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«Meditava continuamente le parole
del Signore…, ma soprattutto l’umiltà dell’Incarnazione e la
carità della Passione aveva impresse così profondamente nella
sua memoria, che difficilmente gli riusciva di pensare ad altro»
(FF 467).
Sono queste le parole con le quali
il Celano introduce il racconto del presepe di Greccio che
Francesco allestì la notte del 25 Dicembre dell’anno 1223 e
attraverso le quali ci aiuta ad entrare nel cuore appassionato
del santo, svelandoci il suo desiderio di rendere visibile agli
occhi di tutti l’umiltà di colui che è voluto nascere nella
povertà e si è lasciato deporre su una mangiatoia. Dal racconto
sappiamo che in quella stessa notte accanto al presepe veniva
celebrata l’Eucaristia, e che tutti poterono facilmente
comprendere quel mistero di amore che aveva avuto il suo
inizio nel Natale, nell’umiltà dell’Incarnazione, ma
conteneva già il suo compimento nella Pasqua, e nell’Eucaristia
suo memoriale, nella quale il Figlio di Dio continua ad
umiliarsi, offrendo il suo corpo come cibo per nutrire e saziare
la fame di ogni uomo.
Dello stesso periodo circa sono le
parole che Francesco rivolge a tutti i suoi frati nella
Lettera a tutto l’Ordine, con le quali li esorta a
contemplare «l’umiltà sublime del Signore dell’universo... che
si umilia così da nascondersi... sotto poca apparenza di pane»
(FF 221). E in modo particolare si rivolge ai frati
sacerdoti dicendo: «Ascoltate, fratelli miei. Se la beata
Vergine è così onorata... perché lo portò nel suo santissimo
seno;… quanto deve essere santo... colui che stringe nelle sue
mani, riceve nel cuore... ed offre agli altri perché ne mangino,
...Guardate la vostra dignità, fratelli sacerdoti e siate
santi perché egli è santo. E come il Signore vi ha
onorato sopra tutti gli uomini, con l’affidarvi questo
ministero, così voi più di tutti amatelo, riveritelo e
onoratelo. Tutta l’umanità trepidi... quando sull’altare, nella
mano del sacerdote, è presente Cristo, il Figlio del Dio vivo...
Guardate, fratelli, l’umiltà di Dio, ed aprite davanti a lui i
vostri cuori... Nulla, dunque, di voi trattenete per voi,
affinché tutti e per intero vi accolga Colui che tutto a voi si
offre». (FF 220-221)
Queste parole di Francesco
rivelano quanto egli si sentisse oggetto di un amore senza
limiti, quello di un Dio che per passione dell’uomo si fa uomo e
per la fedeltà al suo amore sceglie di non separarsi, ma di
rimanere con lui sino alla fine nel sacramento
dell’Eucaristia. Ma ciò che più stupisce Francesco è l’umiltà
di un Dio che, per realizzare questo suo desiderio, sceglie di
“avere bisogno” di uomini, di sacerdoti, la cui voce faccia
risuonare la sua Parola, le cui mani consacrino ed offrano agli
uomini il suo Corpo. Solo un Dio così follemente innamorato
potrebbe accettare di consegnarsi nelle mani di uomini
tanto miseri e indegni! Solo un Dio così umile può avere
“l’incoscienza” di affidarsi non a uomini speciali e
capaci, ma a uomini comuni, che, a guardarli, non hanno proprio
nulla di attraente o di speciale, ma solo un cuore nel quale
Egli liberamente vuole abitare. Sì, è proprio vero che, come
dice la Scrittura, «L’uomo guarda l’apparenza, il Signore guarda
il cuore» (1 Sam 16,7). Ciò che attira Dio non sono né le nostre
capacità, né tanto meno i nostri meriti, ma solo un cuore
disposto ad accoglierlo. Non ti pare che sia questo il vero
senso e la più forte provocazione del Natale? E tu, che ancora
sei giovane, cosa ne hai fatto del tuo cuore? Hai mai provato ad
ascoltarlo? Esso è come quel campo nel quale è stato sepolto un
tesoro che solo tu puoi scoprire, se sei disposto a
vendere tutto per acquistare il campo (cfr. Mt 13,44). Quel
campo è la tua vita, il tuo cuore, nel quale Dio ha posto se
stesso come tesoro e la tua vocazione come il modo unico per
accoglierlo. Il tuo cuore è prezioso perché contiene quel
tesoro, ma non puoi accontentarti di sapere che sta lì e
aspettare che qualcuno lo tiri fuori per te, perché solo tu e
nessun altro ha la chiave per aprirlo, solo tu puoi farlo, e
nessuno può scegliere di farlo al tuo posto. Se sapere che tutto
questo dipende solo da te ti fa paura, chiedi al Signore il
coraggio che non hai, in-vocalo, ed Egli ti aiuterà ad
intraprendere il “santo viaggio”, per scendere nel tuo cuore e
trovare il tuo tesoro. Ti dico che ne vale veramente la pena,
perché quel tesoro dal valore inestimabile è la vera ed unica
ricchezza che da tempo ti affanni a cercare. E se, dopo averlo
trovato, ti sorgerà il dubbio o la domanda: «ma era proprio per
me?» E comincerai a dirti: «ma io non merito tutto questo, è
troppo! Io sono solo un misero peccatore!», ascolta ancora
Francesco che ti dice: «guarda l’umiltà di Dio e non il
tuo peccato, lasciati raggiungere da Colui che da sempre ti
insegue, lasciati conquistare da colui che da sempre ti ama. Non
sarà il tuo peccato ad impedirgli di amarti così tanto, ma solo
il tuo orgoglio. Io, infatti, ho smesso di adorare me stesso
quando ho incontrato lo sguardo di Dio e ho accolto il suo
abbraccio nell’abbraccio di un lebbroso. Quell’abbraccio mi
cambiò la vita tanto che tutto ciò che prima mi sembrava
amaro mi si trasformò in dolcezza. Sai ho fatto fatica a
comprendere che i doni non si meritano né si comprano, poiché
ero abituato a vendere e comprare tutto, anche gli amici, e a
capire che essi esprimono l’abbondanza di un cuore innamorato,
libero di donarsi senza misura, il cuore di Dio».
Anche San Paolo avrebbe qualcosa
da dirti, qualora ti sfiorasse il pensiero che sono tante e tali
le tue debolezze e fragilità per poter rispondere ad un dono
così grande, e penso proprio che ti risponderebbe che esse non
costituiscono affatto un problema per Dio, anzi fanno da cassa
di risonanza al suo agire potente nella vita di chi si affida a
Lui. Ma allora – mi chiedo e ti chiedo – dove sta il problema?
Perché così tante resistenze di fronte al dono della vocazione
religiosa e sacerdotale? Forse siamo così abituati a ragionare
in termini di merito che facciamo una enorme fatica ad accettare
che qualcuno come Dio ragioni ed agisca diversamente da noi.
Forse stiamo diventando dei “giusti spietati”, che hanno sepolto
e soffocato in fondo al loro cuore il grido dell’amore, con la
sua capacità di gratuità e di donazione. Eppure il nostro cuore
non desidera altro che essere amato ed amare! Forse abbiamo
indurito il cuore per paura che venga ferito, eppure solo da un
cuore ferito può sgorgare il sangue, la vita, e solo da un cuore
che “si lasci spaccare” può liberarsi il desiderio dell’amore.
Ti confesso, allora, che di fronte
ad un dono così grande è più che normale sentirsi indegni –
sarebbe anormale se così non fosse – ma povero colui che si
fermasse a pensare solo questo! Dio non ti fa dei doni per farti
sentire indegno, sarebbe un Dio che umilia! Proprio il Natale,
invece, vuol farti vedere che è Lui che si umilia e non si
sdegna di stare con te, che le tue miserie per lui non
costituiscono un problema, poiché a Lui interessa solo la tua
vita e la tua felicità. Quando cominci a guardarti come Lui
ti guarda solo allora puoi percepire il suo dono e la tua
vocazione non come un peso che ti schiaccia e che è meglio
rifiutare, ma come quella occasione unica e irripetibile
che viene consegnata alla tua vita perché trovi pienezza. Per
questo Francesco non dice ai suoi frati sacerdoti: «se siete
indegni non accettate il dono di Dio»; non li invita a guardare
la realtà a partire da se stessi, ma da Dio, che liberamente ha
voluto donarsi loro totalmente.
Caro giovane, Francesco in questo
Natale invita anche te a guardare l’umiltà di Colui che si vuole
donare totalmente a te e, dicendoti «non trattenere nulla per
te», ti suggerisce di non seppellire il dono di Dio, di non fare
marcire sottoterra il tuo tesoro, ma di accoglierlo totalmente
come la tua unica occasione di beatitudine e la Sua possibilità
di rendere ancora visibile nella storia il suo amore folle e
totale per te e per ogni uomo.
Auguri di cuore.
Fr. Antonio M.
Parisi
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