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I Frati devono essere lieti quando vivono tra persone di poco conto e
disprezzate, tra poveri e deboli, tra infermi e lebbrosi e tra i
mendicanti lungo la strada. (FF 30)

P. Arcadio Sicher, un francescano conventuale trentino, ha deciso di
vivere alla lettera queste parole del Padre San Francesco. Old Fadama è
chiamata dai benpensanti Sodoma e Gomorra, baraccopoli di 80.000 persone
sorta sulle immondizie con cui il governo del Ghana ha riempito una
palude malsana al centro della capitale Accra. Lì, tra le 10.000
baracche c’è anche quella di p. Arcadio. La gente all’inizio lo guardava
con sospetto: “Che cosa viene a fare questo bianco in mezzo a noi? Forse
vende droga o cerca nostre ragazze per farle prostituire?”. Poi invece
si accorse che p. Arcadio era lì per loro, con loro a testimoniare che
c’è un Dio che ama i poveri. «Vivere lì, fratello tra fratelli, aperto
all’amicizia e all’accoglienza di tutti, condividere le gioie e le
fatiche di ogni giorno, camminare insieme, fare la coda al rubinetto
dell’acqua, sorridere alle provocazioni, condividere il cibo: questo è
il ministero più importante e più efficace», dice p. Arcadio. E così
pian piano ad Old Fadama nasce la solidarietà, si inizia una scuola
serale per adulti, si raccolgono i ragazzi sieropositivi, si avvia un
piccolo laboratorio artigianale per guadagnare qualcosa, si visitano gli
ammalati... e tra i poveri fiorisce il Regno di Dio!
Ma
cosa è quella che è definita come una “comunità francescana di
inserzione”? Fra Arcadio Sicher (nella foto), che da anni vive nella
baraccopoli di Accra, risponderebbe: Il primo e più importante ministero
di una comunità francescana di inserzione è vivere nella baraccopoli la
vita di preghiera e di fraternità, mossi dal “desiderio di scoprire
Cristo povero nel fratello marginalizzato al fine di servirlo e di
conformarsi a lui”.
Al centro della vita di una fraternità nella City of God ci sono le
parole di S. Francesco: i frati “siano lieti quando vivono tra persone
di poco conto e disprezzate, tra poveri e deboli, tra infermi e lebbrosi
e tra i mendicanti lungo la strada”.
Il primo e più importante ministero è vivere nella baraccopoli, vivere
là la vita di preghiera e di fraternità, mossi dal “desiderio di
scoprire Cristo povero nel fratello marginalizzato al fine di servirlo e
di conformarsi a lui” (Vita Fraterna in Comunità, 63). È vivere la
minorità come obbedienza ai poveri; chi deve obbedire a tutto e a tutti
ha il diritto della nostra presenza, preghiera, servizio e comunione di
vita. Richiede uno stile di vita semplice e povero, attento ad essere in
sintonia con la vita delle persone intorno, ma attento anche alla salute
e serenità dei frati che vi vivono.
“Tu sei il bene, ogni bene, il sommo bene, il Signore Dio, vivo e vero”.
La fraternità è chiamata a vivere il dono della preghiera,
dell’intercessione e della lode, unendosi alla preghiera che sale a Dio
da ogni parte della baraccopoli e testimoniando che è lui il sommo bene
di fronte all’inferno creato dagli idoli di questo mondo.
“E con fiducia l’uno manifesti all’altro le proprie necessità, perché
l’altro gli trovi le cose necessarie e gliele dia. E ciascuno ami e
nutra il suo fratello, come la madre ama e nutre il proprio figlio, in
tutte quelle cose in cui Dio gli darà al grazia”. Vivere la fraternità
in baraccopoli è grazia e ministero, dove la povertà e l’emarginazione
dividono e l’altro diventa o padrone o servo è grazia essere segno del
dono del fratello, della gioia di vivere insieme, accogliendosi nel
perdono e nella gratitudine, “chiara testimonianza della speranza che si
può vivere come fratelli, nonostante tutte le situazioni di dolore e di
ingiustizia” (VFC, 63).
“Il Signore concesse a me, frate Francesco di iniziare così a fare
penitenza”. La vita in baraccopoli chiama a conversione e penitenza,
personale e comunitaria, a liberarsi per sentire la dolcezza di quello
che è così amaro ai nostri occhi ed il vuoto di quello che riempie
l’orgoglio del mondo, tutto è spazzatura di fronte alla conoscenza di
Cristo povero e crocifisso. È vivere la libertà di chiedersi “come
“evangelizari a pauperibus”, come essere in grado di lasciarsi
evangelizzare dal contatto con il mondo dei poveri” (VFC, 63).
Siamo chiamati a “rendere presente il
Vangelo in strati di popolazione senza speranza, per avvicinarli alla
Parola di Dio, per farli sentire parte viva della Chiesa” (VFC, 63).
Vivere in fraternità è certo una ricchezza e crescita per il ministero,
in cui ognuno porta i suoi carismi ed insieme ci si aiuta a viverli
stando “soggetti ad ogni umana creatura per l’amore di Dio”,
“nell’obbedienza allo spirito ed al proprio fratello”, superando la
possessività ed il bisogno di realizzarsi, liberandoci da scoraggiamenti
e delusioni nella gioia e fiducia di creare insieme e di sentirsi
semplici strumenti nelle mani dell’Abbà. Parte essenziale del ministero
è l’imparare la lingua locale, non solo per poter comunicare con i più
poveri ed entrare nella cultura e nella vita delle persone, ma anche
come segno di minorità, di farsi fratello col fratello, di valorizzare
lingue povere di fronte al mondo, nella fede di Dio che si fa Parola
scegliendo ciò che è disprezzato ed ha poco valore nel mondo (1Cor
1:28), nel far sentire al fratello il valore della sua lingua, vita e
cultura, nel rivivere il dono della Pentecoste (“Li sentiamo annunziare
nelle nostre lingue le grandi opere di Dio” (At 2:11).
La fraternità nella baraccopoli è chiamata
a sentirsi parte viva della vita della Custodia del Ghana, uniti nel
cammino tra vari doni e ministeri. È aperta a frati che vogliono
collaborare al ministero vivendo nella comunità di Sowutuom, ed a
francescani laici che vogliono condividere la vita e/o il ministero
nella baraccopoli.
La fraternità nella baraccopoli è chiamata
ad un ministero di collaborazione con la Chiesa e la società locale, che
sentono profondamente il dono di questa presenza; collaborando con le
varie realtà cattoliche che lavorano nel mondo sociale e dando spazio e
guida a gruppi e persone che vogliono partecipare al ministero della
fraternità, favorendo una fraternità più ampia che aiuta a superare
l’emarginazione della baraccopoli. |