A queste domande cerca di rispondere Annette
Wieviorka, che dirige il Centro nazionale per la ricerca scientifica
alla Sorbona di Parigi e ha all’attivo numerosi volumi sull’ebraismo
e la Shoah, nel fortunato Auschwitz spiegato a mia figlia,
uscito una decina di anni fa e ancora molto utilizzato nell’attività
didattica. Si tratta di domande che però, nell’arco di un periodo
presumibilmente ormai non ampio, pur se non quantificabile con
precisione, rischiano di apparire superate. Non per la loro ovvietà,
bensì perché il progressivo venir meno dei testimoni diretti di quel
dramma indicibile potrebbe favorire le ragioni – per dir così – dei
negazionisti, di chi sostiene che la Shoah non avvenne, o almeno non
con quelle proporzioni immani che conosciamo bene. Mentre invece, in
realtà, lo sterminio di un terzo della popolazione ebraica nel
mondo, la brusca fine della felice simbiosi tra cultura tedesca ed
ebraismo illuminato (che aveva prodotto esperienze intellettuali
straordinarie, da Buber a Rosenzweig passando per Scholem), la
distruzione del microcosmo yiddish nell’Europa dell’Est hanno avuto
un impatto profondo e permanente nella coscienza religiosa e
politica ebraica.
La complessità dei problemi che tale evento
propone, non solo all’ebraismo, è grande. Lo testimonia la stessa
questione riguardante come nominarlo, di cui si è dibattuto a lungo
(ed è appena il caso di rammentare la densità simbolica del nome
nella tradizione biblica). Se il termine ebraico Shoah –
disastro, catastrofe – negli ultimi vent’anni si è ormai imposto su
scala europea, nell’universo anglosassone si ricorre ancora a
Holocaust: parola venata di ambiguità perché rischia di
collegare l’accaduto a una sorta di sacrificio rituale. Mentre in
ambito ortodosso ebraico (haredim, chassidim) si
preferisce parlare di khurbn, adottando dall’yiddish un lemma
a metà fra distruzione totale e sacrificio, e
alludendo anche ad altre catastrofi della propria storia, dalle
varie distruzioni del tempio di Gerusalemme alla cacciata dalla
Spagna del 1492 e ai massacri per mano cosacca del 1648.
In ogni caso, c’è consenso generale sul fatto che
la Shoah, per gli obiettivi di sterminio e le modalità
tecnico-burocratiche della sua attuazione, rappresenti un unicum
nella vicenda umana; e come tale è stata elaborata da teologi e
filosofi, non solo ebrei. «Di fronte ad Auschwitz», afferma il
teologo cattolico Johann Baptist Metz, «non è in gioco semplicemente
una revisione della teologia cristiana dell’ebraismo, ma una
revisione della teologia cristiana come tale». Ma l’interrogativo
chiave, sul versante di Israele, è se la Shoah costituisca un nuovo
paradigma nella storia ebraica, a partire dal quale sarebbe
necessario ripensare la presenza ebraica nel mondo, il suo rapporto
con le nazioni e persino quello con Dio (basti pensare alla lettura
originalissima che ne dà Hans Jonas ne Il concetto di Dio dopo
Auschwitz).
In questo senso, è significativa la scelta dei
legislatori italiani che, con la legge n. 211 del 20 luglio 2000,
hanno aderito alla proposta internazionale di indire per il 27
gennaio (data dell’abbattimento dei cancelli di Auschwitz nel ’45)
una Giornata della Memoria. Ciò «al fine di ricordare la Shoah, le
leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli
italiani che hanno subito la deportazione, la prigionia, la morte,
nonché coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono
opposti al progetto di sterminio e, a rischio della propria vita
hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati». La discussione
è aperta, piuttosto, sul senso da dare a tale ricorrenza, e su quali
valori s’intende affermare la continuità, affinché la memoria, e le
rappresentazioni che a essa si vogliono associare, non restino
monumento inerte ma segnale permanente proiettato verso il futuro.
In un libro
cruciale per l’identità ebraica, il Talmud, si narra che,
quando il bambino che sta per nascere è ancora nel corpo materno,
una luce gli splende sul capo e apprende tutta intera la Torah;
mentre arriva il momento di uscire al mondo, però, arriva un angelo
che gli posa le dita sulle labbra, perché dimentichi tutto e non
possa parlarne, in futuro. La suggestiva parabola espone una nozione
cruciale per Israele, sospeso costantemente fra l’urgenza della
memoria e la necessità dell’oblio. Parafrasando la litania dei tempi
di Qohelet, potremmo dire che c’è un tempo per fare memoria, e un
tempo per astenersi dal ricordare. C’è un tempo per fare memoria,
perché quanto è accaduto non abbia mai più ad accadere, e un tempo
per astenersi dal ricordare, per non vedersi inchiodati a un passato
che va superato, messo in discussione. Per non farne un idolo, come
tutti gli idoli illusorio e inutile. Esiste, in effetti, un ricorso
retorico all’appello alla memoria, piuttosto diffuso, soprattutto
alla memoria della Shoah: un riferimento talvolta puramente
celebrativo, ornamentale, privo di reale mordente e scadente persino
nei linguaggi adottati. E c’è, d’altra parte, il rischio di
diffondere la convinzione della necessità di una pacificazione
sociale ottenuta al prezzo dell’afasia o della smemoratezza,
giungendo al punto di occultare le fonti storiche o di riabilitare i
colpevoli, trovando una colpa nelle vittime.
È un caso serio,
dunque, l’educazione alla memoria, l’apprendimento progressivo di
questo esile filo interiore che ci tiene faticosamente legati al
nostro passato: individuale, familiare, della società civile cui
apparteniamo e della comunità di fede cui, nel caso, facciamo
riferimento. Forse oggi più di ieri, se i progetti di total
recall, di una memoria totale, riferiscono che non è lontano il
giorno in cui potremo sperimentare dal vivo l’incubo affrontato dal
giovane Ireneo Funés, el memorioso, che ricordava ogni
avvenimento di ogni tempo, in un racconto di Borges tratto da
Finzioni. Il fatto è che non è facile vivere in maniera feconda
la relazione col proprio passato, e si corrono sempre i due pericoli
citati: fra il rischio di rimanerne prigionieri, incapaci di
superarne gli errori, e la tentazione di spezzare ogni vincolo con
esso, quasi fossimo i primi abitatori di questo pianeta.
Barbara Spinelli, ne Il sonno della memoria,
si è proposta di ridestare in effetti il coraggio e non il culto
della memoria. Che è qualcosa di delicato, e può bruciare le ali: lo
sa bene, Israele, che alla meditazione sullo zikkaron (il
memoriale) ha dedicato le energie migliori. Fino ad ammettere, nel
cuore della cena pasquale, il seder, che nell’occasione
ognuno deve fare come se fosse uscito egli stesso dall’Egitto,
incarnando nella propria esistenza l’evento fondante della fede dei
Padri, la liberazione miracolosa dalla schiavitù di Faraone.
D’altra parte, però, non tutto va ricordato, di
quanto è accaduto in termini di dolore patito e di vicende
traumatiche sopportate. Come suggeriva rabbi Israel Spira, grande
maestro chassidico moderno: «Ci sono avvenimenti di tale
straordinaria grandezza che non li si dovrebbe ricordare in ogni
momento, ma non li si dovrebbe nemmeno dimenticare. La Shoah è uno
di questi». E TzvetanTodorov annota: «La commemorazione rituale non
è solo di scarsa utilità per l’educazione della popolazione quando
ci si limita a confermare nel passato l’immagine negativa degli
altri o la propria immagine positiva; essa contribuisce anche a
sviare la nostra attenzione dalle urgenze presenti, procurandoci una
buona coscienza con poca spesa».
Il pericolo è ben presente allo stesso Metz, fino
ad ammettere che la memoria può risultare una controfigura borghese
della speranza, che ci dispensa ingannevolmente dai rischi del
futuro. Il riferimento, qui, è all’idea del buon tempo andato,
dove il passato è letto come paradiso assoluto, e asilo per le
delusioni attuali. In tal modo, il passato è filtrato dal cliché
dell’innocuità, e il ricordo si trasforma facilmente in falsa
coscienza del nostro ieri, in oppio del nostro oggi. Esiste però,
secondo Metz, un’altra forma di memoria: una memoria pericolosa,
che ci provoca, tramite la quale le esperienze antiche irrompono nel
mezzo delle nostre vite. Una memoria che perfora il canone delle
evidenze comunemente recepite, sabotando le strutture di
plausibilità e mostrando tratti sovversivi. Non è un caso, in tal
senso, che la sua distruzione sia tipica di ogni potere totalitario.
Non basta, allora, tener viva la memoria. Occorre dotarsi del
coraggio di imprimerle una direzione verso una sempre maggiore
giustizia, una diminuzione del male; e di riconnetterla apertamente
con i diritti positivi del futuro.
Nella Giornata
della Memoria, l’invito rivolto alle istituzioni è di organizzare
cerimonie e incontri di narrazione dei fatti e di riflessione,
soprattutto nelle scuole. Eppure – come nota David Bidussa nel suo
Dopo l’ultimo testimone – nonostante il moltiplicarsi di
iniziative pubbliche, il 27 gennaio rischia ormai la musealizzazione.
Il fatto è che quel giorno ha un contenuto più problematico di
quello che in genere gli è attribuito, da vari punti di vista. In
particolare, esso non è il giorno dei morti, per cui esiste già una
data (il 2 novembre) nel calendario civile. Il 27 gennaio è invece
il giorno dei vivi: della memoria per i vivi e non della
commemorazione dei morti. Perché un evento acquisti carattere
pubblico per una comunità, pertanto, è vitale che si costruisca la
consapevolezza di un lutto, e dunque di un vuoto. In altri termini,
di qualcosa che segni collettivamente uno scarto tra prima e
dopo.
La memoria pubblica è appunto la consapevolezza
di quel vuoto. Un aspetto divenuto drammaticamente attuale nel
silenzio generale di fronte, ad esempio, ai tragici fatti del Rwanda
tra il ’94 e il ’95, e alla guerra civile nell’Algeria degli anni
Novanta: casi emblematici in cui non si è attivata memoria. Né
allora, né finora. Il possibile indebolimento della Giornata (e
della memoria della Shoah) nel tempo risiede qui: nella sua
trasformazione in icona e, insieme, nel suo congelamento in un
ricordo senza relazione con il presente e con la storia nazionale.
L’imperativo per allontanarsi dalla retorica – soprattutto dopo la
scomparsa dell’ultimo testimone – è la fuoriuscita dalla metafisica,
per entrare in una dimensione storica, concreta, viva, e proiettata
al futuro.