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Martedì, 23 Ottobre 2018

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Generazione Z e fede: pochi ma buoni

“Abbiamo bisogno di voi giovani, pietre vive di una Chiesa dal volto giovane, ma non truccato: non ringiovanito artificialmente, ma ravvivato da dentro”. Con queste parole pronunciate in occasione dell’apertura della riunione pre-sinodale dei giovani al Pontificio Collegio Internazionale “Maria Mater Ecclesiae” a Roma, papa Francesco ha sottolineato  nuovamente, lunedì 19 marzo 2018, uno dei temi chiave del suo pontificato, ossia il ruolo fondamentale dei giovani nella vita della Chiesa, quella di oggi e di domani.

“Cari giovani, voi siete la speranza della Chiesa”, aveva scritto il Pontefice durante l’agosto scorso nel suo messaggio Twitter per la Giornata internazionale Onu della gioventù, esortando i giovani a partecipare al cammino preparatorio al prossimo Sinodo dei Vescovi, che si svolgerà nell’autunno prossimo sotto il tema “I giovani, la fede e il discernimento vocazionale”.

Sullo sfondo di questo importantissimo evento ecclesiale e della XXXIV Giornata Mondiale della Gioventù, che si terrà a Panama dal 22 al 27 gennaio 2019, è lecito chiedersi quale sia oggi il rapporto delle giovani generazioni, inclusa la cosiddetta Generazione Z (cioè coloro nati grosso modo tra il 1999 e il 2015), con la fede [1].

Alcuni autori, fra cui la statunitense Joan Hope, sono piuttosto fiduciosi. Come sostiene la Hope nel suo articolo Get your campus ready for Generation Z, pubblicato nel numero di settembre 2016 della newsletter The Successful Registrar, i Centennials o Post-Millennials — come i giovani di questa generazione vengono anche chiamati — sarebbero non solo più inclini ai valori tradizionali ma anche alla religione.

Altre ricerche smentiscono questa visione ottimista, anzi “ci sono buone ragioni” per credere che i teenager e giovani adulti della Generazione Z “saranno la generazione più agnostica che il mondo abbia mai visto sin dal periodo medievale”, così si legge nell’articolo Why the Generation Z Population will be Non-religiouspubblicato nei mesi scorsi sul sito statunitense The Truth Source.

Infatti, una ricerca del Barna Group, resa nota nel gennaio scorso, definisce senza esitazioni la Generazione Z “la prima generazione veramente ‘post-cristiana’” [2]. Dal sondaggio realizzato in collaborazione con il Impact 360 Institute (con sede a Pine Mountain, nello Stato della Georgia) emerge che negli Stati Uniti la percentuale dei membri di questa generazione che si identificano come atei è ben il doppio rispetto a quella degli adulti: il 13% contro il 6%.

Inoltre, più di un giovane su tre della Gen Z (il 37%) crede ad esempio che non sia possibile sapere con certezza se Dio sia reale, rispetto al 32% della popolazione adulta. “Per molti adolescenti — così osserva la ricerca — la verità sembra nel migliore dei casi relativa e nel peggiore dei casi completamente inconoscibile.”

Anche se poi frequentano una chiesa, questo non significa che siano acritici verso di essa. Tra i giovani religiosamente praticanti quasi la metà pensa che la chiesa “sembra respingere molto di quello che la scienza ci dice sul mondo” (il 49%) e più di un terzo che essa sia “iperprotettiva verso i teenager” (il 38%). Sempre un terzo circa ritiene inoltre che “la gente in chiesa è ipocrita” (il 36%).

Infine, dei membri della Gen Z che dichiarano come frequentare la chiesa non sia importante per loro, sono quasi due terzi quelli che affermano di trovare Dio “altrove” (il 61%).

Nel Vecchio Continente, la situazione non appare tanto migliore. Uno studio sui giovani e il loro rapporto con la religione in 21 Paesi europei (più Israele) dell’Institut Catholique di Parigi e della St. Mary’s University di Twickenham a Londra, i cui risultati sono stati ripresi da varie testate, tra cui La Croix e il Guardian, offre infatti un panorama poco roseo.

In più della metà dei Paesi europei presi in esame — 12 su 21 –, una maggioranza di giovani nella fascia di età dai 16 ai 29 anni dichiara di non avere alcuna affiliazione religiosa, così rivela la ricerca basata sui dati dell’European Social Survey 2014-16.

Il co-autore dello studio, Stephen Bullivant, non usa mezze parole per descrivere la situazione generale. La religione è “moribonda”, così afferma sul Guardian il teologo e sociologo della St. Mary’s University. “Il cristianesimo come (religione di) default, come norma, se n’è andato, e probabilmente se n’è andato per sempre, o almeno per i prossimi 100 anni.”

Molto eloquente ad esempio è la situazione nella Repubblica Ceca, dove ben 9 su 10 giovani adulti (il 91%) non sono affiliati ad alcuna confessione o religione. La percentuale di giovani religiosamente non affiliati oscilla tra il 70% e l’80% in: Estonia (l’80%), Svezia (il 75%), Paesi Bassi (il 72%) e Regno Unito (il 70%).

Oltremanica solo il 7% dei giovani adulti si identifica come appartenente alla Chiesa anglicana, un dato inferiore ai 10% dei giovani britannici che si autodefiniscono cattolici e solo di poco superiore alla percentuale dei loro coetanei che dichiarano di appartenere alla religione islamica (il 6%).

I giovani più religiosi invece sono i polacchi (solo il 17% si dichiara senza affiliazione confessionale), seguiti dai loro coetanei in Lituania (il 25% di religiosamente non affiliati).

In grandi nazioni europee come Germania, Spagna e Francia (lo studio non contempla la situazione italiana) questa percentuale sale rispettivamente al 45%, al 55% e al 64%.

Estremamente debole” — così osserva La Croix — è la frequenza settimanale al culto. Come osserva il quotidiano cattolico francese, solo in quattro Paesi essa supera il 10%: in Polonia (il 39%), Israele (il 26%), Portogallo (il 20%) e Irlanda (il 15%).

Lo studio contiene anche elementi sorprendenti, come dimostra il seguente dato sulla Repubblica Ceca. Anche se i giovani cattolici rappresentano solo il 7% della popolazione dell’ex Paese comunista, quasi un quarto di loro (il 24%) dichiara di andare a messa almeno una volta alla settimana e quasi la metà (il 48%) va a pregare almeno una volta nell’arco della settimana, ricorda La Croix, che cita a sua volta Bullivant. “L’esempio della Repubblica Ceca è sintomatico di quello che Benedetto XVI ha definito ‘le minoranze creative’”, spiega lo studioso.

La nuova impostazione di default è ‘nessuna religione’ e i pochi che sono religiosi vedono se stessi come qualcuno che nuota controcorrente”, analizza Bullivant sul Guardian. “Tra 20 o 30 anni, le chiese tradizionali saranno più piccole, ma le poche persone rimaste saranno fortemente impegnate”, così conclude il direttore del Benedict XVI Centre for Religion and Society.

Pochi ma buoni quindi, una tendenza che sembra farsi strada anche in Italia. Lo suggerisce una ricerca curata dal sociologo piemontese Franco Garelli e condotta dall’Istituto demoscopico Eurisko su un campione di circa 1500 giovani della fascia di età 18-29 anni, i cui dati sono stati riportati dal sito Vatican Insider.

Dallo studio emerge ad esempio che la percentuale dei giovani italiani che si dichiara ateo è salita dal 23% nel 2007 al 28% nel 2015, mentre la quota dei “credenti convinti e attivi” è calata al 10,5%. Inoltre tra i giovani che affermano di credere solo “per tradizione e educazione” (il 36,3%), quasi due terzi — ossia il 22% — dichiarano di non credere veramente in Dio.

Concludendo, una cosa è certa: ci troviamo davanti ad un possibile scenario futuro che dimostra nuovamente quanto è cruciale e impegnativa la sfida che aspetta i partecipanti al prossimo Sinodo.

[di Paul De Maeyer su Aleteia.org]

——-

1] L’edizione inglese di Aleteia ha dedicato un articolo alle caratteristiche generali della Generazione Z: 15 Ways Generation Z could change the world

2]  Cfr. Aleteia:  Generation Z has twice as many atheists, research group finds

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