|

Scarica il testo della Veglia e la
Preghiera dello studente
Per ricevere
le locandine per pubblicizzare la celebrazione
e le immaginette
da distribuire ai giovani,
spedisci una e.mail
alla Segreteria MGF
oppure telefona
allo 0931/835279
(fra Saverio) |
La
storia di
S. Giuseppe da Copertino, l’uomo che volava
Sofferti inizi, benedetti da un
miracolo
San Giuseppe da Copertino nacque in una
stalla, come Gesù e come Francesco di Assisi, il 17 giugno del 1603. La
troppa bontà di Felice Desa, suo padre, e le troppe sigurtà da lui
firmate (le attuali cambiali) per amici bisognosi ma poco fidati,
avevano gettata la famiglia nella miseria e il padre a fuggire gli
sbirri rifugiandosi nelle Chiese. In uno dei frequenti sequestri o
visite in casa dei creditori, la madre, Franceschina Panaca, fuggì
spaventata nella stalla dove lo diede alla luce. Il carattere bilioso e
ardito con cui cresceva il piccolo Giuseppe Maria, non trovò modo di
svilupparsi per il “grande rigore” di una madre previdente. Non era
neppure ai primi rudimenti della grammatica, che una grave malattia
cancerosa lo costrinse a letto per più di sei anni. Quando si alzò
guarito miracolosamente dalla Madonna delle Grazie nel vicino santuario
di Galatone, si era fatto adolescente. Oltre che mancare di attitudine
allo studio, aveva ormai l’età da mestiere.
Operaio con aspirazioni “superiori”
Scelse l’arte del calzolaio, ma
cominciarono i guai. Quel non so che di misterioso, che si agitava nel
suo intimo e che lo invitava... lontano, gli faceva dimenticare il
lavoro. Non per nulla da piccolo si era meritato il soprannome di «boccaperta»
. Il pensiero di farsi religioso, che aveva sempre accarezzato,
risorgeva ora imperioso. Il cuore lo spingeva al Convento della
Grottella, presso la «Mamma sua», ma aveva l’angoscioso timore che i
Francescani Conventuali non lo ricevessero per la sua poca scienza e le
sue misere doti. Nell’Ordine si trovavano già uno zio paterno «di grande
autorità» ed altri parenti da parte della madre, «persone dotte e
predicatori» (!) che nelle relazioni familiari non lo avevano spesso
molto ben trattato.
“Vocazione” in cerca del nido
Tentò presso i Riformati ma la sua domanda
fu respinta. Fu ricevuto invece dai Cappuccini del Convento di Martina
Franca nell’agosto del 1620, il 17_ anno di sua vita. Senonché soltanto
dopo otto mesi gli cavarono la tonaca per inettitudine. E in più, per
una lunga malattia al ginocchio, era stato di peso alla comunità. «Mi
pareva che con l’abito mi togliessero la pelle» - racconterà più tardi.
A Copertino si vergognò di tornarci e si diresse a Avetrana dove suo zio
predicava la Quaresima. Lo zio rispose con la notizia della morte del
padre e degli sbirri che ora cercavano lui, come erede dei beni. Lo
condusse perciò segretamente a Copertino. L’altro zio Franceschino
rincarò la dose affibbiandogli i titoli di ignorante e incostante e
negandogli l’accesso alla vita religiosa. La sensibilità profonda del
suo animo era duramente provata. Fu il sacrestano della Grottella a
consolarlo e a tenerlo nascosto in convento per tre mesi e a rendergli
il più gran favore della vita. Il caritatevole “fratello laico”, preso
il coraggio a due mani, si recò per lui dallo zio «soprannominato il
Guardiano» e tanto bene descrisse le intime virtù del nipote che, come
somma concessione, ottenne per Giuseppe il semplice abito da “terziario
francescano” a servizio del convento.
Studio provvidenzialmente assistito
Come giunse al Sacerdozio è un mistero
della grazia di Dio e della sua tenacia. Le notti intere passava nello
studio, dopo la giornata di lavoro, pur di riuscire a leggere e a
scrivere. Il profitto non era soddisfacente, ma ciò a cui valse fu un
ritorno sui suoi passi dello zio Franceschino che cominciava ad aprire
gli occhi su le virtù del suo nipote. Dopo il “Capitolo” (assemblea dei
frati) di Altamura lo ammisero fra i Chierici Novizi. Emise la
professione il 3 gennaio 1627. Il Vescovo di Nardò mons. De Franchis gli
conferì gli Ordini Minori nella sua cappella privata e il Diaconato il
20 marzo dell’anno stesso. Due volte superò l’esame prodigiosamente, per
intercessione della «Mamma sua». Nel primo esame il chierico Giuseppe
avrebbe dovuto leggere, cantare e spiegare un brano dell’Evangeliario.
Una notte di preghiera e poi la gioia. Fu interrogato precisamente sul
brano che aveva imparato a memoria. L’altra volta si mise in coda e
attese. il Vescovo esaminatore di fronte alla scienza dei primi si fidò
di tutti. Giuseppe pianse di commozione. Il 28 marzo 1628 fu consacrato
sacerdote.
Sacerdote, sotto il peso delle “croci
vive”
L’apostolato ammirevole di questo frate
“semplice” stupiva i paesani che lo ricercavano e lo ammiravano. Ma fu
un estasi, in cui lo videro sollevarsi fin sopra il pulpito con tutto il
piviale, che lo rivelò al popolo più che un ottimo frate. Ormai lo
assalivano, lo derubavano degli oggetti personali, gli tagliuzzavano la
tonaca. Il P. Provinciale pensò bene di approfittarne per risvegliare la
santità dei suoi Religiosi e lo munì dell’obbedienza perché visitasse i
numerosi conventi della Puglia. La peregrinazione di Giuseppe che si
iniziava con l’osanna delle folle non avrebbe più avuto termine se non
sul Calvario. Voci intime lo avvertivano: «Lascia le croci morte per le
croci vive» (ché gli piaceva piantar croci fra Copertino e la Grottella).
Gesù Bambino gli apparve con una croce su le spalle. Quando tornò al suo
convento, lo attendeva un ordine del S. Ufficio perché si presentasse al
Tribunale dell’Inquisizione di Napoli. Il Vicario di un Vescovo lo aveva
molto brevemente denunciato: «Un uomo di 33 anni fa da Messia e si tira
dietro le folle». Partì nell’ottobre 1638 dall’amato convento della
Grottella che non avrebbe riveduto mai più.
Innocente sorvegliato a vista
Dal Convento di S. Lorenzo Maggiore si
avviava verso il tribunale, sconvolto dalla fredda accoglienza dei
confratelli e atterrito dalla fama di severità del Tribunale. Fu
necessario che s. Antonio di Padova gli apparisse al fianco e lo
consolasse accompagnandolo fino alla soglia del palazzo. Dopo tre
interrogatori, durante i quali non mancò di sollevarsi in estasi, fu
assolto pienamente; gli fu imposto solamente di presentarsi al Padre
Generale, a Roma, perché gli trovasse un convento raccolto e di
osservanza. Intanto, la fama che un santo abitava a S. Lorenzo Maggiore,
commosse la brillante e gaia nobiltà napoletana e la processione di
cavalieri e di dame sembrava non dovesse più terminare. L’incontro col
suo «amato» Superiore non fu molto cordiale. Non è sempre piacevole per
un moderatore Supremo vedersi giungere uno dei suoi 25.000 frati con una
commendatizia del S. Ufficio. Ma le prevenzioni scomparvero come erano
venute. Il cardinal Lante, protettore dell’Ordine e l’alta aristocrazia
romana, lo visitavano continuamente, ammirati e curiosi.
Nostalgia premiata
Giunse in Assisi l’ultimo di aprile. La
felicità di visitare la tomba del Padre Serafico gli faceva prospettare
un’accoglienza festosa dal suo antico Provinciale, eletto nel frattempo
Custode del Sacro Convento. Invece la croce si aggravava. Il nome del
Tribunale pareva creargli intorno freddezza e timore. Ed era il punto
più delicato del suo animo. Un intimo sconforto lo prese, una nostalgia
dei luoghi nativi, della «Mamma sua». Pregava, si flagellava perché il
Signore lo riportasse laggiù. Ma dopo la prova degli uomini veniva la
prova di Dio. Seguirono due anni di aridità spirituale, senza estasi,
senza locuzioni intime. Quando la voce interna si riaccese, era ancora
nella tristezza. «Che vuoi? che cerchi? Non sono io qua come là?». La
voce era di Gesù e si consolò. Il padre Generale Berardicelli, per
accontentare di nuovo la nobiltà e per dargli qualche soddisfazione, lo
chiamò a Roma per la quaresima. Una deputazione di Copertinesi intanto
era venuta per «reclamarlo». Gli portarono per regalo una copia della
Madonna della Grottella. «Ah! Mamma mia» - esclamò non appena la vide, e
volò in estasi. «La Madonna è venuta qua da me, è segno che io non ho
più da tornare al paese» . Ed era profeta.
Proclamato “compaesano” di S.
Francesco
Prima che tornasse in Assisi, lo
presentarono al Pontefice Urbano VIII. Fu tanta l’intima commozione di
Giuseppe dinanzi al Vicario di Cristo che spiccò un volo gridando e
sollevandosi al di sopra della corte papale. Assisi lo riaccolse
trionfalmente. La felicità da una parte e il timore di perderlo
dall’altra, portarono i deputati ad una seduta plenaria dove conferirono
a pieni voti la cittadinanza onoraria all’umile fraticello. «Per il tuo
amore alla città del Patriarca Francesco - leggiamo nel documento - per
le tue preghiere, per la tua opera di pacificazione, hai rapito il cuore
dei cittadini». Il Santo accolse la notizia fra lacrime di commozione e
si abbandonò ad un’estasi di gaudio che lo trasfigurò in volto. D’ora in
poi chiamerà S. Francesco «suo paesano».
Maestro di vita cristiana
La pace e la serenità non lo
abbandoneranno mai più. Le estasi, i voli, le scrutazioni dei cuori, le
profezie si moltiplicheranno fuori misura. Dal suo corpo un profumo
divino emanava continuamente. E Assisi diventava mèta di pellegrinaggi.
Fu il campo del suo apostolato per 13 anni. Gli ordini non erano molto
severi: Cardinali e vescovi, principi e principesse, cavalieri e dame,
religiosi e sacerdoti ottenevano facilmente di avvicinarlo. E il povero
Fra Giuseppe, il Buono a nulla, consigliava, prediceva, spiegava con una
mirabile semplicità. La Ven. Infanta Maria di Savoia lo frequentava con
devozione. Il luterano principe di Brunswich si convertì assistendo alla
sua Messa. Dietro suo consiglio, il principe Casimiro Waza abbandonò il
Noviziato dei Gesuiti per il trono del Regno polacco.
Il Crocifisso consolatore
Un ordine del Papa Innocenzo X troncò ogni
cosa. L’inquisitore di Perugia venne a prelevarlo per condurlo a
Pietrarubbia, uno sperduto convento fra i monti di Carpegna (Pesaro),
dove lo attendevano i Padri Cappuccini. Gli fu tolto l’abito cenerino
per il saio marrone e assegnata una piccola stanza. Ordini severi erano
stati rilasciati: non scrivere a nessuno, non parlare con nessuno, non
rivelare la sua presenza. Le relazioni personali dovevano restringersi
ai soli frati. Ma la notizia si sparse. E all’alba, quando il santo
scendeva per la Messa, la folla assaliva la Chiesa ancora serrata,
perforava il legno delle porte, scoperchiava i tetti, diroccava il muro,
pur di vederlo. La situazione evidentemente non poteva durare. Al nuovo
ordine obbedì prontamente.«Ci sarà Gesù Crocifisso dove mi portate?».
«Padre, sì» - gli risposero.«Allora, andiamo allegramente.Il Crocifisso
ci aiuterà». La meta: Fossombrone (Pesaro), un altro convento dei
Cappuccini, situato su di un colle scosceso, distante dalla città. Per
obbedire più allo spirito che alla lettera delle disposizioni del S.
Ufficio, tutto ciò non impediva evidentemente che si sapesse la sua
dimora e chi ricorreva alle sue preghiere continuava a ottenere favori.
Quattro anni quasi visse fra i Cappuccini. Il 7 gennaio del 1655,
entrando nella cappellina, si rivolse improvvisamente al fratello laico:
«Preparate da morto - disse - ché in questo momento è spirato il Papa!».
Moriva infatti in quell’ora Innocenzo X. Succedeva Alessandro VII, già
Vescovo di Nardò.
Verso Osimo estasiato dalla Madonna di
Loreto
Le suppliche dei suoi confratelli
Conventuali e l’interessamento del cardinal Bichi, Vescovo di Osimo e
nipote del nuovo Papa, ottennero il desideratissimo favore. Mediante un
decreto del Santo Ufficio (12 luglio 1656), il Papa restituiva il santo
all’Ordine. La segretezza del trasferimento ad Osimo fu perfetta.
Timorosi di entrare in città di giorno, deviarono per la pianura del
Musone fino all’osteria del Padiglione da dove proseguirono per la
tenuta «Benedizione», un possesso del convento di Osimo. Una lunga luce
di angeli che saliva e scendeva dal cielo, colpì Giuseppe. Chiese cosa
fosse quella cupola lontana. Al sentire il nome di Loreto e della Casa
della Vergine, emise un grido di gioia e dal ballatoio della casa del
contadino volò in alto fin sopra un albero finché l’obbedienza non lo
richiamò a terra. Nella tarda sera del 9 luglio 1657 fu introdotto
segretamente in città e in convento.
“Questo è il luogo del mio riposo”
Nelle tre camerette adattate per lui,
visse sei anni e tre mesi, in lieta conversazione con i suoi fratelli di
religione. Poche persone ricevette premunite di permessi e di firme. Non
visitò il Convento e la Chiesa che una sola volta e di notte.
Nell’orticello adiacente al suo oratorio non scese che poche volte,
timoroso di essere osservato dalle abitazioni circostanti. Nel corridoio
e nelle stanze dei frati non entrò che per visitare i confratelli
ammalati. Eppure la sua anima piena di Dio non conteneva la gioia.
Confessava di non essersi trovato bene in nessun posto come in Osimo. Le
estasi, i voli, i rapimenti si ripetevano al solo nome di Gesù e Maria.
La Messa non durava meno di due ore, rapito come era dal mistero d’amore
del suo Dio. Ma ormai l’«asinello» iniziava la salita dell’ultimo monte.
Cantava: «Gesù, Gesù, Gesù, / deh,, tirami lassù; / lassù in paradiso /
ché là godrò il bel viso; / là ti potrò più amare / e con gli Angeli
lodare».
L’ultima estasi incontro
all’Eucaristia
Il 15 agosto del 1663 celebrò la sua
ultima Messa. Da tempo sopportava la malattia senza incomodare nessuno.
Ma ormai la febbre vinceva chiudendolo nell’ultima stanzetta. Il 12
settembre, quando gli portarono il Signore per viatico, volò dal letto
fino alla porta della stanza per riceverlo. E predisse : «Il giorno che
non riceverò il Pecoriello, morirò». Informarono il cardinal Bichi della
malattia. Quando ne giunse la risposta con la Benedizione Papale,
Giuseppe non riusciva a stare in sé dalla gioia. «Queste son grazie
troppo singolari - diceva - che mi fa Dio, mentre muove un Pontefice a
mandare la sua Benedizione ad un povero fraticello come sono io. Oh!
quanto è buono, quanto è misericordioso il nostro Dio. Volle
assolutamente alzarsi e, recitate le Litanie della Vergine, ricevette il
dono del Papa col cingolo al collo. L’agonia si ebbe la sera del 18
settembre 1663. Si dispose come un morto, le mani sul petto e gli occhi
fissi in alto. Mano a mano che rispondeva alle preghiere dei moribondi,
una intima letizia ne illuminava il volto pallido. Sembrava ridesse per
troppo piacere. A notte alta, sorrise ancora due volte e spirò. – La
folla che egli miracolosamente conosceva e che aveva beneficato con le
sue preghiere, assaliva ora il convento per vedere il Santo. Occorse
deporlo in sacrestia dietro una barricata di travi e di tavole, perché
la moltitudine che riempiva la Chiesa avesse modo di sfollare nel
chiostro adiacente. E fu necessario atterrirla con una scomunica per
salvare qualcosa della tonaca e del corpo dalla... furiosa venerazione.
Il pellegrinaggio durò fino a tarda notte. Lo seppellirono dinanzi
all’altare dell’Immacolata, che nell’antica chiesa era situato a
sinistra dell’altare maggiore, presso il campanile. Fu beatificato da
Benedetto XIV il 24 febbraio 1753 e dichiarato Santo da Clemente XIII il
16 luglio 1767. |