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Proposta Formativa |
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La Proposta
Formativa è, come dice l'espressione:
- una proposta: poiché buona parte dei gruppi MGF-Sicilia
sono anche Associazioni che si avvalgono di quanto messo a loro
disposizione e programmato dai propri Responsabili
regionali/nazionali, l'MGF offre tematiche, sussidi e incontri
che integrano il cammino associativo e, soprattutto, mirano alla
crescita del singolo giovane, in quanto cristiano in cammino
sull'esempio di San Francesco;
- formativa: scopo della proposta MGF-Sicilia è
sempre quella di formare il giovane alla scuola del Vangelo o -
come direbbe San Francesco - fare del Vangelo la propria "forma
di vita".
Per tal motivo i sussidi
MGF-Sicilia e gli eventi in calendario sono sempre finalizzati
all'incontro con Cristo, radicale e trasformante,
all'evangelizzazione e al servizio nella Chiesa, secondo il
carisma francescano.
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PROPOSTA
FORMATIVA 2011/2012 |

Grazie al sistema delle
Porziuncole, dallo scorso anno promosso con successo dal nostro
Movimento Giovanile Francescano di Sicilia, tanti giovani stanno
riscoprendo la fede. Lasciandosi guidare dalla Parola,
settimanalmente si incontrano per lodare il Signore, pregare,
condividere e, soprattutto, evangelizzare, cioè portare a Gesù
coloro che lo hanno abbandonato o che non si sono lasciati
incontrare e amare da Lui: conosciuto più per “sentito dire” che
per esperienza diretta e personale.
Non sarà mai abbastanza il grazie
che dobbiamo a questi nostri fratelli che hanno voluto mettersi
in gioco per primi in questo entusiasmante processo di Nuova
Evangelizzazione, risposta concreta ai reiterati appelli del
Vangelo (Andate e fate discepoli tutte le nazioni… Mt
28,19) e del Magistero della Chiesa (Giovanni Paolo II,
Benedetto XVI, Conferenza Episcopale Italiana).
Si trattava - e si tratta ancora -
di avere il coraggio di uscire dalle sacrestie, dai luoghi
chiusi dell’aggregazionismo giovanile ecclesiale, dai recinti
dell’oratorio e dei centri giovanili, per incontrare l’altro, il
diverso da me, non-credente o non-praticante, lontano dalla
comunità ma non certamente da noi e perciò da Gesù che,
attraverso di noi, quale buon pastore, è alla ricerca costante
della pecorella smarrita.
Si trattava - e si tratta ancora -
di avere la parresia degli apostoli, cioè la capacità di
dire liberamente tutto, tutto ciò che il Signore ha fatto in noi
e per noi, senza timore, con la potenza dello Spirito Santo, e
di prendersi cura di chi finalmente, accogliendo l’annuncio del
Vangelo, si lascia guarire e rinnovare da Gesù-buon samaritano.
Il sistema delle Porziuncole ha di
fatto risposto alle aspettative, a quella visione
dell’agricoltore che di fronte al campo incolto riesce a vedere
una messe abbondante, risultato del suo impegno e dei sacrifici
che giorno per giorno dovrà fare per renderlo fruttuoso (cfr Gc
5,7)
Oggi, a distanza di poco meno di
un anno dagli esordi, da una ventina appena di giovani che hanno
voluto rischiare nell’iniziare nelle proprie città le
Porziuncole, godiamo di oltre un centinaio di giovani che hanno
abbracciato o ri-abbraciato Cristo e desiderano crescere nella
fede in Lui e lo testimoniano con la vita e la parola per
convertire a Gesù altri fratelli.
Ma il sistema delle Porziuncole, è
stato evidenziato fin da quando è stato attivato con il Corso
Francesco, non intende essere un’esperienza di Chiesa completa,
ma solo l’inizio. Esse esistono per evangelizzare e per far
maturare la fede iniziale dei neo-evangelizzati. Sappiamo bene,
infatti, che nell’evangelizzazione c’è un alto tasso di
“mortalità infantile”, cioè in molti abbandonano il cammino
della Nuova Vita in Cristo appena intrapreso per l’incapacità da
parte della comunità ecclesiale di prendersi cura di loro, ad
uno ad uno. Una incapacità che nasce purtroppo dalle mille
incombenze che quotidianamente prendono un pastore d’anime e i
suoi collaboratori laici (sacramenti da amministrare, catechesi,
formazione e incontri di gruppo, carità da organizzare, feste
liturgiche e patronali, incontri diocesani, vicariali, ecc.).
Perciò le giovani guide delle Porziuncole si sono assunti
l’impegno di offrire ai neo-evangelizzati un ambiente dove
imparare gradualmente a conoscere e sperimentare Cristo e la
Chiesa. Ma la mèta ultima di un giovane che ritorna alla fede e
inizia nella Porziuncola l’esperienza di una Chiesa che prega,
ascolta e annuncia, è la comunità ecclesiale locale nella sua
interezza, nella varietà delle generazioni, degli stili di vita,
di carismi e ministeri.
Un giovane che entra, attraverso
l’opera dell’evangelizzazione, in una Porziuncola è come un
neonato in Cristo. E a un neonato si offre come nutrimento il
latte, non cibo solido, poiché non sarebbe capace di assimilarlo
(cfr 1Cor 3,1-2). Ma, prima o poi, si dovrà passare dal latte ad
una alimentazione completa e, allo stesso tempo, si dovrà
passare dalla protezione della culla e delle braccia materne (la
Porziuncola e le loro guide) alla responsabilità di camminare
sulle proprie gambe per tutta intera la casa (la Chiesa locale e
non solo) e anche all’esterno di essa (divenendo a propria volta
guide di altre Porziuncole o predicatori nella Scuola di
Evangelizzazione o a servizio di tutte quelle attività di carità
apostolica che la Chiesa offre ai fedeli: catechesi, formazione,
carità, animazione, ecc.).
Occorre, pertanto, che si assuma
come proprio lo stile di vita che dovrebbe caratterizzare ogni
comunità ecclesiale, quello stile di vita che è proprio della
Chiesa fin dal suo nascere. Quello stile che l’evangelista Luca
delinea a più riprese negli Atti degli Apostoli e che sintetizza
in alcuni sommari, tra cui spicca quello che troviamo al termine
del capitolo 2 (vv. 42-47) iniziato con l’avvenimento fondante
la Chiesa che è la Pentecoste.
Erano perseveranti
nell'insegnamento degli apostoli e nella comunione, nello
spezzare il pane e nelle preghiere. Un senso di timore era in
tutti, e prodigi e segni avvenivano per opera degli apostoli.
Tutti i credenti stavano insieme e avevano ogni cosa in comune;
vendevano le loro proprietà e sostanze e le dividevano con
tutti, secondo il bisogno di ciascuno. Ogni giorno erano
perseveranti insieme nel tempio e, spezzando il pane nelle case,
prendevano cibo con letizia e semplicità di cuore, lodando Dio e
godendo il favore di tutto il popolo. Intanto il Signore ogni
giorno aggiungeva alla comunità quelli che erano salvati.
Luca, con poche e rapide
pennellate, delinea la fisionomia della comunità credente
primitiva: erano perseveranti nell’ascoltare l’insegnamento
degli apostoli, nella comunione, nella frazione del pane, cioè
nella celebrazione dell’Eucaristia, e nelle preghiere.
Espressione di questo perseverante impegno era lo stare insieme
nella condivisione di quanto possedevano, così che fra di loro
non c’era più chi si trovasse nel bisogno e chi invece
nell’abbondanza, poiché “vendevano le loro proprietà e sostanze
e le dividevano con tutti, secondo il bisogno di ciascuno”. E
questo stile di vita, annota l’evangelista, attirava
l’attenzione di tutti e “il favore di tutto il popolo”. Uno
stile certamente accattivante per quei tempi, ma non di meno
attraente anche nel nostro tempo; uno stile esemplare su cui
vogliamo riflettere quest’anno per imparare anche noi a crescere
“insieme” e a sperimentare “insieme” la gioia del nostro essere
Chiesa.
Le quattro caratteristiche della
Chiesa - Ascolto, Comunione, Eucaristia e Preghiere- sono come
le gambe di un tavolo: sono ciò che la tengono in piedi, la
fanno essere quella che deve essere. Le danno stabilità e le
permettono di assolvere al senso del suo esistere: permettere di
sedersi attorno ad esso e condividere quello che vi è poggiato
sopra insieme alle stesse vite di coloro che vi siedono attorno.
Talvolta attorno al tavolo si discute, si esprimono opinioni
diverse, ci si ritrova diversi, ma esso comunque favorisce il
confronto, evitando che si trasformi in scontro fisico, e,
comunque, unisce pur mantenendo le distanze delle diversità,
delle individualità.
Se anche una sola gamba viene
meno, tutto il tavolo non regge e si abbatte a terra. Perciò,
l’autore degli Atti, pur evidenziando in seguito che questa
visione “ideale” della Chiesa si è scontrata con la cruda realtà
della diversità-divisione, sottolinea che essa deve restare il
modello a cui costantemente rifarsi perché la Chiesa mantenga la
sua identità-unità. A ciò richiama l’aggettivo che premette alle
quattro caratteristiche: la perseveranza. È la perseveranza che
unisce le quattro gambe al piano del tavolo e che lo rende
solido e stabile. È della perseveranza che ancora oggi abbiamo
tutti bisogno, neo-evangelizzati e fedeli di lungo corso.
Oggi, più di ieri, infatti,
viviamo la frammentarietà dell’occasione, l’immediatezza del
momento presente. Le esperienze forti ci prendono nel profondo.
Spesso siamo alla ricerca di emozioni sconvolgenti perché
l’ordinario sembra non dirci più niente. Così si salta da una
emozione all’altra; da una esperienza forte all’altra; ma
sparisce il quotidiano, il normale che poi, in realtà,
costituisce la fetta più grossa della nostra vita. E si finisce
per “vivere a sprazzi”, senza più avere il senso di un cammino
in atto, senza sapere da dove si viene e dove si sta andando.
È vero che la perseveranza è dura,
costa sacrificio; che la continuità dell’impegno è forse la
penitenza più grossa che qualsiasi persona deve affrontare; ma
se non ci si allena e seriamente a questa continuità temporale,
alla fine non siamo capaci di affrontare alcun impegno che costi
qualche sacrificio.
Tutto questo, nei giovani, ha
bisogno di essere riscoperto: non bastano i grandi entusiasmi
che, come fuoco di paglia, poi si spengono senza lasciare
traccia di sé; non bastano gli impegni a tempo determinato, che
poi vengono interrotti senza che la persona ne abbia vero
beneficio; occorre invece acquisire la capacità del metodo che
davvero costruisce il grande edificio della vita, partendo dalle
fondamenta e ponendo pietra su pietra con continuità e impegno,
secondo un progetto ben preciso.
E qui sta il difficile. Quale è il progetto che alla fine ci
permette di assaporare la gioia di una vita realizzata; di una
casa costruita bene e capace di resistere ai vari assalti della
vita?
Luca, negli Atti degli Apostoli,
proprio agli inizi del cammino della Chiesa, ci offre gli
elementi necessari che aiutano il cristiano che è venuto alla
fede a perseverare in essa, a portarla a maturazione fino al
punto da poter mettere a repentaglio la propria vita e dire con
san Paolo: Non vivo più io, ma Cristo vive in me (Gal 2,20).
A questa totale conformazione a
Cristo dobbiamo tutti tendere, a partire dalle quattro
perseveranze che Luca ci propone come essenziali. È quella
conformazione a cui ci richiama l’esempio di vita di Francesco
d’Assisi, Alter Christus, e a cui cercheremo di riferirci lungo
questo nostro percorso formativo, per trovare gli spunti utili
per lasciarci modellare come argilla nelle mani del vasaio,
dalla Parola di Dio, l’unica in grado di fare Verità in noi e
attorno a noi, di penetrarci nelle profondità dell’anima e darci
quella vita nello Spirito per rinnovare noi stessi e contribuire
a restaurare la Chiesa di Cristo di oggi, secondo il mandato che
ci accomuna sulla scia del Serafico Padre.
Maria, madre e modello della
Chiesa o, per dirla con S. Francesco, Vergine fatta Chiesa, che
perseverò nell’ascoltare, meditare, custodire e mettere in
pratica la Parola del Signore, ci sia madre e modello in questo
cammino, poiché proprio a lei ci invita a guardare l’evangelista
Luca quando per la prima volta negli Atti ci parla della
perseveranza: insieme a Maria, la madre di Gesù (Lc 1,14). Non
si può essere perseveranti senza Maria, colei che ha atteso per
quasi 34 anni che si adempissero le parole del Signore, la
promessa che quel bimbo generato in lei dallo Spirito Santo
fosse realmente Gesù-Dio salva e che da questa salvezza sarebbe
nato un Regno che non avrà fine, cioè un popolo nuovo soggetto
all’unica ed eterna Signoria di Dio.
Il SUSSIDIO GIOVANI MGF
PUO' ESSERE RICHIESTO ALLA SEGRETERIA MGF-SICILIA
FINO AD ESAURIMENTO SCORTE
CONTRIBUTO SPESE: 4,00
EURO + EVENTUALI SPESE DI SPEDIZIONE
SCARICA E STAMPA LA
LOCANDINA/CALENDARIO:
FORMATO A4 -
FORMATO A3
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PROPOSTA
FORMATIVA 2010/2011 |
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Questo sussidio, che sintetizza al
massimo i fondamenti del "Progetto Discepoli", nasce come frutto
di un lungo percorso umano, spirituale e pastorale, fatto di
molti dubbi e pochissime certezze. Nasce da quegli interrogativi
che da anni arrovellano la testa e il cuore di chi si è messo a
servizio di Cristo nella Chiesa, in particolare nella cura
pastorale delle giovani generazioni.
Gli insuccessi e i fallimenti
personali, l'incapacità di tanti a saper portare avanti un
gruppo di giovani formandoli alla vita evangelica e all'impegno
nella Chiesa e nel mondo, la facilità con cui un giovane o,
talvolta, un intero gruppo di giovani, dopo magari anni di
cammino in un gruppo/comunità ecclesiale, abbandona lo stesso
cammino e perfino quei valori stessi in cui diceva di credere
fermamente… sono alla base di quelle ripetute domande che
rendono insonni le notti di tanti Pastori ed Educatori: Vale la
pena continuare? Dove ho sbagliato? Perché non riescono a
comprendermi? Perché non riesco ad entusiasmarli per Cristo?...
Così, spesso, si è alla ricerca di
nuovi strumenti, nuove attività, sussidi, esperienze,
campi-scuola, ritiri… che facciano accogliere con più facilità i
contenuti degli argomenti che si propongono, che aiutino a
tenere unito il gruppo, che li renda più reattivi di fronte a
proposte più alte e più disponibili ad assumersi degli impegni
all'interno della comunità ecclesiale.
A seconda delle capacità personali
dell'assistente spirituale o dell'educatore, tali strumenti
talvolta risultano vincenti, altre volte non sortiscono
l'effetto sperato: i giovani del gruppo continuano ad essere
apatici, spesso indifferenti a quella abbondanza di Grazia che
viene riversata su di loro attraverso le strategie
pastorali-comunicative messe in atto. Ma anche nel caso in cui
si ottiene un qualche successo, a lungo andare occorre variare,
dare di più e di meglio, altrimenti si rischia di cadere
ugualmente nell'apatia e nella noia delle "stesse cose" e allo
"stesso modo" di sempre…
Infine - ma stiamo sintetizzando
al massimo - altro assillo diurno e notturno di chi è preposto
alla Pastorale Giovanile è quel fossato abissale che separa i
gruppetti delle nostre comunità dalla moltitudine di quanti sono
indifferenti a qualsiasi proposta di carattere
religioso-culturale-ecclesiale. Qui non ci soffermiamo ad
analizzare le motivazioni di carattere socio-culturale di questa
distanza e refrattarietà alle nostre proposte, ma ci chiediamo
ancora una volta il perché non riusciamo a raggiungere questa
massa di giovani che - pur avendo fatto il catechismo fino a
qualche anno prima e avendo ricevuto i sacramenti
dell'iniziazione cristiana - resta indifferente nei confronti di
Cristo, della Chiesa e a qualunque proposta di carattere
aggregativo cultuale o pastorale o anche ricreativo.
Se poi noti che i giovani del tuo
gruppo ecclesiale, nella vita di ogni giorno, poco si
differenziano da questa massa, vivendo gli stessi sistemi
valoriali, assumendo le stesse convinzioni morali ed etiche
(soprattutto in riferimento a quelle tematiche "scottanti" che
contrappongono il Vangelo alla cultura dominante, la comunità
ecclesiale alla società civile), incapaci di rispondere a
chiunque chieda ragione della speranza di cui si dovrebbe essere
testimoni (cfr 1Pt 3,15) e, tanto meno, incapaci di
"evangelizzare" nel senso proprio del termine, allora viene
anche la voglia di mollare tutto, ci si fa prendere dalla
sfiducia e dal pessimismo, e ci si accontenta del minimo
indispensabile, cullando il piccolo gregge di dieci pecorelle
fedelissime e facendo quasi finta che le novanta indifferenti,
che stanno passeggiando davanti al portone della chiesa o
dell'oratorio, non esistano.
Di fatto, oggi, seppure si lamenta
a tutti i livelli la latitanza o perfino l'assenza totale dei
giovani nelle nostre comunità ecclesiali, pochi sono i pastori e
gli educatori che realmente sono disponibili a mettersi in
gioco, a cambiare mentalità e prospettive, avendo compreso che
non sono la società, la cultura, le mode, il secolarismo, le
nuove tecnologie… a rendere inefficaci i nostri progetti
pastorali nei confronti dei giovani, bensì i nostri stessi
progetti e le nostre stesse strategie.
Con questo piccolo lavoro vogliamo
allora rivolgerci a quanti non hanno perso la speranza, ma
soprattutto a quanti sono disponibili a cambiare mentalità,
metodologie e strategie pastorali, per avvicinare i giovani - ma
non solo i giovani! - a Cristo e alla sua Chiesa.
Con ciò non si vuole contestare la bontà di quanto finora messo
in campo, anche con discreti risultati, ma vogliamo chiederci se
le nostre strategie di azione ci aiutano a raggiungere gli
obiettivi a lunga scadenza:
1. I nostri sforzi nel voler tenere in piedi le cose stanno
adempiendo il mandato di Cristo?
2. Come risultato del nostro lavoro pastorale, vediamo intorno a
noi una sempre crescente schiera di persone dedicate a portare
il Vangelo nel mondo?
3. Dove pende la bilancia del rapporto tra programmi pastorali e
risultati ottenuti?
Come avviene per una qualsiasi
opera che viene costruita in accordo con il piano per il suo
uso, secondo un progetto dettagliato che miri a realizzarla
conformemente e adeguatamente alla sua destinazione, così ogni
nostro lavoro apostolico dovrebbe essere proporzionato e
orientato al suo fine, per non cadere nella confusione o
smarrirsi lungo il processo, rischiando di fatto il non
raggiungimento dell'obiettivo, piangendo sulle strutture messe
in campo, le risorse investite, ma incomplete o, se complete,
sprecate. Pensiamo, ad esempio, ai mega-oratori del nord-Italia:
vuoti o destinati a scopi diversi per i quali furono costruiti.
Ma pensiamo anche alle lodevoli attività preparate con cura, con
notevole investimento di risorse ed energie, dalle nostre
comunità ecclesiali e giovanili e poi poco partecipate dagli
"esterni" e molto auto-referenziali. Eppure volevamo avvicinare
proprio gli "esterni"…!
L'obiettivo di questo nostro
sussidio è perciò quello di proporre non tanto nuove attività,
nuovi strumenti, nuove strutture, che si sommerebbero a quelle
finora messe in campo, ma di ritornare all'essenziale, a quel
modello fondamentale di Evangelizzatore e Pastore che è Cristo,
il quale in soli tre anni è stato capace di mettere le basi per
la trasformazione in pochi decenni del mondo allora conosciuto.
E questo lo faremo in forza di quel pilastro post-conciliare e
sinodale che è l'Evangelii Nuntiandi (E.N.), esortazione
apostolica di Paolo VI del 1975, di una forza dirompente,
attualissima, ma che non è ancora entrata nella nostra mentalità
e nella nostra pastorale, nonostante i continui riferimenti ad
essa nei successivi documenti pontifici, in particolare quelli
di Giovanni Paolo II, propulsore della Nuova Evangelizzazione e
del ruolo fondamentale che in essa hanno i fedeli laici e le
nuove generazioni in particolare. Proprio l'E.N., nelle prime
battute, sottolinea come l'evangelizzazione, l'annuncio del
Regno di Dio, per Cristo sia stato così tanto importante che
tutto è "il resto", è solamente un di più, un'aggiunta! "Solo il
Regno è dunque assoluto e rende relativa ogni cosa" (cfr. E.N.
n. 8). "Evangelizzare, infatti, è la grazia e la vocazione
propria della Chiesa, la sua identità più profonda. Essa esiste
per evangelizzare…" (E.N. n. 14). "Coloro che si riuniscono nel
nome di Gesù per cercare insieme il Regno, costruirlo, viverlo"
lo fanno proprio in virtù dell'accoglimento della buona novella
e della fede partecipata (cfr. E.N. n. 13).
Allora, senza buttare al macero
tutte le attività pastorali messe finora in campo nei confronti
dei giovani, questo sussidio vuole offrire l'opportunità di
ripensare metodi e strategie alla luce e a partire dal compito
fondamentale che Cristo prima e gli apostoli poi hanno
consegnato alla Chiesa. Si tratta di rinnovare i nostri progetti
e le nostre strategie pastorali a partire dal progetto e dalla
strategia di Cristo, evitando però di incappare nell'errore di
rattoppare un vestito vecchio con una stoffa nuova o di mettere
vino nuovo in otri vecchi, rischiando di perdere insieme il
vecchio e il nuovo (cfr. Mt 9,16-17). La novitas evangelica deve
essere la base per ripensare, rielaborare e relativizzare il
tutto preesistente, anche a costo di buttare tante cose buone
del passato ma che rischiano di sviarci dall'obiettivo, di
appesantire il cammino, e, soprattutto, di renderci impopolari
agli occhi di chi, un po' come Pietro sul monte Tabor, vorrebbe
piantare le tende cullandosi della propria personale vicinanza e
contemplazione del Cristo trasfigurato e glorioso, piuttosto che
fare la fatica di camminare con Lui per le strade del mondo dove
la gente non capisce, crea opposizione, lo cerca per
annientarlo.
Non abbiamo paura di scendere dal
monte, di uscire dai nostri cenacoli, di affrontare la sfida
dell'evangelizzazione, poiché Gesù stesso ci rassicura che
abbiamo in noi la forza per arginare l'incredulità, "il peccato
del mondo" che frena ogni cammino autenticamente cristiano (cfr.
Gv 16): "A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra.
Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel
nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando
loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono
con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo" (Mt 28,19). |
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PROPOSTA
FORMATIVA 2009/2010 |

Negli ultimi tempi ne abbiamo
fatto di strada! Solo quattro anni fa nasceva il Servizio
Regionale per la Pastorale Giovanile che, immediatamente, dava
vita a quel raggruppamento regionale di giovani, espressione del
carisma francescano-conventuale, che è il Movimento Giovanile
Francescano di Sicilia. Le varie proposte formative che si sono
succedute in questi quattro anni, che sono culminate nell’evento
regionale dell’MGFest, hanno scandito i passi del nostro
cammino.
Dalla riscoperta della nostra vocazione di giovani inseriti nel
solco di Francesco d’Assisi, ai piedi della croce di san Damiano
(Signore, cosa vuoi che io faccia? – 2006), ci siamo messi alla
ricerca di Colui che solo può dare senso alla nostra esistenza e
al nostro operare (Il tuo volto, Signore, io cerco – 2007).
Abbiamo poi voluto condividere la nostra fede e la nostra
esperienza ecclesiale e francescana tentando di testimoniarle
nell’ordinario di ogni giorno, a scuola, in famiglia, sul
lavoro, nel tempo libero (Guardate come si amano! – 2008).
Infine, lo scorso anno, ottavo centenario della nascita
dell’Ordine Francescano, facendo memoria dell’approvazione della
Regola di Francesco da parte di papa Innocenzo III nel 1209,
abbiamo riscoperto il senso della libertà coniugata con quello
che è la nostra unica regola di vita, il Vangelo di Gesù Cristo,
sull’esempio del nostro Serafico Padre (Diamoci una regolata! –
2009).
Uno sguardo attento a questo cammino, sia pure arduo e
impegnativo, ma non per questo meno gioioso, noterà che, alla
fin fine, ci siamo mossi non su una strada, ma forse
semplicemente lungo un corridoio, dentro una casa. Abbiamo
infatti, come si suol dire, preso le misure dell’ambiente in cui
viviamo e cresciamo: la nostra vocazione e identità francescana.
Abbiamo approfondito il senso della nostra esperienza
francescana a livello personale e di fraternità. Ci siamo
guardati dentro e un po’ fuori, ma a breve raggio. È vero che
negli ultimi due anni abbiamo dato inizio a delle forti e belle
esperienze di annuncio ed evangelizzazione allo stato puro con
il Progetto Primo Annuncio. Ma è stato un po’ come quando si
comincia a camminare da soli o si impara a nuotare. Sono delle
esperienze timorose, da farsi a breve distanza dagli adulti
pronti ad intervenire alle prime esitazioni. C’è tanta voglia di
fare da soli, ma allo stesso tempo cerchiamo le nostre
sicurezze, i nostri salvagente, la terra sotto i piedi. Certo il
Progetto Primo Annuncio va avanti, ma possiamo fare di più e con più
impegno, sia continuando gli impegni intrapresi, sia
utilizzando, inventando e sperimentando ulteriori o nuove
metodologie di primo annuncio.
Ora, dopo questi quattro anni spesi a conoscere noi stessi, la
nostra vocazione francescana, dove e come incontrare e
annunciare Cristo, con coerenza e in tutta libertà, occorre
aprire la porta di casa, delle nostre sicurezze, dove tutto è
preparato e apparecchiato da altri, dove tutto è scandito da
ritmi conosciuti… il gruppo, la formazione, la preghiera, la
Messa, l’animazione con i più piccoli… e cominciare a dare uno
sguardo all’esterno e iniziare a camminare per le strade e le
piazze delle nostre città. La nostra fede e la nostra esperienza
ecclesiale e francescana, non può e non deve rimanere chiusa
nelle nostre sacrestie. Il Signore, che con noi è stato molto
buono, continua ad inviarci fuori, ai nostri coetanei, sia
quelli conosciuti tra i banchi di scuola o al pub, sia quelli
che non conosciamo affatto lungo le strade e le piazze del
sabato sera, per invitarli al banchetto di nozze del suo Figlio,
quel banchetto in cui l’acqua incolore e insapore o perfino
sporca - poiché tutti ci si sono lavati le mani e le braccia
fino al gomito! (cfr. Gv 2,6) – che è la vita di tanti nostri
fratelli e sorelle, si trasformi in vino nuovo e buono,
manifestazione della potenza e gloria di Dio e della fede dei
suoi discepoli (cfr. Gv 2,1-11).
Vogliamo andare fuori, non perché è giusto, non perché non ne
possiamo fare a meno altrimenti rischiamo di morire come gruppi,
non perché le nostre chiese si stanno svuotando anche dei
bambini del catechismo, non perché è bello, non perché ce la
sentiamo… ma unicamente perché inviati dal Signore e dalla sua
Parola!
Carissimi fratelli e sorelle, non è un gioco di parole o un
voler, giustamente, dare il primato a Dio perché così deve
essere. Se andiamo da noi stessi, con il nostro coraggio e le
nostre motivazioni e convinzioni, rischieremo di annunciare noi
stessi, le nostre cose, i nostri gruppi, la stessa Chiesa. Noi
andiamo fuori, invece, perché inviati, perché messaggeri di un
annuncio che non ci appartiene, di qualcosa e di Qualcuno, che
non siamo noi ed è diverso da noi. Noi siamo inviati a portare
l’annuncio di Gesù Cristo, della sua morte e risurrezione, della
sua vita nuova ed eterna che, seppure fatta nostra e
sperimentata e vissuta per la fede, è e rimane un dono di Dio. È
lui che converte i cuori, è lui che cura e guarisce le ferite, è
lui, buon samaritano, che si china sull’uomo ferito lungo la
strada, se ne prende cura e ce lo affida, in quanto sua Chiesa,
perché lo aiutiamo a rialzarsi e a camminare da solo e a
divenire a sua volta non un nostro proselito, bensì
evangelizzatore. È questa la dinamica della fede. Infatti:
Chiunque invocherà il nome del Signore sarà salvato. Ora, come
potranno invocarlo senza aver prima creduto in lui? E come
potranno credere, senza averne sentito parlare? E come potranno
sentirne parlare senza uno che lo annunzi? E come lo
annunzieranno, senza essere prima inviati? La fede dipende
dunque dalla predicazione e la predicazione a sua volta si attua
per la parola di Cristo. (Rm 10,13-15.17)
Pertanto la Proposta Formativa di quest’anno sarà tutta centrata
sulla Parola di Dio che nutre la nostra fede e che, allo stesso
tempo, ci invia affinché sia Vangelo, Buona Notizia, per ogni
nostro fratello e sorella incontrati lungo le strade delle
nostre città.
fra’ Saverio
Benenati, ofm conv.
Resp. SRPGV - MGF Sicilia
SUSSIDI 2009/2010 (esauriti)
adolescenti/giovani

fanciulli/ragazzi

top
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PROPOSTA
FORMATIVA 2008/2009 |

Se c'è un personaggio, un santo, che ha sempre
affascinato i giovani di ogni epoca, questi è certamente Francesco d'Assisi.
La sua storia personale, come quella dell'Ordine francescano, è segnata
dall'incontro con numerosi giovani che sono stati "folgorati" dal suo stile
di vita. Una vita improntata alla libertà più radicale perché, appunto,
libera da ogni condizionamento umano (a partire dai genitori e dai sistemi
sociali della sua epoca…) e materiale (denaro, proprietà, costruzioni,
attività…). In tal senso le immagini che più colpiscono e segnano i giovani
che si accostano alla figura di Francesco sono certamente quelle di
zeffirelliana memoria: lo spogliarsi, senza inibizioni, di fronte ai suoi
concittadini, il correre lieto tra i campi di papaveri, il cantare grato,
andando per l'elemosina, sotto la pioggia… Insomma, fra le tante
caratteristiche di Francesco, che tanto fanno sospirare di desiderio i
giovani, la sua libertà esteriore e, soprattutto, interiore, va certamente
collocata sul podio.
Eppure, pochi sono coloro che si soffermano a
considerare che quella libertà è frutto ed espressione di una vita
"regolata". Anzi: di una vita "formata", come il gesso colato in una
formina, su quella di Cristo, così come i Vangeli ne descrivono i contorni e
le conseguenze ultime.
La libertà di Francesco d'Assisi è una libertà
"regolata" da Gesù Cristo. E proprio perché "regolata" da Gesù Cristo è una
vita piena e senza limiti. È il paradosso della vita evangelica così
mirabilmente sintetizzato da Sant'Agostino: Ama e fa' ciò che vuoi!
Questo è il segreto della libertà di Francesco: una vita regolata
dall'amore.
Qualcuno dirà, spinto dagli schemi di una
certa letteratura scritta e, recentemente, anche audiovisiva, come il
“Francesco” della Cavani - spesso mossa da criteri ideologici di
contrapposizione alla Chiesa-istituzione che avrebbe ingabbiato
l'ispirazione francescana - che Francesco d'Assisi è stato quasi costretto a
darsi una prima Regola (quella non bollata presentata a Innocenzo III e da
lui approvata solo verbalmente) e poi una seconda, molto più giuridica,
approvata in via definitiva da Papa Onorio III: Francesco voleva vivere il
Vangelo "sine glossa" senza giuridicismi e codicilli umani. Ma affermare
questo equivale ad entrare in contraddizione: osservare il Vangelo "sine
glossa" non è già una regola di vita? E che Francesco abbia questo specifico
rapporto con il Vangelo-Regola lo afferma egli stesso quando nel Testamento
ricorda la venuta dei primi frati: E dopo che il Signore mi dette dei frati,
nessuno mi mostrava che cosa dovessi fare, ma lo stesso Altissimo mi rivelò
che dovevo vivere secondo la forma del santo Vangelo. Ed io la feci scrivere
con poche parole e con semplicità, e il signor Papa me la confermò. (FF 116)
I biografi ci ricordano come lo stesso Altissimo gli rivelò la "forma di
vita": andò in Chiesa e aprì per tre volte il Vangelo.
Libertà, per Francesco, non è "fare quello che
mi pare e piace", senza alcun limite, guidato solo dagli istinti, poiché
egli ha ben sperimentato questo stile di vita nella prima fase della sua
giovinezza e ne ha ricavato la considerazione che in questo modo non si va
da nessuna parte, non si costruisce nulla, non ci si schioda dal culto e
dalla schiavitù del proprio ego. Libertà, per Francesco, è avere una mèta
alta (una vita unita a Dio fonte della libertà) e decidere liberamente di
raggiungerla (Questo voglio, questo bramo, questo desidero di fare con tutto
il cuore! Cfr FF 356) nei modi più appropriati che solo chi la conosce e
possiede (Cristo-via-verità-vita) può suggerirti (Se rimanete fedeli alla
mia parola, sarete davvero miei discepoli; conoscerete la verità e la verità
vi farà liberi. Cfr Gv 8,31-32).
Questo modo di concepire la vita libera,
contrassegnata dall'osservanza di una regola, e poi di concretizzarla, non è
una grazia speciale "calata dall'alto": Francesco si autoeduca alla libertà
delle scelte orientate dal Vangelo. Basta, infatti, scorrere le prime pagine
delle biografie del santo per incorrere in un leitmotiv molto significativo
in tal senso: Francesco, ancor prima di lasciare la casa paterna per
intraprendere la vita "religiosa", si era dato una "regola di vita". Diremmo
in termini più immediati: il giovane laico Francesco si era scritto, sia
pure sotto forma di proposito mentale, una regola per orientare le scelte
della propria vita: "Una volta, che aveva respinto malamente, contro la
sua abitudine, poiché era molto cortese, un povero che gli aveva chiesto
l'elemosina, pentitosi subito, ritenne vergognosa villania non esaudire le
preghiere fatte in nome di un Re così grande. Prese allora la risoluzione di
non negar mai ad alcuno, per quanto era in suo potere, qualunque cosa gli
fosse domandata in nome di Dio. E fu fedele a questo proposito, fino a
donare tutto se stesso, mettendo in pratica anche prima di predicarlo il
consiglio evangelico: Da’ a chi ti domanda qualcosa e non voltar le spalle a
chi ti chiede un prestito (Mt 5,42)". (FF 349)
Ma non pensiamo che questo orientarsi
secondo i consigli evangelici sia stata una cosa facile: Supplicava
devotamente Dio eterno e vero di manifestargli la sua via e di insegnargli a
realizzare il suo volere. Si svolgeva in lui una lotta tremenda, né poteva
darsi pace finché non avesse compiuto ciò che aveva deliberato. Mille
pensieri l'assalivano senza tregua e la loro insistenza lo gettava nel
turbamento e nella sofferenza. (FF 329)
Ecco il segreto e il fascino della sua
libertà! Ecco l'attualità di Francesco! Quanto è vicino ai giovani di oggi
con le loro lotte interiori tra una vita di libertinaggio e una vita
veramente libera e non rassegnata al vuoto a perdere del non senso. Quanto
può aiutare la sua esperienza, "codificata" nella Regola e testimoniata con
la vita, la società di oggi che, da una parte, erge la libertà-libertinismo
a vessillo e, dall'altra, si piange addosso e legifera per contenere la
deriva della s-regolatezza, senza comandamenti, senza Dio… Da una parte, si
disgrega l'ordine naturale della famiglia e, dall'altra, ci si lamenta che i
giovani sono senza valori e senza freni. Prima si insegna che tutto è lecito
e non bisogna avere inibizioni di sorta, specie in campo sessuale, e poi si
pongono le condizioni delle precauzioni o si propone il dramma
dell'uccisione della vita nascente o bisogna andare davanti a un giudice per
stabilire quanto tempo ha diritto un bambino di vedere ora l'uno ora l'altro
genitore. Da una parte, non si devono porre limiti alla ricerca scientifica
e alle sue applicazioni tecniche e, dall'altra, occorre difendersi dagli OGM,
dalle mucche pazze, dal buco dell'ozono, dalle radiazioni… e dagli
apprendisti stregoni dei moderni santuari del "no-limits". Prima si illudono
le nuove generazioni che nella vita non ci devono essere limiti, poi si
corre ai ripari con ulteriori leggi restrittive, punitive e contraddittorie.
Contro i paladini della carota e del bastone, l'esempio di Francesco,
l'attualità della sua vita "regolata" dal Vangelo, offre orizzonti di
speranza per una vita veramente libera e piena.
Consegniamo la Proposta Formativa 208/2009 dal
titolo “Diamoci una regolata” agli educatori e ai giovani del Movimento
Giovanile Francescano e non solo, perché possa essere lo spunto di una
approfondita riflessione e di felici determinazioni per vivere una vita
veramente libera come quella che Francesco sperimentò ottocento anni fa e
che tradusse in una Regola che fosse di orientamento anche per le
generazioni future.
fra’ Saverio Benenati, ofm conv.
Resp. SRPGV - MGF Sicilia
SUSSIDI 2008/2009 (esauriti)
adolescenti/giovani

fanciulli/ragazzi

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PROPOSTA
FORMATIVA 2007/2008 |

Ed ora io stesso esporrò
l'attività della fazione cristiana, affinché, dopo averne confutato le
cose negative, ne dimostri quelle buone.
Siamo una corporazione, che ha per base la consapevolezza di una
religione comune, l'unità di una disciplina comune e il patto di una
speranza comune.
Ci raccogliamo in adunanze e riunioni, per circondare, pregando, Dio con
le suppliche,
come con un manipolo
serrato. Questa violenza è a Dio gradita.
Preghiamo anche per
gl'imperatori, per i loro ministri e magistrati, per la stabilità del
mondo,
per la tranquillità della
vita, per la dilazione della fine.
Ci raccogliamo per la lettura della Scrittura divina, se qualche
caratteristica del tempo presente c'induce a preannunziare un fatto o a
riconoscerne il compimento. Certamente con le parole sante nutriamo la
fede, confortiamo la speranza, consolidiamo la fiducia, rafforziamo la
disciplina non foss'altro inculcandone i precetti. Ivi stesso, infatti,
hanno luogo esortazioni, correzioni e punizioni in nome di Dio.
E infatti vi si giudica con grande ponderatezza, come tra persone che
sono certe di trovarsi al cospetto di Dio; ed è un grande anticipo del
giudizio futuro, se uno qualcuno si sia reso colpevole al punto da
essere allontanato dalla comunione della preghiera e delle riunioni e di
ogni santa relazione.
Presiedono i più anziani,
tutti approvati, che hanno conseguito codesta carica non pagando,
ma rendendo testimonianza:
poiché nessuna cosa di Dio costa danaro.
Anche se c'è una specie di cassa, il danaro che vi si raccoglie non
deriva da contributi onorari,
quasi prezzo d'acquisto
della carica religiosa. Ognuno versa una monetuzza in un giorno del mese
o quando vuole e soltanto se vuole e soltanto se può. Poiché nessuno vi
è costretto, ma il contributo è spontaneo.
Sono questi, per così
dire, i depositi della pietà.
E, infatti, vi si attinge non per provvedere a banchetti, né a
bicchierate, né a gozzoviglie spinte oltre il desiderio: ma per nutrire
i poveri e seppellirli, i fanciulli e le fanciulle rimasti privi di
mezzi e di genitori, i servitori vecchi e i naufraghi e quelli che,
condannati nelle miniere o nelle isole o nelle prigioni soltanto per
appartenere alla setta di Dio, diventano pupilli della religione da loro
confessata.
Ma specialmente la pratica di tale amore ci procura l'annotazione presso
alcuni.
"Guardate
- dicono - come
si amano
tra loro (mentre essi,
infatti, fra loro si odiano), e come sono pronti a
morire l'uno per l'altro (essi, infatti, sono più pronti ad ammazzarsi a
vicenda)".
Ma anche per il fatto che ci chiamiamo fratelli, non per altro motivo
penso, perdono la testa, perché tra di essi ogni termine di
consanguineità, quanto all'affetto, è una finzione. Inoltre siamo anche
fratelli vostri per legge di natura, unica madre, anche se voi siete
troppo poco uomini, perché cattivi fratelli.
Ma quanto più degnamente fratelli si dicono e si ritengono coloro che
riconoscono un unico Dio come padre, che si sono abbeverati a un unico
spirito di santità, che da un unico grembo della medesima ignoranza, con
un pauroso stupore, emersero a un'unica luce di verità.
Ma forse per questo siamo ritenuti meno fratelli legittimi, perché nessuna tragedia
declama sull'argomento della nostra fraternità, o perché siamo fratelli
nella comunione dei beni familiari, che tra di voi, di solito, i
fratelli dividono.
Perciò noi, che siamo uniti nell'animo e nella vita, non esitiamo a
mettere in comune le sostanze.
Il nostro pranzo rende ragione di sè dal suo nome: si chiama con un
termine che in greco vale "amore". Per quanto grandi siano le spese che
costa, è guadagno fare una spesa in nome della pietà, dato che, con
questo ristoro, aiutiamo tutti i bisognosi; non come presso di voi i
parassiti aspirano alla gloria di asservire la loro libertà, a
condizione di rimpinzarsi la pancia sotto gl'insulti; ma come davanti a
Dio è maggiore il riguardo per gli umili.
Di là si ritorna non per costituire caterve di assassini, né schiere di
vagabondi, né per abbandonarci alla sfrenatezza, ma per continuare la
stessa cura della modestia e della pudicizia, come chi abbia mangiato
non tanto un pranzo, quanto un insegnamento. Codesta adunata di
Cristiani è certamente illecita, se è pari alle cose illecite;
certamente da condannarsi, se ci si lamenta di essa allo stesso titolo
che delle conventicole.
Per la rovina di chi ci raduniamo qualche volta? Noi siamo la stessa
cosa se riuniti, come se separati; la stessa cosa se tutti insieme, come
se singolarmente; nessuno offendendo, nessuno contristando. Quando si
radunano persone oneste, buone, pie, caste, non è il caso di parlare di
fazione, ma di assemblea.
(Apologeticum,
39,1-11.16.19-20 [trad. in italiano corrente di fra’ D. Lauricella])
La Proposta Formativa 2007/2008 si pone,
con coerenza, in continuità con le precedenti. Siamo, infatti, arrivati
al terzo anno della memoria delle origini del carisma francescano negli
ottocento anni della conversione del Serafico Padre San Francesco. Così,
dopo aver riflettuto sulla nostra vocazione sul modello di Francesco,
chiedendo al Signore, insieme a lui, "Cosa vuoi che io faccia?", e
ricercato il Volto di Dio in ogni aspetto umano e religioso della vita
perché tutta la nostra esistenza abbia in Lui il suo inizio ed il suo
compimento, ci avviamo a fare memoria di una delle caratteristiche del
carisma francescano che più di ogni altra ci avvicina all'anima del
Vangelo ed esprime quel costante riferimento alla Chiesa delle origini
che Francesco ricercava costituendo l'Ordine Francescano quale
"fraternità evangelica".
Perciò, se il primo anno del nostro ripercorrere le origini del carisma
francescano è approdato al mandato del Crocifisso di andare e riparare
la "casa del Signore", cioè la Chiesa, e nel secondo anno, proprio pochi
mesi fa, abbiamo ricercato, scoperto e contemplato il Volto di Dio nella
Parola, nei Sacramenti e nel volto stesso di ogni uomo, soprattutto
quello debole e bisognoso, in questo terzo anno dell'ottavo centenario
francescano ricercheremo il naturale approdo del nostro viaggio: la
fraternità come luogo in cui risplende il Volto di Dio come luce e,
pertanto, sacramento di salvezza per ogni uomo. È questa, infatti, la
misura di quel "restauro" della Chiesa a cui il Signore chiama Francesco
e ogni suo seguace.
Proprio per disposizione della Provvidenza
divina, che lo dirigeva in ogni cosa, il servo di Cristo aveva
restaurato materialmente tre chiese [San Damiano, S. Pietro e S. Maria
degli Angeli], prima di fondare l'Ordine e di darsi alla predicazione
del Vangelo. In tal modo non solamente egli aveva realizzato un
armonioso progresso spirituale, elevandosi dalle realtà sensibili a
quelle intelligibili, dalle minori alle maggiori; ma aveva anche, con
un'opera tangibile, mostrato e prefigurato simbolicamente la sua
missione futura.
Infatti, così come furono riparati i tre edifici, sotto la guida di
quest'uomo santo si sarebbe rinnovata la Chiesa in tre modi: secondo la
forma di vita, secondo la Regola e secondo la dottrina di Cristo da lui
proposte - e avrebbe celebrato i suoi trionfi una triplice milizia di
eletti. E noi ora costatiamo che così è avvenuto. (FF 1050)
S. Bonaventura, autore della Legenda
Maggiore da cui abbiamo tratto il sopra citato passaggio, sottolinea il
modo in cui Francesco e i suoi seguaci hanno contribuito al restauro
della Chiesa: la forma di vita, la Regola e la dottrina di Cristo, che
così possiamo tradurre: il Vangelo, la Fraternità, la fedeltà alla
Chiesa. Infatti, per Francesco la forma di vita è “osservare il santo
Vangelo del Signore nostro Gesù Cristo”; la Regola, nell’accezione
giuridica che gli da S. Bonaventura, è la declinazione giuridica del
Vangelo in quanto norma della vita fraterna; la dottrina di Cristo fa
riferimento a quella che viene definita la “cattolicità romana” di
Francesco che esige dai frati tutta l’integrità della fede e della vita
cristiana, vissuta con tutti i sacramenti affidati alla cura della
medesima Chiesa, unica custode e fedele amministratrice del Vangelo,
affinché, sempre sudditi e soggetti ai piedi della medesima santa
Chiesa, stabili nella fede cattolica, osserviamo la povertà, l’umiltà e
il santo Vangelo del Signore nostro Gesù Cristo, che abbiamo fermamente
promesso. (Rb XII; FF 109) Alle sette ereticali della sua epoca che
avevano scelto per unica norma la Sacra Scrittura, Francesco oppone il
binario della cattolicità interiore: il Vangelo vissuto secondo la forma
della santa Chiesa cattolica romana. Francesco voleva che il vivere
secondo la forma del santo Vangelo fosse arginato e protetto dal vivere
secondo la forma della Santa Chiesa romana.
Sommando insieme questi tre elementi, possiamo evidenziare l’unico modo
che Francesco attuò per adempiere alla missione affidatagli dal Cristo:
vivere il Vangelo di Cristo, in fraternità, secondo la forma della santa
Chiesa cattolica romana.
Se, dunque, c’è una caratteristica che contraddistingue il carisma
francescano e rappresenta il fulcro stesso della vocazione francescana è
la fraternità. Ma non un vivere da fratelli come esperienza paradisiaca
di pace e di amore universale alla “figli dei fiori”, bensì delimitata
da due pilastri che la mantengono della sua originalità: il Vangelo da
una parte e la Chiesa dall’altra.
Così delineata, la fraternità francescana manifesta nell’oggi della
storia l’archetipo della fraternità evangelico-ecclesiale, quella
descritta in Atti 2,42-47: Erano assidui nell’ascoltare
l’insegnamento degli apostoli e nell’unione fraterna, nella frazione del
pane e nelle preghiere. Un senso di timore era in tutti e prodigi e
segni avvenivano per opera degli apostoli. Tutti coloro che erano
diventati credenti stavano insieme e tenevano ogni cosa in comune; chi
aveva proprietà e sostanze le vendeva e ne faceva parte a tutti, secondo
il bisogno di ciascuno. Ogni giorno tutti insieme frequentavano il
tempio e spezzavano il pane a casa prendendo i pasti con letizia e
semplicità di cuore, lodando Dio.
Francesco d’Assisi, dunque, riproponendo la forma di vita della
fraternità delle origini, fondata sull’insegnamento evangelico degli
apostoli e il loro magistero e guida, sulla comunione fraterna,
eucaristica e dei beni spirituali e materiali, compie un restauro non di
facciata; non aggiunge altre cose e opere a quelle che la Chiesa fino ad
allora aveva posto in essere; non si prodiga, come altri fondatori che
lo hanno preceduto o che verranno, a edificare cattedrali e santuari,
opere sociali e caritative, istituti e centri educativi, ecc.; ma
semplicemente riporta la Chiesa al punto di partenza, alle sue radici,
alla sua identità più profonda ed autentica e che, sola, può dare senso
ad ogni altra opera. In termini moderni, possiamo dire che Francesco non
si limita ad un restauro “conservativo”, inteso come operazione
necessaria ad arrestare il degrado dell’organismo architettonico o,
ancora, un restauro “filologico” mirante alla ricostruzione di parti
mancanti e considerate essenziali per la lettura dell’ambiente
architettonico. Francesco compie una operazione di restauro “integrale”
dell’edificio spirituale che è la Chiesa, riportandola al suo splendore
originario così come è stata voluta da Dio e che Cristo acquistò col
suo sangue, come lo Spirito Santo gli avrebbe fatto capire e come egli
stesso rivelò in seguito ai frati. (FF 1038).
GUARDATE COME SI AMANO
Nella storia della Chiesa il primo segno di riconoscimento dei cristiani
è stato quello dell’amore vicendevole. Nella prima, esemplare, comunità
cristiana, il segno dell’appartenenza alla comunità era quello di avere
un cuor solo e un’anima sola.
Il brano prima citato di Atti 2 si conclude al versetto 47: e godendo la
simpatia di tutto il popolo. E prosegue nel 48: Intanto il Signore
ogni giorno aggiungeva alla comunità quelli che erano salvati.
Questa conclusione ci dice quanto, già presso il popolo giudaico,
nonostante l’avversione per la nuova dottrina, i cristiani si
contraddistinguevano per l’amore fraterno che suscitava la simpatia e
attraeva alla comunità nuovi membri. E nell’antica Roma, così
refrattaria ad accogliere il messaggio di Cristo, l’esperienza più
sconvolgente per i pagani era quella di costatare: Guardate come si
amano!
L’esclamazione che abbiamo scelto a slogan di quest’anno formativo, è
tratta dall’Apologeticum, probabilmente il primo scritto in
assoluto della letteratura cristiana latina e capolavoro di tutta la
produzione di Tertulliano.
Di Quintus Septimius Florens Tertullianus «non conosciamo con esattezza
le date della sua nascita e della sua morte. Sappiamo invece che a
Cartagine, verso la fine del II secolo, da genitori e da insegnanti
pagani, ricevette una solida formazione retorica, filosofica, giuridica
e storica. Si convertì poi al cristianesimo, attratto - come pare -
dall’esempio dei martiri cristiani. Cominciò a pubblicare i suoi scritti
più famosi nel 197. Ma una ricerca troppo individuale della verità
insieme con le intemperanze del carattere — era un uomo rigoroso — lo
condussero gradualmente a lasciare la comunione con la Chiesa e ad
aderire alla setta del montanismo. Tuttavia, l’originalità del pensiero,
unita all’incisiva efficacia del linguaggio, gli assicurano una
posizione di spicco nella letteratura cristiana antica.
Sono famosi soprattutto i suoi scritti di carattere apologetico. Essi
manifestano due intenti principali: quello di confutare le gravissime
accuse che i pagani rivolgevano contro la nuova religione, e quello -
più propositivo e missionario - di comunicare il messaggio del Vangelo
in dialogo con la cultura del tempo. La sua opera più nota,
l’Apologetico, denuncia il comportamento ingiusto delle autorità
politiche verso la Chiesa; spiega e difende gli insegnamenti e i costumi
dei cristiani; individua le differenze tra la nuova religione e le
principali correnti filosofiche del tempo; manifesta il trionfo dello
Spirito, che alla violenza dei persecutori oppone il sangue, la
sofferenza e la pazienza dei martiri: “Per quanto raffinata - scrive
l’Africano -, a nulla serve la vostra crudeltà: anzi, per la nostra
comunità, essa è un invito. A ogni vostro colpo di falce diveniamo più
numerosi: il sangue dei cristiani è una semina efficace! (semen est
sanguis christianorum!)” (Apologeticum 50,13)» (Benedetto XVI, Udienza Generale,
30 maggio 2007)
Al Capo 39 incontriamo l’esclamazione “Guardate come si amano”,
dall’autore messa in bocca ai pagani, che pur disprezzando la nuova
religione e accusando delle peggiore infamie i suoi adepti, restano però
ammirati dallo stile di vita delle loro comunità. E non c’è ragione di
dubitare di questa ammirazione e di tale esclamazione, se è vero che
Tertulliano, in particolare nell’Apologetico, fa sfoggio della sua
bravura di avvocato usa uno stile letterario e un periodare che prevede,
tra l’altro, il contraddire gli avversari attraverso le loro stesse
affermazioni, mettendo a nudo le contraddizioni della legislazione
romana relativa al trattamento della religione cristiana. I cristiani
sono veramente delinquenti, come pretende l’opinione pubblica? Allora
bisogna ricercarli e condannarli, e non lasciarli stare in base a
un’ambigua disposizione dell’imperatore Traiano. I cristiani sono, al
contrario, brava gente? Allora non si deve condannarli per delitti che
non hanno compiuto o, peggio ancora, per il solo nome che portano!
Ad una società pervasa da una cultura gaudente, egoista e di morte, che
vede il cristianesimo come una minaccia, Tertulliano oppone la manifesta
cultura della vita e dell’amore dei seguaci di Cristo, l’agape, che in
greco vale ‘amore’.
Forse che la nostra attuale società si differenzia da quella descritta
da Tertulliano? Nel testo del Capitolo 39, che trovate sopra, vi abbiamo
risparmiato quanto l’apologeta ironizza e descrive, quasi fosse una
telenovela o un club-privé di questo nostro secolo, sull’uso di
scambiarsi le mogli tra amici: essi che, non solo delle mogli degli
amici si appropriano, ma anche le proprie con tutta sopportazione a
disposizione di quelli mettono: in conformità, credo, a quella
disciplina dei maggiori e dei più grandi filosofi, del greco Socrate e
del romano Catone, che le proprie mogli misero in comune con gli amici,
le quali li avevano sposati per mettere al mondo figli anche in casa
altrui… O esempio di attica saggezza, di romana gravità! Un filosofo e
un censore diventano mezzani. (12-13)
Non c’è dubbio che, a distanza di duemila anni, quella cultura e quel
sistema sociale sono di nuovo tra noi, o forse non ci hanno mai
abbandonati. E se questo è vero, è altrettanto vero che solo l’agape
potrà spezzarne il giogo.
«Io dico pertanto ai credenti che mi ascoltano: siate presenti nella
società con l’annuncio vitale del Vangelo e con l’invito a inserirsi
nella Chiesa, dove è offerto il dono della verità e della grazia in
Cristo: un dono di cui gli uomini di oggi hanno e avvertono un estremo
bisogno. Sono certo che, nonostante alcune difficoltà, molta gente è
disponibile ad aderire o a ritornare al cristianesimo. La vostra
passione di appartenenza alla Chiesa possa far esclamare a chi vi
osserva: “Guardate come si amano!”. Sarà questa la “prova” più
efficace perché chi vi vede possa riconoscere il Signore Gesù tra voi ed
accogliere l’annuncio di salvezza che egli ha portato all’intera
umanità.
Le vostre aggregazioni ecclesiali, le parrocchie, i gruppi giovanili, le
associazioni formative non ostacolano la società. Recano invece un
messaggio; mettono in evidenza un pluralismo sociale, che già esiste e
può essere sano; rendono possibile l’evangelizzazione nel pieno rispetto
della libertà di tutti, in un confronto che salva ed eleva l’umano. Se i
credenti, uniti nella fede, nei sacramenti e nella disciplina
ecclesiale, secondo le loro diverse peculiarità, sapranno rendersi
presenti e operosi nella società, ridiventeranno una “forza sociale”,
nello stile della loro originalità e responsabilità laicali e senza
alcuna imposizione della fede a chi non intende accoglierla. Tutti gli
uomini di buona volontà riconosceranno, piuttosto, gli ineludibili
principi etici fondamentali della persona». (Giovanni Paolo II, Appello ai credenti
e non credenti durante l’incontro con la cittadinanza, Carpi 3
Giugno 1988)
fra’ Saverio
Benenati, ofm conv.
Resp. SRPGV - MGF Sicilia
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