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Domenica, 19 Agosto 2018

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XVIII Domenica T.O. - B

Dal Vangelo secondo Giovanni (6,24-35)

In quel tempo, quando la folla vide che Gesù non era più là e nemmeno i suoi discepoli, salì sulle barche e si diresse alla volta di Cafàrnao alla ricerca di Gesù. Lo trovarono di là dal mare e gli dissero: «Rabbì, quando sei venuto qua?».
Gesù rispose loro: «In verità, in verità io vi dico: voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati. Datevi da fare non per il cibo che non dura, ma per il cibo che rimane per la vita eterna e che il Figlio dell’uomo vi darà. Perché su di lui il Padre, Dio, ha messo il suo sigillo».
Gli dissero allora: «Che cosa dobbiamo compiere per fare le opere di Dio?». Gesù rispose loro: «Questa è l’opera di Dio: che crediate in colui che egli ha mandato».
Allora gli dissero: «Quale segno tu compi perché vediamo e ti crediamo? Quale opera fai? I nostri padri hanno mangiato la manna nel deserto, come sta scritto: “Diede loro da mangiare un pane dal cielo”». Rispose loro Gesù: «In verità, in verità io vi dico: non è Mosè che vi ha dato il pane dal cielo, ma è il Padre mio che vi dà il pane dal cielo, quello vero. Infatti il pane di Dio è colui che discende dal cielo e dà la vita al mondo».
Allora gli dissero: «Signore, dacci sempre questo pane». Gesù rispose loro: «Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà fame e chi crede in me non avrà sete, mai!».

«Quando la folla vide che Gesù non era più là, salì sulle barche e si diresse alla volta di Cafarnao alla ricerca di Gesù». Il giorno prima, di fronte al segno della moltiplicazione dei pani compiuto da Gesù, la gente voleva acclamarlo re; Gesù allora si era ritirato sulla montagna (cf. Gv 6,15), perché solo con questo suo sottrarsi ad attese mondane poteva insegnare che egli è un Messia «altro», che il suo regno non è di questo mondo (cf. Gv 18,36).

La folla però persiste in questa sua ricerca ostinata di Gesù e, trovatolo aldilà del mare di Galilea, gli chiede: «Rabbi, quando sei venuto qui?». Ma il vero problema non è sapere quando Gesù sia giunto in questo luogo, bensì interrogarsi sulle motivazioni profonde per cui lo si cerca. Ed è lo stesso Gesù a mettere a nudo questa differenza cruciale, ri-orientando la «fame» della gente: «in verità vi dico, voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati». Egli vuole spostare l’attenzione di queste persone, chiedendo loro di mutare il loro bisogno di cibo in desiderio di un altro cibo, quello che viene da Dio: «Procuratevi non il cibo che perisce, ma quello che dura per la vita eterna, e che il Figlio dell’uomo vi darà». Come sempre nel quarto vangelo, occorre passare dalla visione del segno alla contemplazione nella fede di chi lo ha compiuto, Gesù, l’Inviato di Dio, «colui sul quale Dio ha posto il suo sigillo».

Udite queste parole, la folla entra in dialogo con Gesù, ma con un atteggiamento di fondo sviante, come se la salvezza fosse qualcosa che l’uomo deve conquistare facendo opere meritorie: «Che cosa dobbiamo fare per compiere le opere di Dio?». Gesù allora ribadisce nuovamente che all’uomo è chiesto solo di saper accogliere un dono, di rispondere con la fede al dono per eccellenza fatto al mondo dal Padre, quello del Figlio amato: «Questa è l’opera di Dio: credere in colui che egli ha mandato». L’evangelista del resto lo aveva già detto, commentando l’incontro tra Gesù e Nicodemo: «Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna» (Gv 3,16)…

E questa fede nasce dall’ascolto obbediente di Gesù, proprio quello che la folla qui non riesce a compiere, rifugiandosi invece ancora una volta nella pretesa di avere da lui dei segni, dei «miracoli» capaci di rassicurare con la loro evidenza: «Quale segno tu fai perché vediamo e possiamo crederti? Quale opera compi?». Anzi, questa volta i giudei rivestono le loro parole di un’aura religiosa, sacrale, ricordando a Gesù l’evento straordinario della manna donata a Israele nel deserto (cf. Es 16,11-36); e per rendere ancora più solenne la loro richiesta citano un versetto del salmo: «Diede loro da mangiare un pane dal cielo» (Sal 78,24).

Gesù, lui sì, sa porsi in ascolto dei suoi interlocutori, si sforza di partire dalle loro parole per convertire i loro sguardi e condurre alla fede i lori cuori. Essi hanno parlato della manna e, a questo proposito, Gesù li fa risalire dal dono al Donatore: «non Mosè vi ha dato il pane dal cielo, ma il Padre mio vi dà il pane dal cielo, quello vero». Insomma, la manna era un cibo che nutriva i corpi, ma restava un cibo che perisce; per gli occhi illuminati dalla fede poteva però essere un segno, il segno che rimandava alla realtà del pane vero: «il pane di Dio è colui che discende dal cielo e dà la vita al mondo».

A questo punto la folla, che sembra incominciare a compiere quel movimento interiore indicatole da Gesù, gli chiede: «Signore, dacci sempre questo pane», così come la donna samaritana, colpita dalla sua autorevolezza, gli aveva detto: «Signore, dammi di quest’acqua perché non abbia più sete e non continui a venire al pozzo ad attingere» (Gv 4,15). Gesù, in risposta, consegna la rivelazione centrale di questo capitolo sesto: «Io sono il pane della vita: chi viene a me non avrà più fame e chi crede in me non avrà più sete». Essa sarà poi ulteriormente precisata da un lungo discorso che mediteremo nelle prossime domeniche, in cui Gesù farà il grande annuncio eucaristico, concludendolo con queste parole: «Io sono il pane vivo disceso dal cielo, non come quello che mangiarono i padri vostri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno» (Gv 6,51.58).

Ma dalla pagina evangelica odierna emerge per noi con chiarezza una semplice domanda: sappiamo ascoltare in profondità Gesù e, soprattutto, lasciare che sia lui a orientare la nostra ricerca? Questo è il modo più concreto e quotidiano per sperimentare che è lui il pane, il nostro vero nutrimento, ora e poi per la vita eterna.

Enzo Bianchi

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