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Domenica, 24 Giugno 2018

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IV Domenica di Quaresima - B

Dal Vangelo secondo Giovanni (3,14-21)

In quel tempo, Gesù disse a Nicodèmo:
«Come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna.
Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio.
E il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce, perché le loro opere erano malvagie. Chiunque infatti fa il male, odia la luce, e non viene alla luce perché le sue opere non vengano riprovate. Invece chi fa la verità viene verso la luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio».

Le parole del vangelo di questa domenica sono in parte parole di Gesù rivolte a Nicodemo (Gv 3,14-15), in parte una meditazione dell’evangelista su tali parole (Gv 3,16-21): esse paiono enigmatiche ma in realtà, se lette con attenzione, sono capaci di ri-velare, di alzare il velo sull’identità di Gesù e sulla sua vicenda.

Nicodemo è un fariseo di Gerusalemme, un notabile, uno di quelli che, “vedendo i segni che Gesù faceva, credevano in lui” (cf. Gv 2,23); questo suo cammino di ricerca è però parziale, inadeguato, ed egli non è capace di giungere alla pienezza della fede. Per paura che la sua fiducia in Gesù venga scoperta da altri, egli si reca infatti da lui di notte, di nascosto (cf. Gv 3,2)… Nicodemo è ancora nella notte, e giungerà alla luce della fede solo dopo la morte di Gesù, quando andrà con grande coraggio al sepolcro dove Gesù stesso è deposto, portando con sé una quantità smisurata di olio profumato per imbalsamarne il corpo (cf. Gv 19,38-42).

Giovanni mette innanzitutto in scena un dialogo tra due maestri, che si riconoscono tali reciprocamente: Nicodemo chiama Gesù “rabbi”, cioè “mio maestro”, e Gesù a sua volta lo definisce “maestro in Israele”. Si tratta però di un dialogo faticoso su una questione difficile, quella della possibilità diun’autentica rinascita dell’uomo. Gesù afferma che questa rinascita può avvenire solo “dall’alto” (Gv 3,3), per azione di Dio, mentre Nicodemo si chiede come è possibile che chi è vecchio ritorni nuovamente nel grembo materno (cf. Gv 3,4)… In risposta a tale obiezione, Gesù parla della forza dello Spirito di Dio, che può operare la vera rinascita (cf. Gv 3,5-8), e poi fa a Nicodemo una grande rivelazione: affinché lo Spirito sia effuso da Dio sull’umanità, occorre che lui, il Figlio dell’uomo, sia “innalzato”, come Mosè aveva innalzato un serpente di bronzo nel deserto, durante l’esodo di Israele dall’Egitto (cf. Nm 21,4-9). Guardando a quell’immagine i figli di Israele erano preservati dalla morte che li colpiva a causa dei serpenti velenosi; come il serpente era un segno di salvezza (cf. Sap 16,5-12), così dunque lo sarà il Figlio dell’uomo una volta innalzato.

Ma cosa significa questo enigmatico essere innalzato? Significa certamente essere posto in alto, elevato da terra, e Gesù lo sarà sul legno della croce (cf. Gv 8,28); ma significa anche essere innalzato da Dio (cf. Gv 12,32), che prenderà Gesù nella sua gloria e lo farà Signore su tutto e su tutti (cf. Fil 2,9-11). Siamo pertanto di fronte a un annuncio della passione, morte e resurrezione di Gesù, fatto con le parole e lo stile propri del quarto vangelo… Ecco unite in una mirabile sintesi la croce e la gloria: la croce segna la fine della vita terrena di Gesù e, nel contempo, manifesta la sua identità di Figlio dell’uomo disceso dal cielo (cf. Gv 3,13) e poi nuovamente innalzato da Dio al cielo.

A questo punto l’evangelista, il contemplativo Giovanni, commenta per noi lettori questa rivelazione di Gesù. L’innalzamento di Gesù avviene perché “Dio ha tanto amato il mondo da dargli il suo Figlio unigenito”: come Abramo non ha esitato a offrire al Signore il suo figlio unico, l’amato, Isacco (cf. Gen 22,1-19), così Dio dona a noi uomini il suo Figlio unico e amatissimo, affinché noi abbiamo la vita in abbondanza (cf. Gv 10,10)… Di fronte agli uomini religiosi, sempre tentati di leggere l’operare di Dio come un giudizio di condanna, il vangelo assicura che “Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui”. Questa è l’intenzione profonda del cuore di Dio, il quale non vuole che il peccatore muoia, ma che viva e sia salvato (cf. Ez 18,23; 33,11)! Sì, “Dio è amore” (1Gv 4,8), e sta a noi, a ciascuno di noi, pronunciare su di sé il giudizio. Come? Aderendo a questo amore, nella consapevolezza che noi tutti siamo peccatori e abbiamo bisogno di misericordia. Se invece rifiutiamo tale amore, attribuiamo a Dio il volto di un Dio perverso – magari credendo di difenderlo! – e finiamo per giudicarci da soli…

In questo cammino verso la Pasqua, il nostro sguardo sia dunque rivolto a Gesù innalzato in croce, come ci invita a fare il discepolo amato: “Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto” (Gv 19,37; cf. Zc 12,10). Contemplando “la verità appesa alla croce senza bellezza né splendore” – secondo le parole di un monaco medioevale – comprenderemo l’amore di Dio per noi in Gesù Cristo, come lo ha compreso con fatica Nicodemo; e, finalmente convertiti, nell’alba di Pasqua giungeremo a credere in pienezza…

Enzo Bianchi

 

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