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► Parola di Dio ed evangelizzazione
► Nota dottrinale su
alcuni aspetti della evangelizzazione
► “Maestro buono,
che cosa devo fare per avere in eredità la vita eterna?”
(GMG 2010)
► “Le nazioni
cammineranno alla sua luce”
(GMM 2009)
► Abbiamo posto la
nostra speranza nel Dio vivente(24a GMG)
►
So a chi ho dato la mia fiducia (46a
GMV)
►
Combattere la povertà, costruire la
pace
►
Testi del Papa alla GMG di Sydney 2008
►
Famiglia umana, comunità di pace
►
Tutte le Chiese per tutto il mondo
►
Avrete forza dallo Spirito Santo
►
Come io vi ho amato
►
L'uomo conteso
►
Vera solidarietà
►
Vivere secondo il
Vangelo
►
Veramente tu sei
un Dio nascosto
►
Cattolici in stato
confusionale
► Ma
gli altri dove sono?
►
L'impegno smarrito
nella fiction
►
Siamo venuti per
adorarlo... con San
Francesco
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Le sorprendenti
risorse
degli adolescenti
►
L'eroico diventa
quotidiano
►
Messaggio CEI per la 28ª
Giornata per la vita
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Oratorio mon amour
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Cosa leggere sui giovani?
►
La preghiera
in sette tappe
►
L'Eucaristia: sorgente
e manifestazione...
►
L'Avvento:
il Signore che viene
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Messaggio dei Vescovi
a 40 anni dal Concilio
►
Eucaristia: sorgente...
di Emanuela De Nunzio
►
Missione, pane spezzato
di Giovanni Paolo II
►
L'Eucaristia, fonte di luce
di Fr. M. P. Bitzer,
OFM Conv
►
Beati i misericordiosi...
di Sr.
Elisa Kidanè
►
Beati i misericordiosi...
di S. Gregorio di Nissa
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Annunciatori e testimoni di Gesù il Signore
Riccardo Tonelli
(NPG estate 2009)
La questione della
necessità di realizzare un annuncio esplicito, forte e coraggioso è una
di quelle che ha fatto discutere tantissimo in questi anni.
Abbiamo trovato ragioni di qualsiasi tipo per giustificare le differenti
posizioni, come se la questione fosse solo di coraggio e di fedeltà e
fosse possibile immaginare un conflitto insanabile tra la fedeltà a Dio
e la fedeltà all’uomo concreto con cui facciamo quotidianamente strada.
UN MODO CONCRETO DI VOLER BENE
Certamente, non sono
state questioni di lana caprina né, tanto meno, è corretto dividere le
posizioni tra annunciatori coraggiosi e gente disimpegnata e rassegnata.
Ripensando il cammino percorso, è facile constatare quanto, nella
comunità ecclesiale, abbiamo guadagnato da queste tensioni. Siamo
diventati più maturi e consapevoli. Ci siamo resi conto che l'annuncio
del Vangelo deve sempre risuonare come “una bella notizia” per la vita
concreta delle persone. Non può essere quindi immaginato come qualcosa
che va riversato a tutti i costi sulla libertà e sulla responsabilità
delle persone. Però il tempo perduto è stato pagato a caro prezzo: il
nostro silenzio ha permesso a tante persone di suggerire progetti e
ragioni di senso, che non nascevano dall'amore concreto e gratuito verso
i nostri fratelli. E, in tutti i casi, la disperazione si è consolidata
sul nostro silenzio. Anche il gioco, troppo facile, di nuovi aggettivi
con cui riqualificare il tema dell'evangelizzazione, non è servito a
restituire coraggio e fantasia ai discepoli di Gesù e, di conseguenza,
non ha arrestato l'onda travolgente della crisi e della morte per
mancanza di speranza.
Oggi dovremmo essere tutti consapevoli che non possiamo più continuare a
dividerci su questa questione teorica. Siamo sollecitati a riaffermare
l’urgenza di essere testimoni coraggiosi del nome di Gesù, per
permettere a tutti di essere pieni di vita e di speranza.
Davvero, va considerato come dono prezioso l’invito a riscoprire
l’urgenza di evangelizzare.
Un cambio di prospettiva
Possiamo guardare in avanti e progettare una responsabilità nuova solo
realizzando un deciso cambio di prospettiva.
Alla radice delle tensioni sulla urgenza e sulla qualità della
evangelizzazione c’era una tentazione di autoreferenzialità: lo dico
senza mezzi termini, anche per una personale verifica.
In fondo, la nostra attenzione era eccessivamente concentrata su noi
stessi: sulle responsabilità che dovevamo assolvere o sul presunto
rispetto verso gli altri che dovevamo conquistare o conservare. Ci
sentivamo depositari di un bella notizia e avvertivamo di andare in
crisi se non riuscivamo a coinvolgere altri nella stessa esperienza. Lo
facevamo “opportune et importune” (come ci raccomanda Paolo) per far
esplodere quello che ci portavamo dentro, in una intensa passione
missionaria, o per sentirci ripagati nell’adempimento della nostra
missione. Anche il silenzio o la rassegnazione nell’annuncio trovava una
sua sufficiente giustificazione nel dovere di rispettare il cammino di
tutti o nel non voler diventare responsabili dei rifiuti di una proposta
alta e impegnativa.
Il cammino percorso, l’entusiasmo e la buona volontà con cui l’abbiamo
vissuto, i risultati scarsi che quotidianamente constatiamo… mi
sollecitano ad immaginare un deciso cambio di prospettiva. In che
direzione?
Ecco la proposta, tutta da verificare e approfondire: affrontare la
questione della evangelizzazione passando dall’autoreferenzialità ad un
amore che si fa servizio verso gli altri e che sollecita a trovare gesti
e parole nuove proprio per dare concretezza e visibilità a questo amore.
Era la preoccupazione che stava alla radice delle discussioni sul come e
quando evangelizzare. Può diventare oggi la ragione del ritrovato
coraggio di annunciare il nome di Gesù.
Un servizio di amore: per il senso, la libertà e la responsabilità
L’annuncio del Vangelo è un gesto di amore, totalmente gratuito e
radicalmente decentrato verso gli altri. Non può mai diventare un
processo di proselitismo e nemmeno qualcosa che assomigli al bisogno di
esternare i pregi della squadra per cui faccio tifo.
Mi piace pensare all’apertura della Prima Lettera di Giovanni, tante
volte citata: “Ciò che era fin da principio, ciò che noi abbiamo
udito, ciò che noi abbiamo veduto con i nostri occhi, ciò che noi
abbiamo contemplato e ciò che le nostre mani hanno toccato, ossia il
Verbo della vita (poiché la vita si è fatta visibile, noi l'abbiamo
veduta e di ciò rendiamo testimonianza e vi annunziamo la vita eterna,
che era presso il Padre e si è resa visibile a noi), quello che abbiamo
veduto e udito, noi lo annunziamo anche a voi, perché anche voi siate in
comunione con noi. La nostra comunione è col Padre e col Figlio suo Gesù
Cristo. Queste cose vi scriviamo, perché la nostra gioia sia perfetta”
.
Voler bene ad una persona significa volere profondamente il suo bene,
permettere ad una persona di scoprire che la profonda attesa di speranza
e di senso che percorre la sua esistenza, ha bisogno di trovare
risposte. Non posso continuare a spostare il tempo dell'incontro con
queste risposte e non posso, per nessuna ragione, mandare deluse queste
attese. Per questo, proprio a partire dall'amore che ognuno di noi porta
ai fratelli che ha la gioia di incontrare, scopriamo che non possiamo
rassegnarci a non parlare di Gesù. Il silenzio, in questo caso,
diventerebbe una scelta che tradisce l'amore.
L'amore chiede di aiutare ogni persona a diventare sempre di più signore
della propria vita. Ma siamo signori della nostra vita, solo quando
riusciamo a sperimentarne il suo senso anche nel momento in cui eventi
tragici sembrano consegnarci al nonsenso. Siamo signori della nostra
vita se siamo capaci di collocarla dentro un progetto più grande che
riguarda anche il futuro della nostra esistenza: riusciamo a ritrovare
una ragione gioiosa anche di fronte al dolore e alla morte, scopriamo
che siamo pienamente noi stessi solo quando riusciamo a morire, come il
chicco di grano, perché tutti abbiano la gioia di raccogliere il pane
cresciuto nel terreno del mio piccolo servizio.
Per questo l'annuncio di Gesù è sempre e comunque un gesto di amore
concreto nei confronti delle persone che ho la fortuna di incontrare.
Parlo di Gesù non solo perché lo considero un amico importante di cui
sento la gioia di regalare a tutti la stessa amicizia... parlo di Gesù e
vorrei che tutti lo potessero incontrare nel cuore della loro esistenza,
perché solo in lui possiamo scoprire che, nonostante tutto, siamo e
restiamo signori della nostra vita. Davvero il nome di Gesù è il regalo
più grande che posso fare a tutti, per restituire a tutti la gioia di
vivere e la libertà di sperare.
L'annuncio di Gesù diventa così il più grande gesto d'amore che posso
fare ai giovani. Non mi rassegno se ad essi il suo nome non interessa.
Non mi rassegno se davanti all'annuncio essi restano indifferenti,
preoccupati di molte altre cose. Sto ad essi vicino, l'inquieto e li
interpello, perché solo quando essi hanno incontrato Gesù, possono
veramente restare in quella gioia e in quella speranza che vanno
cercando, purtroppo tante volte come l'assetato che cerca un sorso
d'acqua tra le pietre e il fango dei pozzi aridi.
Tra annuncio e silenzio
Proprio la qualità costitutiva dell’annuncio cristiano – un servizio di
amore per la vita e la speranza – ridisegna quella tensione che ha
attraversato in questi anni la comunità ecclesiale: annuncio o silenzio?
Il confine tra annuncio e silenzio non è il coraggio o la paura, non è
il dovere o il rispetto della libertà, non è l’intrusione forzata o la
condivisione amicale. L’amore pone altri confini.
Chi esamina la questione dal punto di vista del servizio di amore che
intende fare, infatti, è continuamente diviso tra la necessità di dire
qualcosa, di dirlo con coraggio e con fermezza, e la contemporanea
necessità di tacere qualcosa.
Ho davanti al mio sguardo un esempio concreto. Una mamma si trova
quotidianamente divisa tra l’urgenza di alzare la voce con il figlio che
ama o di preferire il silenzio. In teoria è facile dire quale delle due
scelte è la migliore. Dopo il gesto, dopo la parola forte o dopo il
silenzio, è abbastanza facile concludere che la prima scelta sarebbe
stata migliore della seconda, o viceversa. La difficoltà invece affiora
prepotente nel momento in cui siamo chiamati a scegliere. Lo stesso
amore può spingere ad una parola di rimprovero o a un silenzio che
diventa espressione di una accoglienza sulla cui forza trasformatrice
l'amore è disposto a scommettere.
Anche l'annuncio esplicito e diretto di Gesù viene quotidianamente
giocato dentro questa alternativa. Quando voglio bene ad una persona
posso inondarla della mia esperienza, parlandogli con entusiasmo delle
mie scelte di vita. Ma posso anche rispettare il livello di maturazione
che questa persona ha raggiunto, il bisogno che essa ha di costruirsi
dentro quella attesa profonda che la costringa ad alzare le mani,
invocando una parola che venga dal mistero dell'esistenza. Non posso
sapere in anticipo quale delle due scelte manifesta più intensamente
l'amore concreto che porto a questa persona.
L'evangelizzatore vive quotidianamente questa esperienza. In teoria
riconosce tutto quello che molte raccomandazioni ci consegnano.
Condivide le urgenze che in queste raccomandazioni sono contenute. Ma è
costretto, dal concreto delle scelte, a scegliere tra la parola e il
silenzio, tra l'annuncio esplicito e una vicinanza quotidiana di vita
che faccia sorgere quelle domande a cui l'annuncio diventa preziosa e
gradita risposta.
TI RACCONTO QUELLO CHE HO SPERIMENTATO
Per sottolineare come
l’annuncio, esplicito e coraggioso, di Gesù sia un gesto doveroso di
amore, ho citato l’apertura della Prima Lettera di Giovanni.
In questo documento della nostra fede viene ricordata la condizione che
consegna autorevolezza all’annunciatore: “quello che ho sperimentato,
questo ti racconto”. L’esperienza diretta del Signore Gesù assicura
l’autorevolezza irrinunciabile per la credibilità dell’annuncio.
Chi deve insegnare qualsiasi disciplina, trova l’autorità e la
credibilità nella competenza acquisita. Può sempre dire: ho studiato,
sono informato, dunque parlo. Questo non vale – in modo assoluto – per
l’annuncio di Gesù. E’ fuori discussione quel minimo di competenza che
autorizzi a parlare di determinati argomenti. Ma questo non dà
l’autorevolezza indispensabile. Non basta neppure il mandato ufficiale o
altro titolo giuridico. L’unico grande titolo di autorevolezza è
l’esperienza personale: il poter dire, con Giovanni, quello che ho
toccato, visto, compartecipato… di questo ti parlo.
Ho paura – pensando a me e guardandomi d’attorno – che il silenzio di
questi anni o il corrispettivo parlare a vanvera, sia dovuto ad un
eccesso di scienza che copriva una terribile crisi di esperienza.
Mi piace dirlo forte: il coraggio dell’annuncio – che ci stiamo
riconsegnando - diventa un fondamentale invito ad una autentica
conversione personale verso un incontro con Gesù, nella decisione,
rischiosa e fedele, di affidare a lui tutta la nostra vita.
Solo chi ha incontrato pienamente Gesù il Signore riesce a parlare di
lui, con convincente autorevolezza.
L’affermazione non è uno slogan teorico. L’abbiamo sperimentato tutti:
quando cercavamo di parlare di lui e quando ascoltavamo amici che
parlavano di lui.
“CONTEMPLARE” PER INCONTRARE
La questione si riapre
subito: dove incontrare Gesù?
La domanda è seria: l’interlocutore dell’incontro “abita” nelle trame
impenetrabili del mistero di Dio. E siamo diventati sospettosi nei
confronti di chi tenta di suggerirci recapiti sicuri e indirizzi
verificabili.
E se fosse un fantasma?
Conosciamo e condividiamo i luoghi dell’incontro. L’elenco è facile
e in questi anni siamo diventati esperti: la vita quotidiana, compresa
nel mistero che si porta dentro, la comunità dei discepoli di Gesù, la
Parola di Dio che la Chiesa ci consegna, la celebrazione sacramentale
della nostra fede, alcuni eventi speciali (l’amore, il dolore,
l’incontro con una persona…), il servizio coraggioso e gratuito, quei
fratelli a cui lo Spirito ha affidato il compito di condurci in unità e
verso la verità.
Questi sono i luoghi dell’incontro.
Sappiamo però tutti benissimo che anche questi luoghi “istituzionali”
possono facilmente diventare “non luoghi”, per persone distratte e
dissipate come siamo noi, afferrati da mille preoccupazioni funzionali.
O possono diventare tristemente muti, perché riletti impietosamente da
quella prospettiva saccente e critica che sembra diventata oggi una
condizione irrinunciabile di maturazione.
Non capita solo a noi. Gli Apostoli hanno frequentato il luogo più
fortunato per incontrare Gesù: lui stesso… Ma hanno faticato davvero non
poco per incontrarlo in modo autentico. C’è voluto lo Spirito per
operare la trasformazione radicale.
La constatazione ci consola e ci impegna.
La percezione che colui che camminava sulle acque fosse solo una
fantasma, attraversa continuamente la nostra vita. Anche noi gridiamo
spaventati come loro o lo chiamiamo a gran voce, anche quando l’abbiamo
vicino, compagno di viaggio. Serve poco rammaricarci “dopo”, chiedendoci
come mai non ci ardeva il cuore mentre camminava con noi.
Il silenzio dell’interiorità
Il cammino vissuto in questi anni, nella grande esperienza che lo
Spirito ci ha donato attraverso la “spiritualità giovanile salesiana”,
ci consegna una indicazione operativa preziosa, come condizione per
scoprire la presenza di Gesù nei luoghi in cui cammina con noi:
diventare persone capaci di contemplazione.
Abbiamo bisogno di diventare “contemplativi del nostro quotidiano” per
incontrare veramente Gesù, il Crocifisso risorto.
Contemplare dice esigenze davvero difficili oggi, ma, proprio per
questo, veramente irrinunciabili: interiorità e silenzio. Ci vogliono
occhi profondi e capacità d'ascolto e di meditazione, per scorgere il
significato della realtà oltre le apparenze. Abbiamo bisogno di silenzio
per penetrare in noi stessi, attraversare impressioni, sensibilità,
risonanze e giungere al mistero di Dio e di noi stessi.
Il silenzio è la condizione vitale per ascoltare Dio che si fa Parola
sussurrata, come la brezza di una calda sera d'estate (Gen. 3, 8),
sconvolgente e imprevedibile perché mai posseduta. Per leggere il
visibile dalla prospettiva del mistero di Dio che si porta dentro,
abbiamo bisogno del silenzio, come dell'aria che respiriamo; altrimenti
il mistero resta muto, la voce di Dio viene soffocata. E l'interiorità
si dissolve come neve al sole, nella trama seducente del vissuto.
L'interiorità è il luogo dello Spirito di Gesù che parla dal silenzio e
chiama verso il silenzio. Essa è spazio intimissimo e personale, dove
tutte le voci possono risuonare, ma dove ciascuno si trova a dover
decidere, solo e povero, privo di tutte le sicurezze che danno conforto
nella sofferenza che ogni decisione esige.
Circondati di silenzio, conquistato a fatica nel ritmo ossessivo della
giornata, viviamo, finalmente, in compagnia di noi stessi.
Ho l'impressione che sia una delle esperienze più difficili oggi.
Abbiamo tutti una grande paura di restare soli e cerchiamo
affannosamente gli altri. Ci sostengono, ci servono di prezioso punto
d'appoggio. Diventano persino il grembo materno a cui affidiamo la
fragile nostra esistenza.
Spesso è una compagnia strana: rumorosa e distraente, come un
pomeriggio domenicale che dura tutta la vita, passato in discoteca,
vicini e tanto isolati, costretti ad urlare per farsi ascoltare, sempre
male interpretati, nel sottofondo musicale che distorce ogni voce. Ma ci
va bene. Ci aiuta a non pensare: a non avere paura e a non essere
costretti ad alzare le mani invocanti.
Qui è il punto.
Quando siamo soli, faccia a faccia con la nostra finitudine, ci sentiamo
costretti a cercare due polsi robusti a cui ancorare le nostre braccia
alzate nell'invocazione. Ma questo ci fa soffrire, troppo per risultare
praticabile.
Scopriamo di non bastare a noi stessi, noi che sappiamo tante cose e
usciamo indenni da tutti gli inghippi. E ci accorgiamo che, in fondo,
nessuno dei nostri amici ci basta per sopravvivere sull'onda del limite
invalicabile della nostra fame di vita e di felicità.
Abbiamo paura di sprofondarci nell'abisso dell'oltre, dove i conti non
tornano più.
E così scappiamo dalla difficile e inquietante compagnia di noi stessi.
La solitudine va invece riconquistata, come condizione e spazio per
l'interiorità. L'uomo e la donna che possiedono questa capacità di
solitudine non sono più fatti a pezzi dalle mille impressioni che ci
circondano e ci affascinano. Sono invece capaci di percepire e capire
tutto da un centro interiore in cui regna la pace.
L’EVENTO FONDAMENTALE DELL’INCONTRO: L’EUCARISTIA
Contemplazione e
silenzio sono solo condizione, strumento indispensabile… che prepara e
facilita l’incontro. Non sono ancora esperienza d’incontro.
L’evento dell’incontro è la celebrazione eucaristica. Va ricordato con
forza, anche per restituire alla Eucaristia la sua dimensione di evento
del Crocifisso risorto nella comunità dei suoi discepoli, liberandola
dalle sovrastrutture che l’hanno ridotta a semplice momento di compagnia
e di progettazione.
La celebrazione eucaristica ci immerge nel tempo e ce ne restituisce la
scansione autentica, l’unica che si fa davvero salvifica. Essa è la
grande festa cristiana del presente tra passato e futuro, tra memoria e
profezia.
Il passato è rievocato come sorgente e ragione della festa nel presente.
Non è il greve condizionamento che pesa sul presente; ma l'avvenimento
che gli dà senso e lo riempie di ragioni.
Viene anche anticipato il futuro. La celebrazione eucaristica è scoperta
gratuita ed entusiasta dei segni della novità anche tra le pieghe tristi
della necessità del presente. Per questo, possiamo vestire nel
presente i panni fantasiosi del futuro, senza passare per uomini che
fuggono quelle responsabilità cui chiama ogni presente. Essa è quindi
una grande esperienza trasformatrice. Aiuta a spezzare le catene del
presente, senza fuggirlo. E' un piccolo gesto di libertà, che sa
giocare con il tempo della necessità e sa anticipare il nuovo sognato:
il regno della convivialità, della libertà, della collaborazione, della
speranza, della condivisione.
E’ importante ricordare che tutto questo non si realizza in un gioco
d'intese, di realizzazioni o di compromessi. La sua radice è invece il
mistero di Dio, reso presente nella pasqua del Crocefisso risorto.
Questa constatazione teologica giustifica e rilancia l’affermazione
messa a titolo del paragrafo: la celebrazione eucaristica è l’evento
dell’incontro personale, affidabile e autentico, con Gesù, nel grembo
materno della comunità ecclesiale. Per questo, l’impegno di diventare
annunciatori e testimoni del Risorto richiede la decisione di mettere
l’Eucaristia al centro del processo.
In questo, ci sentiamo nella dolce compagnia dei due discepoli di
Emmaus.
Come loro, ci misuriamo con nostalgie e scoraggiamenti. La voglia di
tirare i remi in barca attraversa ogni nostra giornata e ci spinge a
chiudere definitivamente con la responsabilità di evangelizzare. Mille
altre cose ci riescono meglio e sembra sciocco affannarsi a voler bene
alle persone che incontriamo percorrendo una strada deserta e sassosa.
Non basta approfondire
e qualificare.
Grazie alle riflessioni
dell’ospite che ha fatto strada con essi, i due discepoli incominciano a
capire e a rileggere la loro avventura. E’ tutto chiaro… sul piano delle
idee e delle motivazioni. Ma le gambe sono frenate e il cuore è ancora
stanco. Ragionano in modo saggio: “D’accordo… conviene tornare a
Gerusalemme. Domani, però, alle prime luci del giorno. Oggi è tardi. Non
possiamo rifare il cammino di notte. E' troppo pericoloso. Domani”. Poi,
ormai, ecco le prime case di Emmaus. Sono arrivati a destinazione:
domani mattina si torna a Gerusalemme. E’ una sapienza povera ed
egoista. L’amore ragiona in un altro modo.
Solo quando Gesù ha spezzato il pane con essi, nella celebrazione
eucaristica, gli occhi si spalancano sul mistero dell’esistenza e
l’entusiasmo ritorna, intenso come una volta. La speranza e la passione
rientra prepotente nei loro cuori intorpiditi. La preghiera e la
celebrazione si spalancano verso la vita. Adesso non è più tardi per
tornare a Gerusalemme. Non ci sono più i pericoli del viaggio notturno.
Partono, di corsa: l'esperienza vissuta va comunicata agli altri.
Ritornano a Gerusalemme, per gridare a tutti: Gesù è risorto, la sua
avventura per la vita e la speranza di tutti... continua. Anzi:
ricomincia.
Per riconoscere Gesù
Concludo con l’invito ad un’ultima riflessione. Riprende e rilancia
tutta la questione.
In questi anni abbiamo rinunciato a formule ad effetto e a prassi che
sembravano consolidate – resistendo verso alcune nostalgie – per la
necessità di definire modalità verificabili anche circa l’incontro con
Gesù e il nostro affidamento totale alla sua persona.
Si tratta di un incontro diverso da tutti gli altri. Tanto decisivo però
da afferrare tutta la vita e da coinvolgere la nostra passione
evangelizzatrice. Avevamo paura di vendere prodotti discutibili o
eccessivamente segnati dai limiti della nostra personale esperienza.
Oggi vogliamo ritrovare il coraggio di un annuncio forte e deciso, per
aiutare a vivere e donare speranza. Vogliamo anche far diventare
ricchezza e qualità di vita quello che abbiamo vissuto e sperimentato,
per non spalancare le porte a fanatismi pericolosi e seducenti.
Vogliamo affidare tutta la nostra vita a Gesù il Signore. Come possiamo
verificare se questo è vero e autentico o se, purtroppo, è solo un gioco
di parole, affascinante e vuoto?
Il vissuto dei discepoli di Gesù, nei documenti della nostra fede, ci
consegna un criterio di verifica autorevole e molto concreto.
L'incontro con Gesù non è prima di tutto un rapporto affettivo; e
neppure è solo la consegna totale di sé a lui. E' soprattutto la
condivisione di una causa. La fede si fa obbedienza al progetto di Dio,
manifestato nella vita di Gesù.
Del suo progetto Gesù ha parlato spesso con toni diversi. Quando voleva
esprimerlo in modo concreto e lapidario, utilizzava la formula originale
di “Regno di Dio” . Il Regno di Dio è la causa di Gesù. L'incontro con
Gesù è misurato quindi sulla condivisione appassionata del Regno di Dio.
Regno di Dio è riconoscimento della sovranità di Dio su ogni uomo e su
tutta la storia, fino a confessare che solo in Dio è possibile
possedere vita e felicità. Questo Dio, però, di cui proclamiamo la
signoria assoluta, è tutto per l'uomo. Egli vuole un futuro
significativo per l'uomo. Fa della vita e della felicità dell'uomo la
sua “gloria”. L'uomo lo riconosce Signore quando si impegna a promuovere
la vita e la speranza.
Su questi parametri – certamente espressi in una prospettiva ben diversa
da quella che utilizziamo per analizzare gli eventi misurabili… perché
siamo nella logica dell’amore e della gratuità – possiamo verificare
l’autenticità del nostro affidamento al Dio di Gesù.
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