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Mercoledì, 20 Marzo 2019

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Santa Famiglia di Nazareth - C

Dal Vangelo secondo Luca (2,41-52)

I genitori di Gesù si recavano ogni anno a Gerusalemme per la festa di Pasqua. Quando egli ebbe dodici anni, vi salirono secondo la consuetudine della festa. Ma, trascorsi i giorni, mentre riprendevano la via del ritorno, il fanciullo Gesù rimase a Gerusalemme, senza che i genitori se ne accorgessero. Credendo che egli fosse nella comitiva, fecero una giornata di viaggio, e poi si misero a cercarlo tra i parenti e i conoscenti; non avendolo trovato, tornarono in cerca di lui a Gerusalemme.
Dopo tre giorni lo trovarono nel tempio, seduto in mezzo ai maestri, mentre li ascoltava e li interrogava. E tutti quelli che l’udivano erano pieni di stupore per la sua intelligenza e le sue risposte.
Al vederlo restarono stupiti, e sua madre gli disse: «Figlio, perché ci hai fatto questo? Ecco, tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo». Ed egli rispose loro: «Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?». Ma essi non compresero ciò che aveva detto loro.
Scese dunque con loro e venne a Nàzaret e stava loro sottomesso. Sua madre custodiva tutte queste cose nel suo cuore. E Gesù cresceva in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini.

Nel tempo che va dalla notte di Natale fino alla festa dell’Epifania noi ascoltiamo brani evangelici che ci narrano la nascita di Gesù a Betlemme e l’andare verso di lui da parte dei pastori, i poveri di Israele (cf. Lc 2,15-20), e dei magi, i sapienti delle genti (cf. Mt 2,1-12). In questa domenica, però, sostiamo su un altro aspetto del mistero della venuta di Gesù nella carne: la chiesa ci chiede di fare memoria dei genitori di Gesù, di questa famiglia in cui Gesù è nato, è stato allevato ed è cresciuto.

Va detto con chiarezza che questa famiglia è di fatto una realtà unica e non ripetibile nella storia: c’è una donna, Maria, che diviene madre di un figlio nonostante la sua verginità e lo concepisce nella forza dello Spirito santo (cf. Lc 1,31-35); c’è Giuseppe che è padre di Gesù secondo la Legge, è suo padre perché lo ha educato; c’è Gesù, questo Figlio che solo Dio, il Padre, poteva dare agli uomini, un Figlio unico in tutti i sensi… Siamo dunque di fronte a una famiglia unica, non certo imitabile nella sua vicenda! Ma che cosa da essa si può cogliere di esemplare per le nostre famiglie, le quali, soprattutto oggi, vivono una situazione di crisi, contraddette come sono dalla cultura, dai comportamenti, dai «modelli» della vita odierna? C’è un messaggio per le nostre famiglie in questo brano del vangelo? Sì, perché, a prescindere dall’assoluta singolarità della sua vicenda, le gioie e le sofferenze sperimentate dalla famiglia di Nazaret sono umanissime, e quindi riguardano ogni forma di famiglia e di vita comune…

Certo, siamo di fronte a una famiglia ebrea, a una famiglia credente che cerca di essere obbediente alle esigenze della Legge: per questo Maria e Giuseppe educano Gesù nella fede dei padri, gli trasmettono la conoscenza del «Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe» (Es 3,6; Lc 20,37) e gli insegnano a pregare questo Dio invisibile eppure presente nella fede. In tale opera di trasmissione della fede, quando Gesù compie dodici anni e diventa «figlio del comandamento» (bar mizwah) essi lo portano al tempio di Gerusalemme, durante la festa di Pasqua. Nel viaggio di andata tutto va per il meglio, ma mentre stanno tornando a Nazaret i genitori si accorgono che Gesù è scomparso. È fuggito? L’hanno perso? Chi dei due doveva fare più attenzione? È così che Maria e Giuseppe, angosciati per l’accaduto, fanno ritorno a Gerusalemme, nella speranza di trovarlo. Per tre lunghissimi giorni ha luogo la ricerca di Gesù, una ricerca che poteva dar luogo a incomprensioni e ad accuse reciproche tra i due coniugi. Quando infatti siamo angosciati e la sofferenza ci assale, siamo anche tentati di opporci tra di noi e di riversare le colpe su chi ci sta accanto: non è forse questo il dramma di tanti coniugi?

Ed ecco finalmente il ritrovamento: Gesù è nel tempio, seduto in mezzo ai rabbini, intento ad ascoltarli e a porre loro domande. E si faccia attenzione: Gesù non è qui per insegnare, è semplicemente un ragazzo già capace di essere discepolo, grazie all’ascolto di quelli che, per la loro assiduità alla Parola di Dio contenuta nella Scrittura, sono «dottori», maestri nell’interpretazione della Legge. I suoi genitori, al vederlo, sono colti da stupore e Maria gli dice con tono di rimprovero: «Figlio, perché ci hai fatto questo? Ecco, tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo!». Ma Gesù le risponde: «Non sapevate che io devo stare presso il Padre mio?», ovvero: non sapevate che la mia casa è il Tempio, là dove abita la Presenza di Dio, e che io devo stare presso il Padre? Maria e Giuseppe, però, non comprendono tale affermazione e, pur lieti di aver ritrovato Gesù, portano nel cuore l’oscurità di queste sue parole, che li obbligano ad accettare anche l’enigma nella vita del loro figlio, ad ammettere di non conoscerlo pienamente. Luca annota in ogni caso che Maria, come suo solito, «conservava tutti questi eventi nel suo cuore» (cf. Lc 2,19), cercando di leggerli nella fede…

In questa famiglia Gesù «cresce in età, sapienza e grazia davanti a Dio e agli uomini» (cf. 1Sam 2,26) e, come tutti i ragazzi, conosce il cammino verso la maturità e la pienezza della vita. I suoi genitori, responsabili in parte della sua crescita, dovranno un giorno accettare la separazione di Gesù da loro, la rottura (cf. Lc 8,19-21): saranno ore dolorose e difficili da comprendere, eppure ore pasquali… Sì, la famiglia di Gesù è unica e non assomiglia a nessuna famiglia umana, ma ciò che essa ha vissuto è umano, umanissimo, e in quanto tale riguarda ogni tipo di famiglia e di vita comune!

Enzo Bianchi

 

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