluana Englaro: "Non è attaccata a nessun tipo di macchinario che ne favorisca la respirazione, non assume alcun farmaco, l'unico elemento esterno che le consente di vivere è il sondino che scende in fondo al suo stomaco e la nutre".

Ed ecco il testo di Magdi Allam:

Cari Amici,
Lancio un appello urgente e forte a mobilitarci per difendere il diritto alla vita di Eluana Englaro, affinché trionfi il valore insopprimibile della sacralità della vita dal concepimento alla morte naturale quale fondamento della nostra umanità e della nostra civiltà.

Mobilitiamoci testimoniando con la parola la nostra strenua condanna dei boia del relativismo etico che violano incontestabilmente il valore insopprimibile della sacralità della vita, che si sono arbitrariamente auto-attribuiti il diritto di sentenziare che Eluana non debba più continuare a vivere, che Eluana debba essere uccisa cessando di nutrirla.

Mobilitiamoci contro questa deriva etica, giuridica e politica che vorrebbe “cosificare” la vita umana, con il tragico risultato che oggi i nostri figli immaginano, come è avvenuto per dei quattordicenni siciliani che non si sono fatti scrupoli ad assassinare una loro coetanea dopo averla stuprata e messa incinta, che la vita umana possa essere impunemente usata, violata e buttata.

Mobilitiamoci affinché Eluana possa restare in vita presso le suore Misericordine che da 14 anni l’accudiscono amorevolmente nella casa di cura “Monsignor Luigi Talamoni” a Lecco, che hanno detto: “Per noi Eluana è una persona e viene trattata come tale. E’ una ragazza bellissima. Vorremmo dire al signor Englaro (il padre) che se davvero la considera morta di lasciarla qui da noi. E’ parte della nostra famiglia”.

Mobilitiamoci sostenendo a viva voce che anche per noi Eluana è una persona che ha diritto alla vita e anche per noi Eluana è parte della nostra famiglia. Promuoviamo un’adozione a distanza di Eluana che sia tale innanzitutto nei nostri cuori e che possa, se necessario, trasformarsi in un impegno concreto al fianco delle suore Misericordine che attestano con la loro testimonianza d’amore e di vita l’autentico messaggio di Gesù, che trova piena corrispondenza nei valori assoluti e universali che sostanziano l’essenza della nostra umanità.

Vi esorto a far pervenire a questo sito la vostra adesione a questo appello, indicando il vostro nome e cognome, la vostra e-mail e la motivazione per la quale aderite all’appello.

Cari Amici, secondo la testimonianza, pubblicata oggi su Il Foglio, di Marco Barbieri che ha incontrato Eluana cinque anni fa, la ragazza ogni mattina apre gli occhi e alla sera li richiude. Non è attaccata a nessun tipo di macchinario che ne favorisca la respirazione, non assume alcun farmaco, l'unico elemento esterno che le consente di vivere è il sondino che scende in fondo al suo stomaco e la nutre. I medici lo definiscono uno stato vegetativo permanente, ma Barbieri ricorda che "la letteratura clinica è ricca di casi di uomini e donne che dopo periodi di coma come Eluana si sono risvegliati" anche se non è dato sapere come e quando. Di fatto il coma permanente è ben diverso dal coma irreversibile. Tanto che, come si legge a pagina 6 de Il Giornale, le suore che la accudiscono non sospenderanno mai l'alimentazione, come conferma la responsabile della clinica suor Albina Corti: "Per ora non ci hanno ancora comunicato nulla. Non sospenderemo mai l'alimentazione. Nel caso, venga il padre a prenderla: fino ad allora la ragazza starà qui. Anche se vorremmo dire al signor Englaro che se davvero la considera morta di lasciarla qui da noi. E' parte anche della nostra famiglia. Per noi è una persona e viene trattata come tale. E' una ragazza bellissima. Qualche volta se le parla suor Rosangela muove gli occhi".

Cari Amici, è per queste ragioni che vi chiedo ancora di sottoscrivere l'appello.

Cari Amici, andiamo avanti insieme da Protagonisti per l’Italia dei diritti e dei doveri, del bene comune e dell’interesse nazionale, promuovendo un Movimento della Verità, della Vita e della Libertà, per una riforma etica dell’informazione, della società, dell’economia, della cultura e della politica, con i miei migliori auguri di successo e di ogni bene.

Magdi Cristiano Allam

 

Qui si può aderire: http://www.magdiallam.it/appellosalviamoeluana 

 



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