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Ci sono parole che
l'uso logora, svuotandole di significato. Una di queste è “emergenza”,
un qualcosa che si manifesta senza grandi preavvisi, in modo
imprevedibile. E' una situazione che preoccupa, spaventa, mette in
crisi.
“Emergenza, si lavora sempre in emergenza!... Ci chiedono risposte che
non ci sono... Manca il tempo per riflettere... Ne risolvi una, se ne
presenta un'altra!.. Si corre, si tampona, sembra sempre di essere in
ritardo!”, lamentano i preti dell'Oratorio ma anche gli educatori.
Ho trovato una riflessione di Etty Hillesum, che può aiutare a superare
ogni forma di pessimismo ed affrontare con coraggio e speranza ogni
emergenza: “A volte penso che ogni situazione, buona o cattiva, possa
arricchire di nuove prospettive. E se noi abbandoniamo al loro destino i
duri fatti che dobbiamo irrevocabilmente affrontare – se non li
ospitiamo nelle nostre teste e nei nostri cuori, per farli decantare e
diventare fattori di crescita e di comprensione -, allora non siamo una
risposta vitale”. Siamo in partenza dei rassegnati, degli sconfitti, dei
perdenti.
Una lunga introduzione per sottolineare una “emergenza” che si avanza
nella nostra esperienza, davvero significativa ed efficace di questi
nostri ultimi vent'anni: la realtà dei campi estivi, che impegnano
migliaia di animatori e parecchie migliaia di ragazzi delle nostre
Diocesi. Più di un “don” denuncia non solo l'età più giovane degli
animatori ma anche la disaffezione e la diserzione dei ragazzi e delle
ragazze della scuola media, che non si sentono più attratti dai campi
estivi: partecipano quelli che già durante l'anno sono stati presenti in
oratorio, gli altri invece preferiscono vivere liberi da ogni norma che
il progetto oratoriano impone, anche se elementare, a maglie larghe e
non strette.
Sono alcuni segni di un cambio che negli anni hanno visto diminuire
sempre più l'età degli iscritti all'oratorio: meno giovani, meno
adolescenti, meno ragazzi delle scuole medie. Non è ancora un fenomeno
generale ma questi segnali ci imporranno una verifica delle nostre
proposte, ripartendo dall'esperienza concreta, confrontandosi con
realismo, ridando freschezza ai nostri progetti, attualizzandoli alle
esigenze dell'oggi.
Una buona fetta di responsabilità ricade sulla fragilità di tanti adulti
in famiglia. Si è facili a concedere e difficili ad esigere, spesso
ansiosi e preoccupati nel mandare i ragazzi all'oratorio perché
all'oratorio ci sono gli stranieri, qualche ragazzo difficile, per cui
va protetta “la specie”, tenendola a casa sotto campana di vetro,
facendola crescere al di fuori di ogni contesto sociale nel Territorio,
dove vive e frequenta scuola.
Forse sono delle scusanti non proprio costringenti. Qualche adulto
sembra mettere in discussione il metodo del rapporto capillare, della
relazione personale, a tu per tu: essa non tiene più di fronte alla
forza del gruppo, all'invasione nella vita dei ragazzi della cultura
delle nuove tecnologie, della nuova moda così lontana dalle avventure e
dai giochi proposti all'Oratorio.
Già in prima media il ragazzino si sente grande e i grandi non vanno
all'oratorio. Quelli di terza media, invece, si sentono adulti. È la
generazione della sigaretta, dello spinello, delle festicciole di
compleanno, delle prime “bevute”, delle ribellioni e comportamenti
“irragionevoli” per gli adulti, sempre più distanti da loro, pronti ad
erigere barriere difensive per non bruciarsi ed evitare gli stress che
provocano i fallimenti educativi: l'indifferenza alle proposte, la loro
passività e la diminuzione del senso appartenenza alla famiglia, alla
vita dell'oratorio.
È la sofferenza di alcuni don, che può diventare di molti. Il pericolo è
di rinchiudersi nei piccoli gruppi di quelli che corrispondono e lasciar
perdere gli altri o di centrare la pastorale giovanile ai ragazzini
delle elementari, mentre i problemi diventano sempre più gravi con il
crescere degli anni.
Sarebbe forse un andare contro il Vangelo. |