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Combattere la povertà, costruire la pace
Messaggio per la Giornata della pace 2009
1. ANCHE ALL'INIZIO
DI QUESTO NUOVO ANNO desidero far giungere a tutti il mio augurio di
pace ed invitare, con questo mio Messaggio, a riflettere sul tema:
Combattere la povertà, costruire la pace. Già il mio venerato
predecessore Giovanni Paolo II, nel Messaggio per la Giornata Mondiale
della Pace del 1993, aveva sottolineato le ripercussioni negative che la
situazione di povertà di intere popolazioni finisce per avere sulla
pace. Di fatto, la povertà risulta sovente tra i fattori che favoriscono
o aggravano i conflitti, anche armati. A loro volta, questi ultimi
alimentano tragiche situazioni di povertà. «S'afferma... e diventa
sempre più grave nel mondo – scriveva Giovanni Paolo II – un'altra seria
minaccia per la pace: molte persone, anzi, intere popolazioni vivono
oggi in condizioni di estrema povertà. La disparità tra ricchi e poveri
s'è fatta più evidente, anche nelle nazioni economicamente più
sviluppate. Si tratta di un problema che s'impone alla coscienza
dell'umanità, giacché le condizioni in cui versa un gran numero di
persone sono tali da offenderne la nativa dignità e da compromettere,
conseguentemente, l'autentico ed armonico progresso della comunità
mondiale».1
2. In questo contesto, combattere la povertà implica un'attenta
considerazione del complesso fenomeno della globalizzazione. Tale
considerazione è importante già dal punto di vista metodologico, perché
suggerisce di utilizzare il frutto delle ricerche condotte dagli
economisti e sociologi su tanti aspetti della povertà. Il richiamo alla
globalizzazione dovrebbe, però, rivestire anche un significato
spirituale e morale, sollecitando a guardare ai poveri nella consapevole
prospettiva di essere tutti partecipi di un unico progetto divino,
quello della vocazione a costituire un'unica famiglia in cui tutti –
individui, popoli e nazioni – regolino i loro comportamenti
improntandoli ai principi di fraternità e di responsabilità.
In tale prospettiva occorre avere, della povertà, una visione ampia ed
articolata. Se la povertà fosse solo materiale, le scienze sociali che
ci aiutano a misurare i fenomeni sulla base di dati di tipo soprattutto
quantitativo, sarebbero sufficienti ad illuminarne le principali
caratteristiche. Sappiamo, però, che esistono povertà immateriali, che
non sono diretta e automatica conseguenza di carenze materiali. Ad
esempio, nelle società ricche e progredite esistono fenomeni di
emarginazione, povertà relazionale, morale e spirituale: si tratta di
persone interiormente disorientate, che vivono diverse forme di disagio
nonostante il benessere economico. Penso, da una parte, a quello che
viene chiamato il «sottosviluppo morale»2 e, dall'altra, alle
conseguenze negative del «supersviluppo».3 Non dimentico poi che, nelle
società cosiddette «povere», la crescita economica è spesso frenata da
impedimenti culturali, che non consentono un adeguato utilizzo delle
risorse. Resta comunque vero che ogni forma di povertà imposta ha alla
propria radice il mancato rispetto della trascendente dignità della
persona umana. Quando l'uomo non viene considerato nell'integralità
della sua vocazione e non si rispettano le esigenze di una vera
«ecologia umana»,4 si scatenano anche le dinamiche perverse della
povertà, com'è evidente in alcuni ambiti sui quali soffermerò brevemente
la mia attenzione.
Povertà e implicazioni morali
3. La povertà viene spesso correlata, come a propria causa, allo
sviluppo demografico. In conseguenza di ciò, sono in atto campagne di
riduzione delle nascite, condotte a livello internazionale, anche con
metodi non rispettosi né della dignità della donna né del diritto dei
coniugi a scegliere responsabilmente il numero dei figli 5 e spesso,
cosa anche più grave, non rispettosi neppure del diritto alla vita. Lo
sterminio di milioni di bambini non nati, in nome della lotta alla
povertà, costituisce in realtà l'eliminazione dei più poveri tra gli
esseri umani. A fronte di ciò resta il fatto che, nel 1981, circa il 40%
della popolazione mondiale era al di sotto della linea di povertà
assoluta, mentre oggi tale percentuale è sostanzialmente dimezzata, e
sono uscite dalla povertà popolazioni caratterizzate, peraltro, da un
notevole incremento demografico. Il dato ora rilevato pone in evidenza
che le risorse per risolvere il problema della povertà ci sarebbero,
anche in presenza di una crescita della popolazione. Né va dimenticato
che, dalla fine della seconda guerra mondiale ad oggi, la popolazione
sulla terra è cresciuta di quattro miliardi e, in larga misura, tale
fenomeno riguarda Paesi che di recente si sono affacciati sulla scena
internazionale come nuove potenze economiche e hanno conosciuto un
rapido sviluppo proprio grazie all'elevato numero dei loro abitanti.
Inoltre, tra le Nazioni maggiormente sviluppate quelle con gli indici di
natalità maggiori godono di migliori potenzialità di sviluppo. In altri
termini, la popolazione sta confermandosi come una ricchezza e non come
un fattore di povertà.
4. Un altro ambito di preoccupazione sono le malattie pandemiche quali,
ad esempio, la malaria, la tubercolosi e l'AIDS, che, nella misura in
cui colpiscono i settori produttivi della popolazione, influiscono
grandemente sul peggioramento delle condizioni generali del Paese. I
tentativi di frenare le conseguenze di queste malattie sulla popolazione
non sempre raggiungono risultati significativi. Capita, inoltre, che i
Paesi vittime di alcune di tali pandemie, per farvi fronte, debbano
subire i ricatti di chi condiziona gli aiuti economici all'attuazione di
politiche contrarie alla vita. È soprattutto difficile combattere
l'AIDS, drammatica causa di povertà, se non si affrontano le
problematiche morali con cui la diffusione del virus è collegata.
Occorre innanzitutto farsi carico di campagne che educhino specialmente
i giovani a una sessualità pienamente rispondente alla dignità della
persona; iniziative poste in atto in tal senso hanno gia dato frutti
significativi, facendo diminuire la diffusione dell'AIDS. Occorre poi
mettere a disposizione anche dei popoli poveri le medicine e le cure
necessarie; ciò suppone una decisa promozione della ricerca medica e
delle innovazioni terapeutiche nonché, quando sia necessario,
un'applicazione flessibile delle regole internazionali di protezione
della proprietà intellettuale, così da garantire a tutti le cure
sanitarie di base.
5. Un terzo ambito, oggetto di attenzione nei programmi di lotta alla
povertà e che ne mostra l'intrinseca dimensione morale, è la povertà dei
bambini. Quando la povertà colpisce una famiglia, i bambini ne risultano
le vittime più vulnerabili: quasi la metà di coloro che vivono in
povertà assoluta oggi è rappresentata da bambini. Considerare la povertà
ponendosi dalla parte dei bambini induce a ritenere prioritari quegli
obiettivi che li interessano più direttamente come, ad esempio, la cura
delle madri, l'impegno educativo, l'accesso ai vaccini, alle cure
mediche e all'acqua potabile, la salvaguardia dell'ambiente e,
soprattutto, l'impegno a difesa della famiglia e della stabilità delle
relazioni al suo interno. Quando la famiglia si indebolisce i danni
ricadono inevitabilmente sui bambini. Ove non è tutelata la dignità
della donna e della mamma, a risentirne sono ancora principalmente i
figli.
6. Un quarto ambito che, dal punto di vista morale, merita particolare
attenzione è la relazione esistente tra disarmo e sviluppo. Suscita
preoccupazione l'attuale livello globale di spesa militare. Come ho già
avuto modo di sottolineare, capita che «le ingenti risorse materiali e
umane impiegate per le spese militari e per gli armamenti vengono di
fatto distolte dai progetti di sviluppo dei popoli, specialmente di
quelli più poveri e bisognosi di aiuto. E questo va contro quanto
afferma la stessa Carta delle Nazioni Unite, che impegna la comunità
internazionale, e gli Stati in particolare, a “promuovere lo
stabilimento ed il mantenimento della pace e della sicurezza
internazionale col minimo dispendio delle risorse umane ed economiche
mondiali per gli armamenti” (art. 26)».6
Questo stato di cose non facilita, anzi ostacola seriamente il
raggiungimento dei grandi obiettivi di sviluppo della comunità
internazionale. Inoltre, un eccessivo accrescimento della spesa militare
rischia di accelerare una corsa agli armamenti che provoca sacche di
sottosviluppo e di disperazione, trasformandosi così paradossalmente in
fattore di instabilità, di tensione e di conflitti. Come ha
sapientemente affermato il mio venerato Predecessore Paolo VI, «lo
sviluppo è il nuovo nome della pace».7 Gli Stati sono pertanto chiamati
ad una seria riflessione sulle più profonde ragioni dei conflitti,
spesso accesi dall'ingiustizia, e a provvedervi con una coraggiosa
autocritica. Se si giungerà ad un miglioramento dei rapporti, ciò
dovrebbe consentire una riduzione delle spese per gli armamenti. Le
risorse risparmiate potranno essere destinate a progetti di sviluppo
delle persone e dei popoli più poveri e bisognosi: l'impegno profuso in
tal senso è un impegno per la pace all'interno della famiglia umana.
7. Un quinto ambito relativo alla lotta alla povertà materiale riguarda
l'attuale crisi alimentare, che mette a repentaglio il soddisfacimento
dei bisogni di base. Tale crisi è caratterizzata non tanto da
insufficienza di cibo, quanto da difficoltà di accesso ad esso e da
fenomeni speculativi e quindi da carenza di un assetto di istituzioni
politiche ed economiche in grado di fronteggiare le necessità e le
emergenze. La malnutrizione può anche provocare gravi danni psicofisici
alle popolazioni, privando molte persone delle energie necessarie per
uscire, senza speciali aiuti, dalla loro situazione di povertà. E questo
contribuisce ad allargare la forbice delle disuguaglianze, provocando
reazioni che rischiano di diventare violente. I dati sull'andamento
della povertà relativa negli ultimi decenni indicano tutti un aumento
del divario tra ricchi e poveri. Cause principali di tale fenomeno sono
senza dubbio, da una parte, il cambiamento tecnologico, i cui benefici
si concentrano nella fascia più alta della distribuzione del reddito e,
dall'altra, la dinamica dei prezzi dei prodotti industriali, che
crescono molto più velocemente dei prezzi dei prodotti agricoli e delle
materie prime in possesso dei Paesi più poveri. Capita così che la
maggior parte della popolazione dei Paesi più poveri soffra di una
doppia marginalizzazione, in termini sia di redditi più bassi sia di
prezzi più alti.
Lotta alla povertà e solidarietà globale
8. Una delle strade maestre per costruire la pace è una globalizzazione
finalizzata agli interessi della grande famiglia umana.8 Per governare
la globalizzazione occorre però una forte solidarietà globale 9 tra
Paesi ricchi e Paesi poveri, nonché all'interno dei singoli Paesi, anche
se ricchi. È necessario un «codice etico comune»,10 le cui norme non
abbiano solo un carattere convenzionale, ma siano radicate nella legge
naturale inscritta dal Creatore nella coscienza di ogni essere umano (cfr
Rm 2,14-15). Non avverte forse ciascuno di noi nell'intimo della
coscienza l'appello a recare il proprio contributo al bene comune e alla
pace sociale? La globalizzazione elimina certe barriere, ma ciò non
significa che non ne possa costruire di nuove; avvicina i popoli, ma la
vicinanza spaziale e temporale non crea di per sé le condizioni per una
vera comunione e un'autentica pace. La marginalizzazione dei poveri del
pianeta può trovare validi strumenti di riscatto nella globalizzazione
solo se ogni uomo si sentirà personalmente ferito dalle ingiustizie
esistenti nel mondo e dalle violazioni dei diritti umani ad esse
connesse. La Chiesa, che è «segno e strumento dell'intima unione con Dio
e dell'unità di tutto il genere umano»,11 continuerà ad offrire il suo
contributo affinché siano superate le ingiustizie e le incomprensioni e
si giunga a costruire un mondo più pacifico e solidale.
9. Nel campo del commercio internazionale e delle transazioni
finanziarie, sono oggi in atto processi che permettono di integrare
positivamente le economie, contribuendo al miglioramento delle
condizioni generali; ma ci sono anche processi di senso opposto, che
dividono e marginalizzano i popoli, creando pericolose premesse per
guerre e conflitti. Nei decenni successivi alla seconda guerra mondiale,
il commercio internazionale di beni e di servizi è cresciuto in modo
straordinariamente rapido, con un dinamismo senza precedenti nella
storia. Gran parte del commercio mondiale ha interessato i Paesi di
antica industrializzazione, con la significativa aggiunta di molti Paesi
emergenti, diventati rilevanti. Ci sono però altri Paesi a basso
reddito, che risultano ancora gravemente marginalizzati rispetto ai
flussi commerciali. La loro crescita ha risentito negativamente del
rapido declino, registrato negli ultimi decenni, dei prezzi dei prodotti
primari, che costituiscono la quasi totalità delle loro esportazioni. In
questi Paesi, per la gran parte africani, la dipendenza dalle
esportazioni di prodotti primari continua a costituire un potente
fattore di rischio. Vorrei qui rinnovare un appello perché tutti i Paesi
abbiano le stesse possibilità di accesso al mercato mondiale, evitando
esclusioni e marginalizzazioni.
10. Una riflessione simile può essere fatta per la finanza, che concerne
uno degli aspetti primari del fenomeno della globalizzazione, grazie
allo sviluppo dell'elettronica e alle politiche di liberalizzazione dei
flussi di denaro tra i diversi Paesi. La funzione oggettivamente più
importante della finanza, quella cioè di sostenere nel lungo termine la
possibilità di investimenti e quindi di sviluppo, si dimostra oggi
quanto mai fragile: essa subisce i contraccolpi negativi di un sistema
di scambi finanziari – a livello nazionale e globale - basati su una
logica di brevissimo termine, che persegue l'incremento del valore delle
attività finanziarie e si concentra nella gestione tecnica delle diverse
forme di rischio. Anche la recente crisi dimostra come l'attività
finanziaria sia a volte guidata da logiche puramente autoreferenziali e
prive della considerazione, a lungo termine, del bene comune.
L'appiattimento degli obiettivi degli operatori finanziari globali sul
brevissimo termine riduce la capacità della finanza di svolgere la sua
funzione di ponte tra il presente e il futuro, a sostegno della
creazione di nuove opportunità di produzione e di lavoro nel lungo
periodo. Una finanza appiattita sul breve e brevissimo termine diviene
pericolosa per tutti, anche per chi riesce a beneficiarne durante le
fasi di euforia finanziaria.12
11. Da tutto ciò emerge che la lotta alla povertà richiede una
cooperazione sia sul piano economico che su quello giuridico che
permetta alla comunità internazionale e in particolare ai Paesi poveri
di individuare ed attuare soluzioni coordinate per affrontare i suddetti
problemi realizzando un efficace quadro giuridico per l'economia.
Richiede inoltre incentivi alla creazione di istituzioni efficienti e
partecipate, come pure sostegni per lottare contro la criminalità e per
promuovere una cultura della legalità. D'altra parte, non si può negare
che le politiche marcatamente assistenzialiste siano all'origine di
molti fallimenti nell'aiuto ai Paesi poveri. Investire nella formazione
delle persone e sviluppare in modo integrato una specifica cultura
dell'iniziativa sembra attualmente il vero progetto a medio e lungo
termine. Se le attività economiche hanno bisogno, per svilupparsi, di un
contesto favorevole, ciò non significa che l'attenzione debba essere
distolta dai problemi del reddito. Sebbene si sia opportunamente
sottolineato che l'aumento del reddito pro capite non può costituire in
assoluto il fine dell'azione politico-economica, non si deve però
dimenticare che esso rappresenta uno strumento importante per
raggiungere l'obiettivo della lotta alla fame e alla povertà assoluta.
Da questo punto di vista va sgomberato il campo dall'illusione che una
politica di pura ridistribuzione della ricchezza esistente possa
risolvere il problema in maniera definitiva. In un'economia moderna,
infatti, il valore della ricchezza dipende in misura determinante dalla
capacità di creare reddito presente e futuro. La creazione di valore
risulta perciò un vincolo ineludibile, di cui si deve tener conto se si
vuole lottare contro la povertà materiale in modo efficace e duraturo.
12. Mettere i poveri al primo posto comporta, infine, che si riservi uno
spazio adeguato a una corretta logica economica da parte degli attori
del mercato internazionale, ad una corretta logica politica da parte
degli attori istituzionali e ad una corretta logica partecipativa capace
di valorizzare la società civile locale e internazionale. Gli stessi
organismi internazionali riconoscono oggi la preziosità e il vantaggio
delle iniziative economiche della società civile o delle amministrazioni
locali per la promozione del riscatto e dell'inclusione nella società di
quelle fasce della popolazione che sono spesso al di sotto della soglia
di povertà estrema e sono al tempo stesso difficilmente raggiungibili
dagli aiuti ufficiali. La storia dello sviluppo economico del XX secolo
insegna che buone politiche di sviluppo sono affidate alla
responsabilità degli uomini e alla creazione di positive sinergie tra
mercati, società civile e Stati. In particolare, la società civile
assume un ruolo cruciale in ogni processo di sviluppo, poiché lo
sviluppo è essenzialmente un fenomeno culturale e la cultura nasce e si
sviluppa nei luoghi del civile.13
13. Come ebbe ad affermare il mio venerato Predecessore Giovanni Paolo
II, la globalizzazione «si presenta con una spiccata caratteristica di
ambivalenza»14 e quindi va governata con oculata saggezza. Rientra in
questa forma di saggezza il tenere primariamente in conto le esigenze
dei poveri della terra, superando lo scandalo della sproporzione
esistente tra i problemi della povertà e le misure che gli uomini
predispongono per affrontarli. La sproporzione è di ordine sia culturale
e politico che spirituale e morale. Ci si arresta infatti spesso alle
cause superficiali e strumentali della povertà, senza raggiungere quelle
che albergano nel cuore umano, come l'avidità e la ristrettezza di
orizzonti. I problemi dello sviluppo, degli aiuti e della cooperazione
internazionale vengono affrontati talora senza un vero coinvolgimento
delle persone, ma come questioni tecniche, che si esauriscono nella
predisposizione di strutture, nella messa a punto di accordi tariffari,
nello stanziamento di anonimi finanziamenti. La lotta alla povertà ha
invece bisogno di uomini e donne che vivano in profondità la fraternità
e siano capaci di accompagnare persone, famiglie e comunità in percorsi
di autentico sviluppo umano.
Conclusione
14. Nell'Enciclica Centesimus annus, Giovanni Paolo II ammoniva
circa la necessità di «abbandonare la mentalità che considera i poveri –
persone e popoli – come un fardello e come fastidiosi importuni, che
pretendono di consumare quanto altri hanno prodotto». «I poveri – egli
scriveva - chiedono il diritto di partecipare al godimento dei beni
materiali e di mettere a frutto la loro capacità di lavoro, creando così
un mondo più giusto e per tutti più prospero».15 Nell'attuale mondo
globale è sempre più evidente che si costruisce la pace solo se si
assicura a tutti la possibilità di una crescita ragionevole: le
distorsioni di sistemi ingiusti, infatti, prima o poi, presentano il
conto a tutti. Solo la stoltezza può quindi indurre a costruire una casa
dorata, ma con attorno il deserto o il degrado. La globalizzazione da
sola è incapace di costruire la pace e, in molti casi, anzi, crea
divisioni e conflitti. Essa rivela piuttosto un bisogno: quello di
essere orientata verso un obiettivo di profonda solidarietà che miri al
bene di ognuno e di tutti. In questo senso, la globalizzazione va vista
come un'occasione propizia per realizzare qualcosa di importante nella
lotta alla povertà e per mettere a disposizione della giustizia e della
pace risorse finora impensabili.
15. Da sempre la
dottrina sociale della Chiesa si è interessata dei poveri. Ai tempi
dell'Enciclica Rerum novarum essi erano costituiti soprattutto
dagli operai della nuova società industriale; nel magistero sociale di
Pio XI, di Pio XII, di Giovanni XXIII, di Paolo VI e di Giovanni Paolo
II sono state messe in luce nuove povertà man mano che l'orizzonte della
questione sociale si allargava, fino ad assumere dimensioni mondiali.16
Questo allargamento della questione sociale alla globalità va
considerato nel senso non solo di un'estensione quantitativa, ma anche
di un approfondimento qualitativo sull'uomo e sui bisogni della famiglia
umana. Per questo la Chiesa, mentre segue con attenzione gli attuali
fenomeni della globalizzazione e la loro incidenza sulle povertà umane,
indica i nuovi aspetti della questione sociale, non solo in estensione,
ma anche in profondità, in quanto concernenti l'identità dell'uomo e il
suo rapporto con Dio. Sono principi di dottrina sociale che tendono a
chiarire i nessi tra povertà e globalizzazione e ad orientare l'azione
verso la costruzione della pace. Tra questi principi è il caso di
ricordare qui, in modo particolare, l'«amore preferenziale per i
poveri»,17 alla luce del primato della carità, testimoniato da tutta la
tradizione cristiana, a cominciare da quella della Chiesa delle origini
(cfr At 4,32-36; 1 Cor 16,1; 2 Cor 8-9; Gal 2,10).
«Ciascuno faccia la
parte che gli spetta e non indugi», scriveva nel 1891 Leone XIII,
aggiungendo: «Quanto alla Chiesa, essa non lascerà mancare mai e in
nessun modo l'opera sua».18 Questa consapevolezza accompagna anche oggi
l'azione della Chiesa verso i poveri, nei quali vede Cristo,19 sentendo
risuonare costantemente nel suo cuore il mandato del Principe della pace
agli Apostoli: «Vos date illis manducare – date loro voi stessi da
mangiare» (Lc 9,13). Fedele a quest'invito del suo Signore, la Comunità
cristiana non mancherà pertanto di assicurare all'intera famiglia umana
il proprio sostegno negli slanci di solidarietà creativa non solo per
elargire il superfluo, ma soprattutto per cambiare «gli stili di vita, i
modelli di produzione e di consumo, le strutture consolidate di potere
che oggi reggono le società».20 Ad ogni discepolo di Cristo, come anche
ad ogni persona di buona volontà, rivolgo pertanto all'inizio di un
nuovo anno il caldo invito ad allargare il cuore verso le necessità dei
poveri e a fare quanto è concretamente possibile per venire in loro
soccorso. Resta infatti incontestabilmente vero l'assioma secondo cui
«combattere la povertà è costruire la pace».
Dal Vaticano, 8 Dicembre 2008
1 Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace, 1.
2 Paolo VI, Lett. enc. Populorum progressio, 19.
3 Giovanni Paolo II, Lett. enc. Sollicitudo rei socialis, 28.
4 Giovanni Paolo II, Lett. enc. Centesimus annus, 38.
5 Cfr Paolo VI, Lett. enc. Populorum progressio, 37; Giovanni Paolo II,
Lett. enc. Sollicitudo rei socialis, 25.
6 Benedetto XVI, Lettera al Cardinale Renato Raffaele Martino in
occasione del Seminario internazionale organizzato dal Pontificio
Consiglio della Giustizia e della Pace sul tema «Disarmo, sviluppo e
pace. Prospettive per un disarmo integrale», 10 aprile 2008:
L'Osservatore Romano, 13.4.2008, p. 8.
7 Lett. enc. Populorum progressio, 87.
8 Cfr Giovanni Paolo II, Lett. enc. Centesimus annus, 58.
9 Cfr Giovanni Paolo II, Discorso all'Udienza alle Acli, 27 aprile 2002,
4: Insegnamenti di Giovanni Paolo II, XXV, 1 [2002], 637.
10 Giovanni Paolo II, Discorso all'Assemblea Plenaria della Pontificia
Accademia delle Scienze sociali, 27 aprile 2001, 4: Insegnamenti di
Giovanni Paolo II, XXIV, 1 [2001], 802.
11 Conc. Ecum. Vat. II, Cost. dogm. Lumen gentium, 1.
12Cfr Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, Compendio della
dottrina sociale della Chiesa, 368.
13 Cfr ibid., 356.
14 Discorso nell'Udienza a Dirigenti di sindacati di lavoratori e di
grandi società, 2 maggio 2000, 3: Insegnamenti di Giovanni Paolo II,
XXIII, 1 [2000], 726.
15 N. 28.
16 Cfr Paolo VI, Lett. enc. Populorum progressio, 3.
17 Giovanni Paolo II, Lett. enc. Sollicitudo rei socialis, 42; cfr Idem,
Lett. enc. Centesimus annus, 57.
18 Lett. enc. Rerum novarum, 45.
19 Cfr Giovanni Paolo II, Lett. enc. Centesimus annus, 58.
20 Ibid.
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