PROPOSTA FORMATIVA E SUSSIDI MGF
Proposta Formativa

La Proposta Formativa è, come dice l'espressione:
- una proposta: poiché buona parte dei gruppi MGF-Sicilia sono anche Associazioni che si avvalgono di quanto messo a loro disposizione e programmato dai propri Responsabili regionali/nazionali, l'MGF offre tematiche, sussidi e incontri che integrano il cammino associativo e, soprattutto, mirano alla crescita del singolo giovane, in quanto cristiano in cammino sull'esempio di San Francesco;
- formativa: scopo della proposta MGF-Sicilia è sempre quella di formare il giovane alla scuola del Vangelo o - come direbbe San Francesco - fare del Vangelo la propria "forma di vita".

Per tal motivo i sussidi MGF-Sicilia e gli eventi in calendario sono sempre finalizzati all'incontro con Cristo, radicale e trasformante, all'evangelizzazione e al servizio nella Chiesa, secondo il carisma francescano.
 

PROPOSTA FORMATIVA 2011/2012

  

 

Grazie al sistema delle Porziuncole, dallo scorso anno promosso con successo dal nostro Movimento Giovanile Francescano di Sicilia, tanti giovani stanno riscoprendo la fede. Lasciandosi guidare dalla Parola, settimanalmente si incontrano per lodare il Signore, pregare, condividere e, soprattutto, evangelizzare, cioè portare a Gesù coloro che lo hanno abbandonato o che non si sono lasciati incontrare e amare da Lui: conosciuto più per “sentito dire” che per esperienza diretta e personale.

Non sarà mai abbastanza il grazie che dobbiamo a questi nostri fratelli che hanno voluto mettersi in gioco per primi in questo entusiasmante processo di Nuova Evangelizzazione, risposta concreta ai reiterati appelli del Vangelo (Andate e fate discepoli tutte le nazioni… Mt 28,19) e del Magistero della Chiesa (Giovanni Paolo II, Benedetto XVI, Conferenza Episcopale Italiana).

Si trattava - e si tratta ancora - di avere il coraggio di uscire dalle sacrestie, dai luoghi chiusi dell’aggregazionismo giovanile ecclesiale, dai recinti dell’oratorio e dei centri giovanili, per incontrare l’altro, il diverso da me, non-credente o non-praticante, lontano dalla comunità ma non certamente da noi e perciò da Gesù che, attraverso di noi, quale buon pastore, è alla ricerca costante della pecorella smarrita.

Si trattava - e si tratta ancora - di avere la parresia degli apostoli, cioè la capacità di dire liberamente tutto, tutto ciò che il Signore ha fatto in noi e per noi, senza timore, con la potenza dello Spirito Santo, e di prendersi cura di chi finalmente, accogliendo l’annuncio del Vangelo, si lascia guarire e rinnovare da Gesù-buon samaritano.

Il sistema delle Porziuncole ha di fatto risposto alle aspettative, a quella visione dell’agricoltore che di fronte al campo incolto riesce a vedere una messe abbondante, risultato del suo impegno e dei sacrifici che giorno per giorno dovrà fare per renderlo fruttuoso (cfr Gc 5,7)
 

Oggi, a distanza di poco meno di un anno dagli esordi, da una ventina appena di giovani che hanno voluto rischiare nell’iniziare nelle proprie città le Porziuncole, godiamo di oltre un centinaio di giovani che hanno abbracciato o ri-abbraciato Cristo e desiderano crescere nella fede in Lui e lo testimoniano con la vita e la parola per convertire a Gesù altri fratelli.

Ma il sistema delle Porziuncole, è stato evidenziato fin da quando è stato attivato con il Corso Francesco, non intende essere un’esperienza di Chiesa completa, ma solo l’inizio. Esse esistono per evangelizzare e per far maturare la fede iniziale dei neo-evangelizzati. Sappiamo bene, infatti, che nell’evangelizzazione c’è un alto tasso di “mortalità infantile”, cioè in molti abbandonano il cammino della Nuova Vita in Cristo appena intrapreso per l’incapacità da parte della comunità ecclesiale di prendersi cura di loro, ad uno ad uno. Una incapacità che nasce purtroppo dalle mille incombenze che quotidianamente prendono un pastore d’anime e i suoi collaboratori laici (sacramenti da amministrare, catechesi, formazione e incontri di gruppo, carità da organizzare, feste liturgiche e patronali, incontri diocesani, vicariali, ecc.). Perciò le giovani guide delle Porziuncole si sono assunti l’impegno di offrire ai neo-evangelizzati un ambiente dove imparare gradualmente a conoscere e sperimentare Cristo e la Chiesa. Ma la mèta ultima di un giovane che ritorna alla fede e inizia nella Porziuncola l’esperienza di una Chiesa che prega, ascolta e annuncia, è la comunità ecclesiale locale nella sua interezza, nella varietà delle generazioni, degli stili di vita, di carismi e ministeri.

Un giovane che entra, attraverso l’opera dell’evangelizzazione, in una Porziuncola è come un neonato in Cristo. E a un neonato si offre come nutrimento il latte, non cibo solido, poiché non sarebbe capace di assimilarlo (cfr 1Cor 3,1-2). Ma, prima o poi, si dovrà passare dal latte ad una alimentazione completa e, allo stesso tempo, si dovrà passare dalla protezione della culla e delle braccia materne (la Porziuncola e le loro guide) alla responsabilità di camminare sulle proprie gambe per tutta intera la casa (la Chiesa locale e non solo) e anche all’esterno di essa (divenendo a propria volta guide di altre Porziuncole o predicatori nella Scuola di Evangelizzazione o a servizio di tutte quelle attività di carità apostolica che la Chiesa offre ai fedeli: catechesi, formazione, carità, animazione, ecc.).

Occorre, pertanto, che si assuma come proprio lo stile di vita che dovrebbe caratterizzare ogni comunità ecclesiale, quello stile di vita che è proprio della Chiesa fin dal suo nascere. Quello stile che l’evangelista Luca delinea a più riprese negli Atti degli Apostoli e che sintetizza in alcuni sommari, tra cui spicca quello che troviamo al termine del capitolo 2 (vv. 42-47) iniziato con l’avvenimento fondante la Chiesa che è la Pentecoste.

 

Erano perseveranti nell'insegnamento degli apostoli e nella comunione, nello spezzare il pane e nelle preghiere. Un senso di timore era in tutti, e prodigi e segni avvenivano per opera degli apostoli. Tutti i credenti stavano insieme e avevano ogni cosa in comune; vendevano le loro proprietà e sostanze e le dividevano con tutti, secondo il bisogno di ciascuno. Ogni giorno erano perseveranti insieme nel tempio e, spezzando il pane nelle case, prendevano cibo con letizia e semplicità di cuore, lodando Dio e godendo il favore di tutto il popolo. Intanto il Signore ogni giorno aggiungeva alla comunità quelli che erano salvati.
 

Luca, con poche e rapide pennellate, delinea la fisionomia della comunità credente primitiva: erano perseveranti nell’ascoltare l’insegnamento degli apostoli, nella comunione, nella frazione del pane, cioè nella celebrazione dell’Eucaristia, e nelle preghiere. Espressione di questo perseverante impegno era lo stare insieme nella condivisione di quanto possedevano, così che fra di loro non c’era più chi si trovasse nel bisogno e chi invece nell’abbondanza, poiché “vendevano le loro proprietà e sostanze e le dividevano con tutti, secondo il bisogno di ciascuno”. E questo stile di vita, annota l’evangelista, attirava l’attenzione di tutti e “il favore di tutto il popolo”. Uno stile certamente accattivante per quei tempi, ma non di meno attraente anche nel nostro tempo; uno stile esemplare su cui vogliamo riflettere quest’anno per imparare anche noi a crescere “insieme” e a sperimentare “insieme” la gioia del nostro essere Chiesa.
 

Le quattro caratteristiche della Chiesa - Ascolto, Comunione, Eucaristia e Preghiere- sono come le gambe di un tavolo: sono ciò che la tengono in piedi, la fanno essere quella che deve essere. Le danno stabilità e le permettono di assolvere al senso del suo esistere: permettere di sedersi attorno ad esso e condividere quello che vi è poggiato sopra insieme alle stesse vite di coloro che vi siedono attorno. Talvolta attorno al tavolo si discute, si esprimono opinioni diverse, ci si ritrova diversi, ma esso comunque favorisce il confronto, evitando che si trasformi in scontro fisico, e, comunque, unisce pur mantenendo le distanze delle diversità, delle individualità.

Se anche una sola gamba viene meno, tutto il tavolo non regge e si abbatte a terra. Perciò, l’autore degli Atti, pur evidenziando in seguito che questa visione “ideale” della Chiesa si è scontrata con la cruda realtà della diversità-divisione, sottolinea che essa deve restare il modello a cui costantemente rifarsi perché la Chiesa mantenga la sua identità-unità. A ciò richiama l’aggettivo che premette alle quattro caratteristiche: la perseveranza. È la perseveranza che unisce le quattro gambe al piano del tavolo e che lo rende solido e stabile. È della perseveranza che ancora oggi abbiamo tutti bisogno, neo-evangelizzati e fedeli di lungo corso.
 

Oggi, più di ieri, infatti, viviamo la frammentarietà dell’occasione, l’immediatezza del momento presente. Le esperienze forti ci prendono nel profondo. Spesso siamo alla ricerca di emozioni sconvolgenti perché l’ordinario sembra non dirci più niente. Così si salta da una emozione all’altra; da una esperienza forte all’altra; ma sparisce il quotidiano, il normale che poi, in realtà, costituisce la fetta più grossa della nostra vita. E si finisce per “vivere a sprazzi”, senza più avere il senso di un cammino in atto, senza sapere da dove si viene e dove si sta andando.

È vero che la perseveranza è dura, costa sacrificio; che la continuità dell’impegno è forse la penitenza più grossa che qualsiasi persona deve affrontare; ma se non ci si allena e seriamente a questa continuità temporale, alla fine non siamo capaci di affrontare alcun impegno che costi qualche sacrificio.

Tutto questo, nei giovani, ha bisogno di essere riscoperto: non bastano i grandi entusiasmi che, come fuoco di paglia, poi si spengono senza lasciare traccia di sé; non bastano gli impegni a tempo determinato, che poi vengono interrotti senza che la persona ne abbia vero beneficio; occorre invece acquisire la capacità del metodo che davvero costruisce il grande edificio della vita, partendo dalle fondamenta e ponendo pietra su pietra con continuità e impegno, secondo un progetto ben preciso.
E qui sta il difficile. Quale è il progetto che alla fine ci permette di assaporare la gioia di una vita realizzata; di una casa costruita bene e capace di resistere ai vari assalti della vita?

 

Luca, negli Atti degli Apostoli, proprio agli inizi del cammino della Chiesa, ci offre gli elementi necessari che aiutano il cristiano che è venuto alla fede a perseverare in essa, a portarla a maturazione fino al punto da poter mettere a repentaglio la propria vita e dire con san Paolo: Non vivo più io, ma Cristo vive in me (Gal 2,20).

A questa totale conformazione a Cristo dobbiamo tutti tendere, a partire dalle quattro perseveranze che Luca ci propone come essenziali. È quella conformazione a cui ci richiama l’esempio di vita di Francesco d’Assisi, Alter Christus, e a cui cercheremo di riferirci lungo questo nostro percorso formativo, per trovare gli spunti utili per lasciarci modellare come argilla nelle mani del vasaio, dalla Parola di Dio, l’unica in grado di fare Verità in noi e attorno a noi, di penetrarci nelle profondità dell’anima e darci quella vita nello Spirito per rinnovare noi stessi e contribuire a restaurare la Chiesa di Cristo di oggi, secondo il mandato che ci accomuna sulla scia del Serafico Padre.
 

Maria, madre e modello della Chiesa o, per dirla con S. Francesco, Vergine fatta Chiesa, che perseverò nell’ascoltare, meditare, custodire e mettere in pratica la Parola del Signore, ci sia madre e modello in questo cammino, poiché proprio a lei ci invita a guardare l’evangelista Luca quando per la prima volta negli Atti ci parla della perseveranza: insieme a Maria, la madre di Gesù (Lc 1,14). Non si può essere perseveranti senza Maria, colei che ha atteso per quasi 34 anni che si adempissero le parole del Signore, la promessa che quel bimbo generato in lei dallo Spirito Santo fosse realmente Gesù-Dio salva e che da questa salvezza sarebbe nato un Regno che non avrà fine, cioè un popolo nuovo soggetto all’unica ed eterna Signoria di Dio.

 

Il SUSSIDIO GIOVANI MGF PUO' ESSERE RICHIESTO ALLA SEGRETERIA MGF-SICILIA
FINO AD ESAURIMENTO SCORTE

CONTRIBUTO SPESE: 4,00 EURO + EVENTUALI SPESE DI SPEDIZIONE

 

SCARICA E STAMPA LA LOCANDINA/CALENDARIO: FORMATO A4 - FORMATO A3

 

PROPOSTA FORMATIVA 2010/2011

 

Questo sussidio, che sintetizza al massimo i fondamenti del "Progetto Discepoli", nasce come frutto di un lungo percorso umano, spirituale e pastorale, fatto di molti dubbi e pochissime certezze. Nasce da quegli interrogativi che da anni arrovellano la testa e il cuore di chi si è messo a servizio di Cristo nella Chiesa, in particolare nella cura pastorale delle giovani generazioni.

Gli insuccessi e i fallimenti personali, l'incapacità di tanti a saper portare avanti un gruppo di giovani formandoli alla vita evangelica e all'impegno nella Chiesa e nel mondo, la facilità con cui un giovane o, talvolta, un intero gruppo di giovani, dopo magari anni di cammino in un gruppo/comunità ecclesiale, abbandona lo stesso cammino e perfino quei valori stessi in cui diceva di credere fermamente… sono alla base di quelle ripetute domande che rendono insonni le notti di tanti Pastori ed Educatori: Vale la pena continuare? Dove ho sbagliato? Perché non riescono a comprendermi? Perché non riesco ad entusiasmarli per Cristo?...

Così, spesso, si è alla ricerca di nuovi strumenti, nuove attività, sussidi, esperienze, campi-scuola, ritiri… che facciano accogliere con più facilità i contenuti degli argomenti che si propongono, che aiutino a tenere unito il gruppo, che li renda più reattivi di fronte a proposte più alte e più disponibili ad assumersi degli impegni all'interno della comunità ecclesiale.

A seconda delle capacità personali dell'assistente spirituale o dell'educatore, tali strumenti talvolta risultano vincenti, altre volte non sortiscono l'effetto sperato: i giovani del gruppo continuano ad essere apatici, spesso indifferenti a quella abbondanza di Grazia che viene riversata su di loro attraverso le strategie pastorali-comunicative messe in atto. Ma anche nel caso in cui si ottiene un qualche successo, a lungo andare occorre variare, dare di più e di meglio, altrimenti si rischia di cadere ugualmente nell'apatia e nella noia delle "stesse cose" e allo "stesso modo" di sempre…

Infine - ma stiamo sintetizzando al massimo - altro assillo diurno e notturno di chi è preposto alla Pastorale Giovanile è quel fossato abissale che separa i gruppetti delle nostre comunità dalla moltitudine di quanti sono indifferenti a qualsiasi proposta di carattere religioso-culturale-ecclesiale. Qui non ci soffermiamo ad analizzare le motivazioni di carattere socio-culturale di questa distanza e refrattarietà alle nostre proposte, ma ci chiediamo ancora una volta il perché non riusciamo a raggiungere questa massa di giovani che - pur avendo fatto il catechismo fino a qualche anno prima e avendo ricevuto i sacramenti dell'iniziazione cristiana - resta indifferente nei confronti di Cristo, della Chiesa e a qualunque proposta di carattere aggregativo cultuale o pastorale o anche ricreativo.

Se poi noti che i giovani del tuo gruppo ecclesiale, nella vita di ogni giorno, poco si differenziano da questa massa, vivendo gli stessi sistemi valoriali, assumendo le stesse convinzioni morali ed etiche (soprattutto in riferimento a quelle tematiche "scottanti" che contrappongono il Vangelo alla cultura dominante, la comunità ecclesiale alla società civile), incapaci di rispondere a chiunque chieda ragione della speranza di cui si dovrebbe essere testimoni (cfr 1Pt 3,15) e, tanto meno, incapaci di "evangelizzare" nel senso proprio del termine, allora viene anche la voglia di mollare tutto, ci si fa prendere dalla sfiducia e dal pessimismo, e ci si accontenta del minimo indispensabile, cullando il piccolo gregge di dieci pecorelle fedelissime e facendo quasi finta che le novanta indifferenti, che stanno passeggiando davanti al portone della chiesa o dell'oratorio, non esistano.

Di fatto, oggi, seppure si lamenta a tutti i livelli la latitanza o perfino l'assenza totale dei giovani nelle nostre comunità ecclesiali, pochi sono i pastori e gli educatori che realmente sono disponibili a mettersi in gioco, a cambiare mentalità e prospettive, avendo compreso che non sono la società, la cultura, le mode, il secolarismo, le nuove tecnologie… a rendere inefficaci i nostri progetti pastorali nei confronti dei giovani, bensì i nostri stessi progetti e le nostre stesse strategie.

 

Con questo piccolo lavoro vogliamo allora rivolgerci a quanti non hanno perso la speranza, ma soprattutto a quanti sono disponibili a cambiare mentalità, metodologie e strategie pastorali, per avvicinare i giovani - ma non solo i giovani! - a Cristo e alla sua Chiesa.
Con ciò non si vuole contestare la bontà di quanto finora messo in campo, anche con discreti risultati, ma vogliamo chiederci se le nostre strategie di azione ci aiutano a raggiungere gli obiettivi a lunga scadenza:
1. I nostri sforzi nel voler tenere in piedi le cose stanno adempiendo il mandato di Cristo?
2. Come risultato del nostro lavoro pastorale, vediamo intorno a noi una sempre crescente schiera di persone dedicate a portare il Vangelo nel mondo?
3. Dove pende la bilancia del rapporto tra programmi pastorali e risultati ottenuti?
 

Come avviene per una qualsiasi opera che viene costruita in accordo con il piano per il suo uso, secondo un progetto dettagliato che miri a realizzarla conformemente e adeguatamente alla sua destinazione, così ogni nostro lavoro apostolico dovrebbe essere proporzionato e orientato al suo fine, per non cadere nella confusione o smarrirsi lungo il processo, rischiando di fatto il non raggiungimento dell'obiettivo, piangendo sulle strutture messe in campo, le risorse investite, ma incomplete o, se complete, sprecate. Pensiamo, ad esempio, ai mega-oratori del nord-Italia: vuoti o destinati a scopi diversi per i quali furono costruiti. Ma pensiamo anche alle lodevoli attività preparate con cura, con notevole investimento di risorse ed energie, dalle nostre comunità ecclesiali e giovanili e poi poco partecipate dagli "esterni" e molto auto-referenziali. Eppure volevamo avvicinare proprio gli "esterni"…!

 

L'obiettivo di questo nostro sussidio è perciò quello di proporre non tanto nuove attività, nuovi strumenti, nuove strutture, che si sommerebbero a quelle finora messe in campo, ma di ritornare all'essenziale, a quel modello fondamentale di Evangelizzatore e Pastore che è Cristo, il quale in soli tre anni è stato capace di mettere le basi per la trasformazione in pochi decenni del mondo allora conosciuto. E questo lo faremo in forza di quel pilastro post-conciliare e sinodale che è l'Evangelii Nuntiandi (E.N.), esortazione apostolica di Paolo VI del 1975, di una forza dirompente, attualissima, ma che non è ancora entrata nella nostra mentalità e nella nostra pastorale, nonostante i continui riferimenti ad essa nei successivi documenti pontifici, in particolare quelli di Giovanni Paolo II, propulsore della Nuova Evangelizzazione e del ruolo fondamentale che in essa hanno i fedeli laici e le nuove generazioni in particolare. Proprio l'E.N., nelle prime battute, sottolinea come l'evangelizzazione, l'annuncio del Regno di Dio, per Cristo sia stato così tanto importante che tutto è "il resto", è solamente un di più, un'aggiunta! "Solo il Regno è dunque assoluto e rende relativa ogni cosa" (cfr. E.N. n. 8). "Evangelizzare, infatti, è la grazia e la vocazione propria della Chiesa, la sua identità più profonda. Essa esiste per evangelizzare…" (E.N. n. 14). "Coloro che si riuniscono nel nome di Gesù per cercare insieme il Regno, costruirlo, viverlo" lo fanno proprio in virtù dell'accoglimento della buona novella e della fede partecipata (cfr. E.N. n. 13).

Allora, senza buttare al macero tutte le attività pastorali messe finora in campo nei confronti dei giovani, questo sussidio vuole offrire l'opportunità di ripensare metodi e strategie alla luce e a partire dal compito fondamentale che Cristo prima e gli apostoli poi hanno consegnato alla Chiesa. Si tratta di rinnovare i nostri progetti e le nostre strategie pastorali a partire dal progetto e dalla strategia di Cristo, evitando però di incappare nell'errore di rattoppare un vestito vecchio con una stoffa nuova o di mettere vino nuovo in otri vecchi, rischiando di perdere insieme il vecchio e il nuovo (cfr. Mt 9,16-17). La novitas evangelica deve essere la base per ripensare, rielaborare e relativizzare il tutto preesistente, anche a costo di buttare tante cose buone del passato ma che rischiano di sviarci dall'obiettivo, di appesantire il cammino, e, soprattutto, di renderci impopolari agli occhi di chi, un po' come Pietro sul monte Tabor, vorrebbe piantare le tende cullandosi della propria personale vicinanza e contemplazione del Cristo trasfigurato e glorioso, piuttosto che fare la fatica di camminare con Lui per le strade del mondo dove la gente non capisce, crea opposizione, lo cerca per annientarlo.

Non abbiamo paura di scendere dal monte, di uscire dai nostri cenacoli, di affrontare la sfida dell'evangelizzazione, poiché Gesù stesso ci rassicura che abbiamo in noi la forza per arginare l'incredulità, "il peccato del mondo" che frena ogni cammino autenticamente cristiano (cfr. Gv 16): "A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo" (Mt 28,19).

 

PROPOSTA FORMATIVA 2009/2010

Negli ultimi tempi ne abbiamo fatto di strada! Solo quattro anni fa nasceva il Servizio Regionale per la Pastorale Giovanile che, immediatamente, dava vita a quel raggruppamento regionale di giovani, espressione del carisma francescano-conventuale, che è il Movimento Giovanile Francescano di Sicilia. Le varie proposte formative che si sono succedute in questi quattro anni, che sono culminate nell’evento regionale dell’MGFest, hanno scandito i passi del nostro cammino.
Dalla riscoperta della nostra vocazione di giovani inseriti nel solco di Francesco d’Assisi, ai piedi della croce di san Damiano (Signore, cosa vuoi che io faccia? – 2006), ci siamo messi alla ricerca di Colui che solo può dare senso alla nostra esistenza e al nostro operare (Il tuo volto, Signore, io cerco – 2007). Abbiamo poi voluto condividere la nostra fede e la nostra esperienza ecclesiale e francescana tentando di testimoniarle nell’ordinario di ogni giorno, a scuola, in famiglia, sul lavoro, nel tempo libero (Guardate come si amano! – 2008). Infine, lo scorso anno, ottavo centenario della nascita dell’Ordine Francescano, facendo memoria dell’approvazione della Regola di Francesco da parte di papa Innocenzo III nel 1209, abbiamo riscoperto il senso della libertà coniugata con quello che è la nostra unica regola di vita, il Vangelo di Gesù Cristo, sull’esempio del nostro Serafico Padre (Diamoci una regolata! – 2009).
Uno sguardo attento a questo cammino, sia pure arduo e impegnativo, ma non per questo meno gioioso, noterà che, alla fin fine, ci siamo mossi non su una strada, ma forse semplicemente lungo un corridoio, dentro una casa. Abbiamo infatti, come si suol dire, preso le misure dell’ambiente in cui viviamo e cresciamo: la nostra vocazione e identità francescana. Abbiamo approfondito il senso della nostra esperienza francescana a livello personale e di fraternità. Ci siamo guardati dentro e un po’ fuori, ma a breve raggio. È vero che negli ultimi due anni abbiamo dato inizio a delle forti e belle esperienze di annuncio ed evangelizzazione allo stato puro con il Progetto Primo Annuncio. Ma è stato un po’ come quando si comincia a camminare da soli o si impara a nuotare. Sono delle esperienze timorose, da farsi a breve distanza dagli adulti pronti ad intervenire alle prime esitazioni. C’è tanta voglia di fare da soli, ma allo stesso tempo cerchiamo le nostre sicurezze, i nostri salvagente, la terra sotto i piedi. Certo il Progetto Primo Annuncio va avanti, ma possiamo fare di più e con più impegno, sia continuando gli impegni intrapresi, sia utilizzando, inventando e sperimentando ulteriori o nuove metodologie di primo annuncio.
Ora, dopo questi quattro anni spesi a conoscere noi stessi, la nostra vocazione francescana, dove e come incontrare e annunciare Cristo, con coerenza e in tutta libertà, occorre aprire la porta di casa, delle nostre sicurezze, dove tutto è preparato e apparecchiato da altri, dove tutto è scandito da ritmi conosciuti… il gruppo, la formazione, la preghiera, la Messa, l’animazione con i più piccoli… e cominciare a dare uno sguardo all’esterno e iniziare a camminare per le strade e le piazze delle nostre città. La nostra fede e la nostra esperienza ecclesiale e francescana, non può e non deve rimanere chiusa nelle nostre sacrestie. Il Signore, che con noi è stato molto buono, continua ad inviarci fuori, ai nostri coetanei, sia quelli conosciuti tra i banchi di scuola o al pub, sia quelli che non conosciamo affatto lungo le strade e le piazze del sabato sera, per invitarli al banchetto di nozze del suo Figlio, quel banchetto in cui l’acqua incolore e insapore o perfino sporca - poiché tutti ci si sono lavati le mani e le braccia fino al gomito! (cfr. Gv 2,6) – che è la vita di tanti nostri fratelli e sorelle, si trasformi in vino nuovo e buono, manifestazione della potenza e gloria di Dio e della fede dei suoi discepoli (cfr. Gv 2,1-11).
Vogliamo andare fuori, non perché è giusto, non perché non ne possiamo fare a meno altrimenti rischiamo di morire come gruppi, non perché le nostre chiese si stanno svuotando anche dei bambini del catechismo, non perché è bello, non perché ce la sentiamo… ma unicamente perché inviati dal Signore e dalla sua Parola!
Carissimi fratelli e sorelle, non è un gioco di parole o un voler, giustamente, dare il primato a Dio perché così deve essere. Se andiamo da noi stessi, con il nostro coraggio e le nostre motivazioni e convinzioni, rischieremo di annunciare noi stessi, le nostre cose, i nostri gruppi, la stessa Chiesa. Noi andiamo fuori, invece, perché inviati, perché messaggeri di un annuncio che non ci appartiene, di qualcosa e di Qualcuno, che non siamo noi ed è diverso da noi. Noi siamo inviati a portare l’annuncio di Gesù Cristo, della sua morte e risurrezione, della sua vita nuova ed eterna che, seppure fatta nostra e sperimentata e vissuta per la fede, è e rimane un dono di Dio. È lui che converte i cuori, è lui che cura e guarisce le ferite, è lui, buon samaritano, che si china sull’uomo ferito lungo la strada, se ne prende cura e ce lo affida, in quanto sua Chiesa, perché lo aiutiamo a rialzarsi e a camminare da solo e a divenire a sua volta non un nostro proselito, bensì evangelizzatore. È questa la dinamica della fede. Infatti: Chiunque invocherà il nome del Signore sarà salvato. Ora, come potranno invocarlo senza aver prima creduto in lui? E come potranno credere, senza averne sentito parlare? E come potranno sentirne parlare senza uno che lo annunzi? E come lo annunzieranno, senza essere prima inviati? La fede dipende dunque dalla predicazione e la predicazione a sua volta si attua per la parola di Cristo. (Rm 10,13-15.17)
Pertanto la Proposta Formativa di quest’anno sarà tutta centrata sulla Parola di Dio che nutre la nostra fede e che, allo stesso tempo, ci invia affinché sia Vangelo, Buona Notizia, per ogni nostro fratello e sorella incontrati lungo le strade delle nostre città.

fra’ Saverio Benenati, ofm conv.
Resp. SRPGV - MGF Sicilia

SUSSIDI 2009/2010 (esauriti)


adolescenti/giovani  

 

fanciulli/ragazzi       

 

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PROPOSTA FORMATIVA 2008/2009

Se c'è un personaggio, un santo, che ha sempre affascinato i giovani di ogni epoca, questi è certamente Francesco d'Assisi. La sua storia personale, come quella dell'Ordine francescano, è segnata dall'incontro con numerosi giovani che sono stati "folgorati" dal suo stile di vita. Una vita improntata alla libertà più radicale perché, appunto, libera da ogni condizionamento umano (a partire dai genitori e dai sistemi sociali della sua epoca…) e materiale (denaro, proprietà, costruzioni, attività…). In tal senso le immagini che più colpiscono e segnano i giovani che si accostano alla figura di Francesco sono certamente quelle di zeffirelliana memoria: lo spogliarsi, senza inibizioni, di fronte ai suoi concittadini, il correre lieto tra i campi di papaveri, il cantare grato, andando per l'elemosina, sotto la pioggia… Insomma, fra le tante caratteristiche di Francesco, che tanto fanno sospirare di desiderio i giovani, la sua libertà esteriore e, soprattutto, interiore, va certamente collocata sul podio.

Eppure, pochi sono coloro che si soffermano a considerare che quella libertà è frutto ed espressione di una vita "regolata". Anzi: di una vita "formata", come il gesso colato in una formina, su quella di Cristo, così come i Vangeli ne descrivono i contorni e le conseguenze ultime.

La libertà di Francesco d'Assisi è una libertà "regolata" da Gesù Cristo. E proprio perché "regolata" da Gesù Cristo è una vita piena e senza limiti. È il paradosso della vita evangelica così mirabilmente sintetizzato da Sant'Agostino: Ama e fa' ciò che vuoi! Questo è il segreto della libertà di Francesco: una vita regolata dall'amore.

Qualcuno dirà, spinto dagli schemi di una certa letteratura scritta e, recentemente, anche audiovisiva, come il “Francesco” della Cavani - spesso mossa da criteri ideologici di contrapposizione alla Chiesa-istituzione che avrebbe ingabbiato l'ispirazione francescana - che Francesco d'Assisi è stato quasi costretto a darsi una prima Regola (quella non bollata presentata a Innocenzo III e da lui approvata solo verbalmente) e poi una seconda, molto più giuridica, approvata in via definitiva da Papa Onorio III: Francesco voleva vivere il Vangelo "sine glossa" senza giuridicismi e codicilli umani. Ma affermare questo equivale ad entrare in contraddizione: osservare il Vangelo "sine glossa" non è già una regola di vita? E che Francesco abbia questo specifico rapporto con il Vangelo-Regola lo afferma egli stesso quando nel Testamento ricorda la venuta dei primi frati: E dopo che il Signore mi dette dei frati, nessuno mi mostrava che cosa dovessi fare, ma lo stesso Altissimo mi rivelò che dovevo vivere secondo la forma del santo Vangelo. Ed io la feci scrivere con poche parole e con semplicità, e il signor Papa me la confermò. (FF 116) I biografi ci ricordano come lo stesso Altissimo gli rivelò la "forma di vita": andò in Chiesa e aprì per tre volte il Vangelo.

Libertà, per Francesco, non è "fare quello che mi pare e piace", senza alcun limite, guidato solo dagli istinti, poiché egli ha ben sperimentato questo stile di vita nella prima fase della sua giovinezza e ne ha ricavato la considerazione che in questo modo non si va da nessuna parte, non si costruisce nulla, non ci si schioda dal culto e dalla schiavitù del proprio ego. Libertà, per Francesco, è avere una mèta alta (una vita unita a Dio fonte della libertà) e decidere liberamente di raggiungerla (Questo voglio, questo bramo, questo desidero di fare con tutto il cuore! Cfr FF 356) nei modi più appropriati che solo chi la conosce e possiede (Cristo-via-verità-vita) può suggerirti (Se rimanete fedeli alla mia parola, sarete davvero miei discepoli; conoscerete la verità e la verità vi farà liberi. Cfr Gv 8,31-32).

Questo modo di concepire la vita libera, contrassegnata dall'osservanza di una regola, e poi di concretizzarla, non è una grazia speciale "calata dall'alto": Francesco si autoeduca alla libertà delle scelte orientate dal Vangelo. Basta, infatti, scorrere le prime pagine delle biografie del santo per incorrere in un leitmotiv molto significativo in tal senso: Francesco, ancor prima di lasciare la casa paterna per intraprendere la vita "religiosa", si era dato una "regola di vita". Diremmo in termini più immediati: il giovane laico Francesco si era scritto, sia pure sotto forma di proposito mentale, una regola per orientare le scelte della propria vita: "Una volta, che aveva respinto malamente, contro la sua abitudine, poiché era molto cortese, un povero che gli aveva chiesto l'elemosina, pentitosi subito, ritenne vergognosa villania non esaudire le preghiere fatte in nome di un Re così grande. Prese allora la risoluzione di non negar mai ad alcuno, per quanto era in suo potere, qualunque cosa gli fosse domandata in nome di Dio. E fu fedele a questo proposito, fino a donare tutto se stesso, mettendo in pratica anche prima di predicarlo il consiglio evangelico: Da’ a chi ti domanda qualcosa e non voltar le spalle a chi ti chiede un prestito (Mt 5,42)". (FF 349)

Ma non pensiamo che questo orientarsi secondo i consigli evangelici sia stata una cosa facile: Supplicava devotamente Dio eterno e vero di manifestargli la sua via e di insegnargli a realizzare il suo volere. Si svolgeva in lui una lotta tremenda, né poteva darsi pace finché non avesse compiuto ciò che aveva deliberato. Mille pensieri l'assalivano senza tregua e la loro insistenza lo gettava nel turbamento e nella sofferenza. (FF 329)

Ecco il segreto e il fascino della sua libertà! Ecco l'attualità di Francesco! Quanto è vicino ai giovani di oggi con le loro lotte interiori tra una vita di libertinaggio e una vita veramente libera e non rassegnata al vuoto a perdere del non senso. Quanto può aiutare la sua esperienza, "codificata" nella Regola e testimoniata con la vita, la società di oggi che, da una parte, erge la libertà-libertinismo a vessillo e, dall'altra, si piange addosso e legifera per contenere la deriva della s-regolatezza, senza comandamenti, senza Dio… Da una parte, si disgrega l'ordine naturale della famiglia e, dall'altra, ci si lamenta che i giovani sono senza valori e senza freni. Prima si insegna che tutto è lecito e non bisogna avere inibizioni di sorta, specie in campo sessuale, e poi si pongono le condizioni delle precauzioni o si propone il dramma dell'uccisione della vita nascente o bisogna andare davanti a un giudice per stabilire quanto tempo ha diritto un bambino di vedere ora l'uno ora l'altro genitore. Da una parte, non si devono porre limiti alla ricerca scientifica e alle sue applicazioni tecniche e, dall'altra, occorre difendersi dagli OGM, dalle mucche pazze, dal buco dell'ozono, dalle radiazioni… e dagli apprendisti stregoni dei moderni santuari del "no-limits". Prima si illudono le nuove generazioni che nella vita non ci devono essere limiti, poi si corre ai ripari con ulteriori leggi restrittive, punitive e contraddittorie. Contro i paladini della carota e del bastone, l'esempio di Francesco, l'attualità della sua vita "regolata" dal Vangelo, offre orizzonti di speranza per una vita veramente libera e piena.

Consegniamo la Proposta Formativa 208/2009 dal titolo “Diamoci una regolata” agli educatori e ai giovani del Movimento Giovanile Francescano e non solo, perché possa essere lo spunto di una approfondita riflessione e di felici determinazioni per vivere una vita veramente libera come quella che Francesco sperimentò ottocento anni fa e che tradusse in una Regola che fosse di orientamento anche per le generazioni future.

fra’ Saverio Benenati, ofm conv.
Resp. SRPGV - MGF Sicilia

SUSSIDI 2008/2009 (esauriti)


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PROPOSTA FORMATIVA 2007/2008

Ed ora io stesso esporrò l'attività della fazione cristiana, affinché, dopo averne confutato le cose negative, ne dimostri quelle buone. Siamo una corporazione, che ha per base la consapevolezza di una religione comune, l'unità di una disciplina comune e il patto di una speranza comune.

Ci raccogliamo in adunanze e riunioni, per circondare, pregando, Dio con le suppliche,

come con un manipolo serrato. Questa violenza è a Dio gradita.

Preghiamo anche per gl'imperatori, per i loro ministri e magistrati, per la stabilità del mondo,

per la tranquillità della vita, per la dilazione della fine.
Ci raccogliamo per la lettura della Scrittura divina, se qualche caratteristica del tempo presente c'induce a preannunziare un fatto o a riconoscerne il compimento. Certamente con le parole sante nutriamo la fede, confortiamo la speranza, consolidiamo la fiducia, rafforziamo la disciplina non foss'altro inculcandone i precetti. Ivi stesso, infatti, hanno luogo esortazioni, correzioni e punizioni in nome di Dio.
E infatti vi si giudica con grande ponderatezza, come tra persone che sono certe di trovarsi al cospetto di Dio; ed è un grande anticipo del giudizio futuro, se uno qualcuno si sia reso colpevole al punto da essere allontanato dalla comunione della preghiera e delle riunioni e di ogni santa relazione.

Presiedono i più anziani, tutti approvati, che hanno conseguito codesta carica non pagando,

ma rendendo testimonianza: poiché nessuna cosa di Dio costa danaro.
Anche se c'è una specie di cassa, il danaro che vi si raccoglie non deriva da contributi onorari,

quasi prezzo d'acquisto della carica religiosa. Ognuno versa una monetuzza in un giorno del mese o quando vuole e soltanto se vuole e soltanto se può. Poiché nessuno vi è costretto, ma il contributo è spontaneo.

Sono questi, per così dire, i depositi della pietà. E, infatti, vi si attinge non per provvedere a banchetti, né a bicchierate, né a gozzoviglie spinte oltre il desiderio: ma per nutrire i poveri e seppellirli, i fanciulli e le fanciulle rimasti privi di mezzi e di genitori, i servitori vecchi e i naufraghi e quelli che, condannati nelle miniere o nelle isole o nelle prigioni soltanto per appartenere alla setta di Dio, diventano pupilli della religione da loro confessata.
Ma specialmente la pratica di tale amore ci procura l'annotazione presso alcuni.

"Guardate - dicono - come si amano tra loro (mentre essi, infatti, fra loro si odiano), e come sono pronti a morire l'uno per l'altro (essi, infatti, sono più pronti ad ammazzarsi a vicenda)".
Ma anche per il fatto che ci chiamiamo fratelli, non per altro motivo penso, perdono la testa, perché tra di essi ogni termine di consanguineità, quanto all'affetto, è una finzione. Inoltre siamo anche fratelli vostri per legge di natura, unica madre, anche se voi siete troppo poco uomini, perché cattivi fratelli.
Ma quanto più degnamente fratelli si dicono e si ritengono coloro che riconoscono un unico Dio come padre, che si sono abbeverati a un unico spirito di santità, che da un unico grembo della medesima ignoranza, con un pauroso stupore, emersero a un'unica luce di verità.
Ma forse per questo siamo ritenuti meno fratelli legittimi, perché nessuna tragedia declama sull'argomento della nostra fraternità, o perché siamo fratelli nella comunione dei beni familiari, che tra di voi, di solito, i fratelli dividono.
Perciò noi, che siamo uniti nell'animo e nella vita, non esitiamo a mettere in comune le sostanze.
Il nostro pranzo rende ragione di sè dal suo nome: si chiama con un termine che in greco vale "amore". Per quanto grandi siano le spese che costa, è guadagno fare una spesa in nome della pietà, dato che, con questo ristoro, aiutiamo tutti i bisognosi; non come presso di voi i parassiti aspirano alla gloria di asservire la loro libertà, a condizione di rimpinzarsi la pancia sotto gl'insulti; ma come davanti a Dio è maggiore il riguardo per gli umili.
Di là si ritorna non per costituire caterve di assassini, né schiere di vagabondi, né per abbandonarci alla sfrenatezza, ma per continuare la stessa cura della modestia e della pudicizia, come chi abbia mangiato non tanto un pranzo, quanto un insegnamento. Codesta adunata di Cristiani è certamente illecita, se è pari alle cose illecite; certamente da condannarsi, se ci si lamenta di essa allo stesso titolo che delle conventicole.
Per la rovina di chi ci raduniamo qualche volta? Noi siamo la stessa cosa se riuniti, come se separati; la stessa cosa se tutti insieme, come se singolarmente; nessuno offendendo, nessuno contristando. Quando si radunano persone oneste, buone, pie, caste, non è il caso di parlare di fazione, ma di assemblea.

(Apologeticum, 39,1-11.16.19-20 [trad. in italiano corrente di fra’ D. Lauricella])
 

 

La Proposta Formativa 2007/2008 si pone, con coerenza, in continuità con le precedenti. Siamo, infatti, arrivati al terzo anno della memoria delle origini del carisma francescano negli ottocento anni della conversione del Serafico Padre San Francesco. Così, dopo aver riflettuto sulla nostra vocazione sul modello di Francesco, chiedendo al Signore, insieme a lui, "Cosa vuoi che io faccia?", e ricercato il Volto di Dio in ogni aspetto umano e religioso della vita perché tutta la nostra esistenza abbia in Lui il suo inizio ed il suo compimento, ci avviamo a fare memoria di una delle caratteristiche del carisma francescano che più di ogni altra ci avvicina all'anima del Vangelo ed esprime quel costante riferimento alla Chiesa delle origini che Francesco ricercava costituendo l'Ordine Francescano quale "fraternità evangelica".

Perciò, se il primo anno del nostro ripercorrere le origini del carisma francescano è approdato al mandato del Crocifisso di andare e riparare la "casa del Signore", cioè la Chiesa, e nel secondo anno, proprio pochi mesi fa, abbiamo ricercato, scoperto e contemplato il Volto di Dio nella Parola, nei Sacramenti e nel volto stesso di ogni uomo, soprattutto quello debole e bisognoso, in questo terzo anno dell'ottavo centenario francescano ricercheremo il naturale approdo del nostro viaggio: la fraternità come luogo in cui risplende il Volto di Dio come luce e, pertanto, sacramento di salvezza per ogni uomo. È questa, infatti, la misura di quel "restauro" della Chiesa a cui il Signore chiama Francesco e ogni suo seguace.

 

Proprio per disposizione della Provvidenza divina, che lo dirigeva in ogni cosa, il servo di Cristo aveva restaurato materialmente tre chiese [San Damiano, S. Pietro e S. Maria degli Angeli], prima di fondare l'Ordine e di darsi alla predicazione del Vangelo. In tal modo non solamente egli aveva realizzato un armonioso progresso spirituale, elevandosi dalle realtà sensibili a quelle intelligibili, dalle minori alle maggiori; ma aveva anche, con un'opera tangibile, mostrato e prefigurato simbolicamente la sua missione futura.
Infatti, così come furono riparati i tre edifici, sotto la guida di quest'uomo santo si sarebbe rinnovata la Chiesa in tre modi: secondo la forma di vita, secondo la Regola e secondo la dottrina di Cristo da lui proposte - e avrebbe celebrato i suoi trionfi una triplice milizia di eletti. E noi ora costatiamo che così è avvenuto. (FF 1050)

 

S. Bonaventura, autore della Legenda Maggiore da cui abbiamo tratto il sopra citato passaggio, sottolinea il modo in cui Francesco e i suoi seguaci hanno contribuito al restauro della Chiesa: la forma di vita, la Regola e la dottrina di Cristo, che così possiamo tradurre: il Vangelo, la Fraternità, la fedeltà alla Chiesa. Infatti, per Francesco la forma di vita è “osservare il santo Vangelo del Signore nostro Gesù Cristo”; la Regola, nell’accezione giuridica che gli da S. Bonaventura, è la declinazione giuridica del Vangelo in quanto norma della vita fraterna; la dottrina di Cristo fa riferimento a quella che viene definita la “cattolicità romana” di Francesco che esige dai frati tutta l’integrità della fede e della vita cristiana, vissuta con tutti i sacramenti affidati alla cura della medesima Chiesa, unica custode e fedele amministratrice del Vangelo, affinché, sempre sudditi e soggetti ai piedi della medesima santa Chiesa, stabili nella fede cattolica, osserviamo la povertà, l’umiltà e il santo Vangelo del Signore nostro Gesù Cristo, che abbiamo fermamente promesso. (Rb XII; FF 109) Alle sette ereticali della sua epoca che avevano scelto per unica norma la Sacra Scrittura, Francesco oppone il binario della cattolicità interiore: il Vangelo vissuto secondo la forma della santa Chiesa cattolica romana. Francesco voleva che il vivere secondo la forma del santo Vangelo fosse arginato e protetto dal vivere secondo la forma della Santa Chiesa romana.
Sommando insieme questi tre elementi, possiamo evidenziare l’unico modo che Francesco attuò per adempiere alla missione affidatagli dal Cristo: vivere il Vangelo di Cristo, in fraternità, secondo la forma della santa Chiesa cattolica romana.
Se, dunque, c’è una caratteristica che contraddistingue il carisma francescano e rappresenta il fulcro stesso della vocazione francescana è la fraternità. Ma non un vivere da fratelli come esperienza paradisiaca di pace e di amore universale alla “figli dei fiori”, bensì delimitata da due pilastri che la mantengono della sua originalità: il Vangelo da una parte e la Chiesa dall’altra.

Così delineata, la fraternità francescana manifesta nell’oggi della storia l’archetipo della fraternità evangelico-ecclesiale, quella descritta in Atti 2,42-47: Erano assidui nell’ascoltare l’insegnamento degli apostoli e nell’unione fraterna, nella frazione del pane e nelle preghiere. Un senso di timore era in tutti e prodigi e segni avvenivano per opera degli apostoli. Tutti coloro che erano diventati credenti stavano insieme e tenevano ogni cosa in comune; chi aveva proprietà e sostanze le vendeva e ne faceva parte a tutti, secondo il bisogno di ciascuno. Ogni giorno tutti insieme frequentavano il tempio e spezzavano il pane a casa prendendo i pasti con letizia e semplicità di cuore, lodando Dio.
Francesco d’Assisi, dunque, riproponendo la forma di vita della fraternità delle origini, fondata sull’insegnamento evangelico degli apostoli e il loro magistero e guida, sulla comunione fraterna, eucaristica e dei beni spirituali e materiali, compie un restauro non di facciata; non aggiunge altre cose e opere a quelle che la Chiesa fino ad allora aveva posto in essere; non si prodiga, come altri fondatori che lo hanno preceduto o che verranno, a edificare cattedrali e santuari, opere sociali e caritative, istituti e centri educativi, ecc.; ma semplicemente riporta la Chiesa al punto di partenza, alle sue radici, alla sua identità più profonda ed autentica e che, sola, può dare senso ad ogni altra opera. In termini moderni, possiamo dire che Francesco non si limita ad un restauro “conservativo”, inteso come operazione necessaria ad arrestare il degrado dell’organismo architettonico o, ancora, un restauro “filologico” mirante alla ricostruzione di parti mancanti e considerate essenziali per la lettura dell’ambiente architettonico. Francesco compie una operazione di restauro “integrale” dell’edificio spirituale che è la Chiesa, riportandola al suo splendore originario così come è stata voluta da Dio e che Cristo acquistò col suo sangue, come lo Spirito Santo gli avrebbe fatto capire e come egli stesso rivelò in seguito ai frati. (FF 1038).

 


GUARDATE COME SI AMANO
Nella storia della Chiesa il primo segno di riconoscimento dei cristiani è stato quello dell’amore vicendevole. Nella prima, esemplare, comunità cristiana, il segno dell’appartenenza alla comunità era quello di avere un cuor solo e un’anima sola.
Il brano prima citato di Atti 2 si conclude al versetto 47: e godendo la simpatia di tutto il popolo. E prosegue nel 48: Intanto il Signore ogni giorno aggiungeva alla comunità quelli che erano salvati. Questa conclusione ci dice quanto, già presso il popolo giudaico, nonostante l’avversione per la nuova dottrina, i cristiani si contraddistinguevano per l’amore fraterno che suscitava la simpatia e attraeva alla comunità nuovi membri. E nell’antica Roma, così refrattaria ad accogliere il messaggio di Cristo, l’esperienza più sconvolgente per i pagani era quella di costatare: Guardate come si amano!
L’esclamazione che abbiamo scelto a slogan di quest’anno formativo, è tratta dall’Apologeticum, probabilmente il primo scritto in assoluto della letteratura cristiana latina e capolavoro di tutta la produzione di Tertulliano.
Di Quintus Septimius Florens Tertullianus «non conosciamo con esattezza le date della sua nascita e della sua morte. Sappiamo invece che a Cartagine, verso la fine del II secolo, da genitori e da insegnanti pagani, ricevette una solida formazione retorica, filosofica, giuridica e storica. Si convertì poi al cristianesimo, attratto - come pare - dall’esempio dei martiri cristiani. Cominciò a pubblicare i suoi scritti più famosi nel 197. Ma una ricerca troppo individuale della verità insieme con le intemperanze del carattere — era un uomo rigoroso — lo condussero gradualmente a lasciare la comunione con la Chiesa e ad aderire alla setta del montanismo. Tuttavia, l’originalità del pensiero, unita all’incisiva efficacia del linguaggio, gli assicurano una posizione di spicco nella letteratura cristiana antica.
Sono famosi soprattutto i suoi scritti di carattere apologetico. Essi manifestano due intenti principali: quello di confutare le gravissime accuse che i pagani rivolgevano contro la nuova religione, e quello - più propositivo e missionario - di comunicare il messaggio del Vangelo in dialogo con la cultura del tempo. La sua opera più nota, l’Apologetico, denuncia il comportamento ingiusto delle autorità politiche verso la Chiesa; spiega e difende gli insegnamenti e i costumi dei cristiani; individua le differenze tra la nuova religione e le principali correnti filosofiche del tempo; manifesta il trionfo dello Spirito, che alla violenza dei persecutori oppone il sangue, la sofferenza e la pazienza dei martiri: “Per quanto raffinata - scrive l’Africano -, a nulla serve la vostra crudeltà: anzi, per la nostra comunità, essa è un invito. A ogni vostro colpo di falce diveniamo più numerosi: il sangue dei cristiani è una semina efficace! (semen est sanguis christianorum!)” (Apologeticum 50,13)» (Benedetto XVI, Udienza Generale, 30 maggio 2007)

Al Capo 39 incontriamo l’esclamazione “Guardate come si amano”, dall’autore messa in bocca ai pagani, che pur disprezzando la nuova religione e accusando delle peggiore infamie i suoi adepti, restano però ammirati dallo stile di vita delle loro comunità. E non c’è ragione di dubitare di questa ammirazione e di tale esclamazione, se è vero che Tertulliano, in particolare nell’Apologetico, fa sfoggio della sua bravura di avvocato usa uno stile letterario e un periodare che prevede, tra l’altro, il contraddire gli avversari attraverso le loro stesse affermazioni, mettendo a nudo le contraddizioni della legislazione romana relativa al trattamento della religione cristiana. I cristiani sono veramente delinquenti, come pretende l’opinione pubblica? Allora bisogna ricercarli e condannarli, e non lasciarli stare in base a un’ambigua disposizione dell’imperatore Traiano. I cristiani sono, al contrario, brava gente? Allora non si deve condannarli per delitti che non hanno compiuto o, peggio ancora, per il solo nome che portano!
Ad una società pervasa da una cultura gaudente, egoista e di morte, che vede il cristianesimo come una minaccia, Tertulliano oppone la manifesta cultura della vita e dell’amore dei seguaci di Cristo, l’agape, che in greco vale ‘amore’.
Forse che la nostra attuale società si differenzia da quella descritta da Tertulliano? Nel testo del Capitolo 39, che trovate sopra, vi abbiamo risparmiato quanto l’apologeta ironizza e descrive, quasi fosse una telenovela o un club-privé di questo nostro secolo, sull’uso di scambiarsi le mogli tra amici: essi che, non solo delle mogli degli amici si appropriano, ma anche le proprie con tutta sopportazione a disposizione di quelli mettono: in conformità, credo, a quella disciplina dei maggiori e dei più grandi filosofi, del greco Socrate e del romano Catone, che le proprie mogli misero in comune con gli amici, le quali li avevano sposati per mettere al mondo figli anche in casa altrui… O esempio di attica saggezza, di romana gravità! Un filosofo e un censore diventano mezzani. (12-13)
Non c’è dubbio che, a distanza di duemila anni, quella cultura e quel sistema sociale sono di nuovo tra noi, o forse non ci hanno mai abbandonati. E se questo è vero, è altrettanto vero che solo l’agape potrà spezzarne il giogo.

«Io dico pertanto ai credenti che mi ascoltano: siate presenti nella società con l’annuncio vitale del Vangelo e con l’invito a inserirsi nella Chiesa, dove è offerto il dono della verità e della grazia in Cristo: un dono di cui gli uomini di oggi hanno e avvertono un estremo bisogno. Sono certo che, nonostante alcune difficoltà, molta gente è disponibile ad aderire o a ritornare al cristianesimo. La vostra passione di appartenenza alla Chiesa possa far esclamare a chi vi osserva: “Guardate come si amano!”. Sarà questa la “prova” più efficace perché chi vi vede possa riconoscere il Signore Gesù tra voi ed accogliere l’annuncio di salvezza che egli ha portato all’intera umanità.
Le vostre aggregazioni ecclesiali, le parrocchie, i gruppi giovanili, le associazioni formative non ostacolano la società. Recano invece un messaggio; mettono in evidenza un pluralismo sociale, che già esiste e può essere sano; rendono possibile l’evangelizzazione nel pieno rispetto della libertà di tutti, in un confronto che salva ed eleva l’umano. Se i credenti, uniti nella fede, nei sacramenti e nella disciplina ecclesiale, secondo le loro diverse peculiarità, sapranno rendersi presenti e operosi nella società, ridiventeranno una “forza sociale”, nello stile della loro originalità e responsabilità laicali e senza alcuna imposizione della fede a chi non intende accoglierla. Tutti gli uomini di buona volontà riconosceranno, piuttosto, gli ineludibili principi etici fondamentali della persona». (Giovanni Paolo II, Appello ai credenti e non credenti durante l’incontro con la cittadinanza, Carpi 3 Giugno 1988)

fra’ Saverio Benenati, ofm conv.
Resp. SRPGV - MGF Sicilia

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