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L’elenco
dei «testimoni della fede» uccisi nel corso del 2009 annovera ben 30
sacerdoti su 37 vittime. Se fosse una professione come le altre, si
potrebbe dire che quello del prete non solo sia logorante, ma
addirittura un mestiere ad alto rischio. È questo il primo pensiero che
viene - in quest’Anno sacerdotale - leggendo l’elenco degli operatori
pastorali che hanno perso la vita in modo violento nel corso degli
ultimi 12 mesi. Un elenco che, come ogni anno, provvidenzialmente
l’Agenzia Fides pubblica a fine dicembre. Nel corso del 2009 sono stati
uccisi 37 operatori pastorali, ben 30 dei quali erano sacerdoti; oltre a
loro l’elenco comprende 2 religiose, 2 seminaristi, 3 volontari laici.
Due i missionari italiani che figurano nell’elenco. Si tratta di padre
Giuseppe Bertaina, della Consolata, ucciso il 16 gennaio 2009, a Nairobi
(Kenya) e don Ruggero Ruvoletto (nella foto), fidei donum di Padova,
ucciso il 19 settembre 2009, nella sua parrocchia nel barrio Santa
Etelvina, periferia di Manaus (Brasile).
Un dato che colpisce è che l’insieme dei 37 nomi del 2009 rappresenta
quasi il doppio rispetto al precedente anno 2008 e, nota Fides, è il
numero più alto registrato negli ultimi dieci anni.
Un terzo elemento significativo: il continente più toccato dal sangue è
la cattolicissima America Latina, mentre l’Asia delle tensioni
interreligiose e dei fondamentalismi indù e musulmani nell’elenco di
Fides figura con due «soli» sacerdoti vittime (ai quali – per dovere di
cronaca – andrebbero però, almeno, aggiunti i cristiani uccisi in Iraq e
Pakistan).
Una possibile spiegazione di questa apparentemente strana situazione è
che, in testa ai fattori scatenanti gli omicidi di cui parliamo, stanno
i tentativi di rapina o i furti. Dunque non una violenza connotata
religiosamente, bensì l’esito di una criminalità che si alimenta di
miseria, degrado, rabbia.
Qualcuno potrebbe – perciò – insinuare il dubbio che sia scorretto
chiamare «martiri» queste persone. La stessa agenzia Fides è prudente,
al riguardo e spiega: «Non usiamo di proposito il termine “martiri”, se
non nel suo significato etimologico di “testimone”, per non entrare in
merito al giudizio che la Chiesa potrà eventualmente dare su alcuni di
loro».
Ciò detto, non può non essere rimarcato il fatto che gli operatori
pastorali che hanno subito la morte per mano assassina sapevano
benissimo di essere esposti al pericolo e di rispondere a una vocazione
(perché questo è il martirio cristiano, non certo una forma di
masochismo più o meno ideologico) in contesti rischiosi.
Vogliamo quindi cogliere il messaggio profondo che viene da queste
storie.
Lo ha ricordato Benedetto XVI all’Angelus della festa di Santo Stefano:
«La testimonianza di Stefano, come quella dei martiri cristiani,
indica ai nostri contemporanei spesso distratti e disorientati, su chi
debbano porre la propria fiducia per dar senso alla vita. Il martire è
colui che muore con la certezza di sapersi amato da Dio e, nulla
anteponendo all’amore di Cristo, sa di aver scelto la parte migliore.
Configurandosi pienamente alla morte di Cristo, è consapevole di essere
germe fecondo di vita e di aprire nel mondo sentieri di pace e di
speranza. Oggi, presentandoci il diacono Santo Stefano come modello, la
Chiesa ci indica, altresì, nell’accoglienza e nell’amore verso i poveri,
una delle vie privilegiate per vivere il Vangelo e testimoniare agli
uomini in modo credibile il Regno di Dio che viene».
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