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Domenica, 19 Agosto 2018

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XIII Domenica T.O. - B

Dal Vangelo secondo Marco (5,21-43)

In quel tempo, essendo Gesù passato di nuovo in barca all’altra riva, gli si radunò attorno molta folla ed egli stava lungo il mare. E venne uno dei capi della sinagoga, di nome Giàiro, il quale, come lo vide, gli si gettò ai piedi e lo supplicò con insistenza: «La mia figlioletta sta morendo: vieni a imporle le mani, perché sia salvata e viva». Andò con lui. Molta folla lo seguiva e gli si stringeva intorno.
Ora una donna, che aveva perdite di sangue da dodici anni e aveva molto sofferto per opera di molti medici, spendendo tutti i suoi averi senza alcun vantaggio, anzi piuttosto peggiorando, udito parlare di Gesù, venne tra la folla e da dietro toccò il suo mantello. Diceva infatti: «Se riuscirò anche solo a toccare le sue vesti, sarò salvata». E subito le si fermò il flusso di sangue e sentì nel suo corpo che era guarita dal male.
E subito Gesù, essendosi reso conto della forza che era uscita da lui, si voltò alla folla dicendo: «Chi ha toccato le mie vesti?». I suoi discepoli gli dissero: «Tu vedi la folla che si stringe intorno a te e dici: “Chi mi ha toccato?”». Egli guardava attorno, per vedere colei che aveva fatto questo. E la donna, impaurita e tremante, sapendo ciò che le era accaduto, venne, gli si gettò davanti e gli disse tutta la verità. Ed egli le disse: «Figlia, la tua fede ti ha salvata. Va’ in pace e sii guarita dal tuo male».
Stava ancora parlando, quando dalla casa del capo della sinagoga vennero a dire: «Tua figlia è morta. Perché disturbi ancora il Maestro?». Ma Gesù, udito quanto dicevano, disse al capo della sinagoga: «Non temere, soltanto abbi fede!». E non permise a nessuno di seguirlo, fuorché a Pietro, Giacomo e Giovanni, fratello di Giacomo.
Giunsero alla casa del capo della sinagoga ed egli vide trambusto e gente che piangeva e urlava forte. Entrato, disse loro: «Perché vi agitate e piangete? La bambina non è morta, ma dorme». E lo deridevano. Ma egli, cacciati tutti fuori, prese con sé il padre e la madre della bambina e quelli che erano con lui ed entrò dove era la bambina. Prese la mano della bambina e le disse: «Talità kum», che significa: «Fanciulla, io ti dico: àlzati!». E subito la fanciulla si alzò e camminava; aveva infatti dodici anni. Essi furono presi da grande stupore. E raccomandò loro con insistenza che nessuno venisse a saperlo e disse di darle da mangiare.

Dalla terra pagana di Gerasa, Gesù fa ritorno alla riva del lago adiacente a Cafarnao, e qui molta folla si raduna attorno a lui: Gesù è ormai conosciuto, è ritenuto maestro e profeta da molti che lo cercano e vanno a lui per ascoltarlo e, nello stesso tempo, per presentargli la loro situazione di bisogno, sperando di ottenere liberazione da ciò che minaccia la loro esistenza.

Anche Giairo, un capo della sinagoga, un uomo che aveva cioè una funzione socio-religiosa ufficiale all’interno del popolo di Israele, incurante dell’inimicizia e dei sospetti nutriti dalle autorità giudaiche verso Gesù, si reca da lui a chiedergli aiuto per la figlia dodicenne, gravemente malata e ormai prossima alla morte. Quest’uomo prega secondo le proprie capacità: «si gettò ai piedi di Gesù e lo supplicava con insistenza: “La mia figlioletta è agli estremi; vieni a imporle le mani perché sia guarita e viva!”». Subito Gesù acconsente e si incammina verso la casa di Giairo, mentre la folla che lo segue si accalca intorno a lui…

In quella ressa tumultuosa una donna cerca di mettersi in relazione con Gesù per essere guarita: è malata di emorragia, si trova dunque in uno stato di impurità secondo la Legge (cf. Lv 25,25-30) che la costringerebbe a vivere segregata, astenendosi da ogni contatto con altre persone; eppure, spinta dalla fede in quel profeta di Galilea e dalla speranza nella sua “forza”, cerca di toccare il suo mantello. È un altro modo per avvicinarsi a Gesù e porsi in relazione con lui: senza proferire parola, ma semplicemente toccandolo (cf. 1Gv 1,1). «E subito le si fermò il flusso di sangue, e sentì nel suo corpo che era stata guarita da quel male».

Gesù avverte però di essere stato toccato in modo particolare da quella donna; nonostante la calca egli sente infatti uscire dal suo corpo una potenza risanante, una risposta alla domanda di chi ha fede in lui: siamo qui di fronte a un evento di straordinaria comunicazione tra le fede della donna che sfiora Gesù e la compassione dello stesso Gesù che immediatamente le risponde… Ora, secondo la Legge Gesù ha appena contratto l’impurità che grava su quella donna, eppure non la rimprovera, non conferma le barriere innalzate dalle prescrizioni religiose; al contrario, le rivolge parole frutto di profondo discernimento e di grande umanità: «Figlia, la tua fede ti ha salvata. Va’ in pace e sii guarita dal tuo male». Non è avvenuta alcuna azione di magia, bensì un evento dovuto alla fede, un segno di salvezza e di pace messianica offerto a chi si è avvicinato a Gesù con fede!

Dopo questo inciso, l’evangelista riprende la narrazione dell’episodio precedente: «Mentre ancora Gesù parlava, dalla casa del capo della sinagoga vennero a dirgli: “Tua figlia è morta. Perché disturbi ancora il maestro?”». Ancora una volta, però, Gesù reagisce con parole che disorientano i suoi interlocutori; egli si rivolge a Giairo dicendo: «Non temere, continua solo ad avere fede! … La bambina non è morta, ma dorme». Sì, la fede non può essere un fatto di breve durata, ma deve essere adesione salda e perseverante, anche di fronte alle contraddizioni più gravi: in caso contrario non è fede autentica, ma solo un effimero slancio del cuore (cf. Mc 4,16-17)! Ecco infatti che Gesù, seguito dai tre discepoli più intimi, quelli che saranno i testimoni della trasfigurazione (cf. Mc 9,2) e dell’agonia al Getsemani (cf. Mc 14,33), rivela la sua potenza sul male estremo, la morte: «Presa la mano della bambina, le disse: “Fanciulla, io ti dico, svegliati!”. Subito la fanciulla si rialzò». In questo episodio così quotidiano fa capolino il linguaggio cristiano per parlare della resurrezione (cf. Ef 5,14), profeticamente annunciata in questo segno operato da Gesù: aver fede in Gesù significa mettere in lui la propria speranza, riconoscendolo pienamente Signore su ogni male, e addirittura sulla morte.

Ancora oggi noi che cerchiamo Gesù andiamo a lui gridando il nostro bisogno, oppure in preda alla vergogna di chi non osa neppure chiamare per nome le malattie che lo assalgono. Eppure non dobbiamo temere nulla: basta che noi desideriamo con cuore sincero il contatto e la relazione con lui, «il Santo di Dio» (cf. Mc 1,24; Lc 4,34; Gv 6,69), per essere da lui purificati, guariti e santificati.

Enzo Bianchi

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