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Chiedono che Dio
gli parli
Alcune settimane fa sono stato invitato a
parlare agli studenti di una scuola superiore pubblica, non statale, guidata
da un ordine religioso. I ragazzi erano circa 250, provenienti dalle classi
degli ultimi tre anni del liceo scientifico e classico...
Don Nicolò Anselmi, dir. SNPG-CEI |
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Alcune settimane fa
sono stato invitato a parlare agli studenti di una scuola superiore
pubblica, non statale, guidata da un ordine religioso. I ragazzi
erano circa 250, provenienti dalle classi degli ultimi tre anni del
liceo scientifico e classico. Per l’occasione, erano stati invitati
anche alcuni studenti di altri istituti statali della città. Il tema
che mi era stato affidato riguardava la ricerca di una vita piena,
della felicità.
Devo ammettere che,
entrando nel teatro gremito di giovani, ho provato una certa
nostalgia degli anni in cui io stesso frequentavo il liceo
scientifico, alla fine degli anni ’70; in quel periodo era
obbligatorio partecipare alle assemblee di Istituto; non si poteva
uscire dalla scuola; era possibile eventualmente rimanere in classe;
tutti raccolti in palestra si parlava per lo più di politica, di
divorzio, di aborto, di femminismo, di terrorismo, di temi
interessanti; oggi la partecipazione alle assemblee di istituto è
facoltativa. Al termine del mio intervento, durante la pausa, due
alunni organizzatori si sono avvicinati per ringraziarmi e per
chiedermi se - nella seconda parte dedicata al dibattito ed alle
domande – gentilmente, potevo evitare di nominare il nome di Dio; in
questo modo erano certi di interpretare il desiderio degli
ascoltatori, alcuni dei quali, pur essendo in una scuola cattolica,
vivevano una sorta di rifiuto per tutto ciò che era religioso.
Dopo l’intervallo,
nello spazio dedicato alla discussione, le domande, spesso formulate
da giovani che si presentavano autodefinendosi atei, in realtà,
nella maggior parte dei casi, parlavano di Dio o di Gesù. Molti
giovani facevano considerazioni profonde e ponevano quesiti seri sul
mistero della sofferenza, della morte, della malattia; alcuni di
loro hanno raccontato esperienze di amici disabili, di fratelli
malati, di persone care morte prematuramente; qualcuno ha chiesto:
“dov’è Dio? A cosa serve la preghiera?”; un giovane mi ha chiesto se
pensavo che la sofferenza fosse una punizione di Dio; fra una
risposta e l’altra, in un silenzio assordante ho raccontato il
famosissimo episodio presentato da Elie Wiesel nel libro
autobiografico “La notte”; lo scrittore narra che nel lager di
Birkenau, di fronte a tre prigionieri impiccati - due adulti e un
bambino - qualcuno chiese “Dov’è Dio?” ed una voce rispose: ”Eccolo,
davanti a te, appeso ad una forca”.
Ho avuto la
sensazione che molti giovani desiderassero sentirsi dire che Dio non
punisce mai e ama sempre, che Dio ascolta, è vicino, sostiene, porta
la croce con noi; dalle domande ho potuto capire che volevano vedere
se credevo davvero che Colui che è crocifisso non è Colui che
“punisce” bensì colui che subisce e prende su di sé la sofferenza
del mondo; molti erano contenti di ascoltare che Gesù è colui che
muore per noi e risorge con noi.
Ogni tanto, durante
il dibattito, scattava qualche applauso; i battiti di mani
sembravano essere lo sfogo di giovani che avevano una gran voglia di
appoggiare la testa sul cuore di Gesù, come fece l’apostolo
Giovanni, probabilmente loro coetaneo, durante l’Ultima cena.
Nel pomeriggio i ragazzi sono tornati, quasi tutti, per vedere
insieme un bel film sul senso della vita; la mattina successiva
erano previsti dei gruppi di lavoro.
Vorrei ringraziare
i religiosi ed i professori di quella scuola: dobbiamo credere nei
giovani, nell’educazione e nella loro gran voglia di sentir parlare
di Gesù.
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