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Domenica, 24 Febbraio 2019

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II Domenica T.O. - C

Dal Vangelo secondo Giovanni (2,1-11)

In quel tempo, vi fu una festa di nozze a Cana di Galilea e c’era la madre di Gesù. Fu invitato alle nozze anche Gesù con i suoi discepoli.
Venuto a mancare il vino, la madre di Gesù gli disse: «Non hanno vino». E Gesù le rispose: «Donna, che vuoi da me? Non è ancora giunta la mia ora». Sua madre disse ai servitori: «Qualsiasi cosa vi dica, fatela».
Vi erano là sei anfore di pietra per la purificazione rituale dei Giudei, contenenti ciascuna da ottanta a centoventi litri. E Gesù disse loro: «Riempite d’acqua le anfore»; e le riempirono fino all’orlo. Disse loro di nuovo: «Ora prendetene e portatene a colui che dirige il banchetto». Ed essi gliene portarono.
Come ebbe assaggiato l’acqua diventata vino, colui che dirigeva il banchetto – il quale non sapeva da dove venisse, ma lo sapevano i servitori che avevano preso l’acqua – chiamò lo sposo e gli disse: «Tutti mettono in tavola il vino buono all’inizio e, quando si è già bevuto molto, quello meno buono. Tu invece hai tenuto da parte il vino buono finora».
Questo, a Cana di Galilea, fu l’inizio dei segni compiuti da Gesù; egli manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui.

Nella festa dell’Epifania del Signore la chiesa indivisa celebrava insieme la manifestazione di Gesù ai Magi, cioè alle genti, la manifestazione di Gesù al popolo di Israele avvenuta nel Battesimo e la manifestazione di Gesù ai suoi discepoli avvenuta a Cana. Quest’anno la liturgia ci fa contemplare questi tre misteri nell’Epifania e nelle due domeniche successive: per questo, prima di iniziare l’ascolto cursivo della buona notizia nel vangelo secondo Luca, oggi sostiamo su una pagina del quarto vangelo, «l’inizio dei segni operati da Gesù» nell’episodio svoltosi a Cana di Galilea.

Secondo il quarto vangelo, il vangelo «altro» rispetto ai sinottici, l’attività pubblica di Gesù incomincia con un «segno», un’azione che, a una lettura superficiale, può apparire strana. A Cana, oscura borgata della Galilea, è in corso una festa di nozze – che secondo l’usanza del tempo durava per più giorni – alla quale è presente la madre di Gesù. Più tardi vi giunge anche Gesù con i suoi discepoli. Ma chi sono gli sposi? Perché di loro non si dice nulla? Perché non intervengono? Questo strano silenzio è per noi un invito a comprendere in profondità il racconto: si tratta di decodificare un messaggio esposto in un linguaggio simbolico…

Ebbene, nel corso di questo matrimonio viene a mancare il vino, e ciò minaccia gravemente la gioia conviviale. La madre di Gesù si rivolge dunque a lui dicendogli: «Non hanno vino». Essa non chiede nulla, non impone al figlio ciò che egli deve fare; gli espone semplicemente la situazione, rispettando pienamente la sua libertà e rimettendosi alla sua iniziativa. Gesù reagisce in modo duro, sembra addirittura non riconoscere il legame di sangue presente tra sé e la madre. La chiama: «donna», come se fosse per lui una sconosciuta, e prende da essa le distanze affermando: «Che c’è fra me e te?». Ma queste parole acquistano un significato diverso per chi ricorda che, al momento di intraprendere la sua missione, Gesù aveva lasciato la casa e la madre, formando con i suoi discepoli una nuova famiglia (cf. Mc 3,20-21.31-35)...

Poi Gesù aggiunge: «La mia ora non è ancora venuta», parola enigmatica, anticipazione di un altro tempo che verrà, della sua «ora» (cf. Gv 12,23; 13,1; 17,1): quella in cui attraverso la sua morte e resurrezione saranno celebrate le nozze definitive tra Gesù, lo Sposo, e l’umanità intera… Dal giorno delle nozze di Cana Gesù incomincia ad andare verso tale ora, e dà inizio al suo cammino con un preciso segno. Sua madre dice ai servi: «Fate quello che vi dirà», mostrandosi totalmente obbediente al Figlio e chiedendo che la sua parola sia ascoltata e realizzata: e subito l’acqua presente in alcune anfore per un rituale di purificazione si muta in vino abbondante. E allora è possibile la festa piena, l’inizio del tempo del fidanzamento tra Gesù e la sua comunità, sua sposa (cf. 2Cor 11,2; Ef 5,31-33), profezia delle sue nozze con tutta l’umanità… Per questo l’evangelista commenta che con quel suo primo segno «Gesù manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui»: le vere nozze qui celebrate sono quelle tra Cristo e la sua chiesa, attraverso il vino abbondante del Regno di Dio, delle nozze messianiche (cf. Is 25,6)… Non a caso, subito dopo questo evento Giovanni il Battezzatore potrà definirsi «l’amico dello Sposo» (Gv 3,29) ormai venuto; anzi, ascoltando la voce dello Sposo che parla alla sposa, cioè alla comunità dei discepoli ormai passati dallo stesso Giovanni a Gesù, egli trasalirà di una gioia inesprimibile…

Gesù è lo sposo messianico, venuto a celebrare le nozze con la sua comunità, con quelli che, aderendo a lui con tutta la loro vita, cercano di essere la sposa che Dio da sempre cerca e ama: ma noi cristiani abbiamo ancora la consapevolezza di essere la comunità–sposa di Gesù Cristo?
Comprendiamo ancora che ogni domenica nella liturgia eucaristica siamo invitati a celebrare la nostra alleanza eterna con il Signore, comunicando al vino buono e abbondante del Regno, in attesa della sua venuta nella gloria (cf. Ap 22,17-20)?

Enzo Bianchi

 

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