La Proposta Formativa MGF Sicilia 2007/2008 
 


Ed ora io stesso esporrò l'attività della fazione cristiana, affinché, dopo averne confutato le cose negative,

ne dimostri quelle buone. Siamo una corporazione, che ha per base la consapevolezza di una religione comune, l'unità di una disciplina comune e il patto di una speranza comune.
Ci raccogliamo in adunanze e riunioni, per circondare, pregando, Dio con le suppliche,

come con un manipolo serrato. Questa violenza è a Dio gradita.

Preghiamo anche per gl'imperatori, per i loro ministri e magistrati, per la stabilità del mondo,

per la tranquillità della vita, per la dilazione della fine.
Ci raccogliamo per la lettura della Scrittura divina, se qualche caratteristica del tempo presente c'induce a preannunziare un fatto o a riconoscerne il compimento. Certamente con le parole sante nutriamo la fede, confortiamo la speranza, consolidiamo la fiducia, rafforziamo la disciplina non foss'altro inculcandone i precetti. Ivi stesso, infatti, hanno luogo esortazioni, correzioni e punizioni in nome di Dio.
E infatti vi si giudica con grande ponderatezza, come tra persone che sono certe di trovarsi al cospetto di Dio; ed è un grande anticipo del giudizio futuro, se uno qualcuno si sia reso colpevole al punto da essere allontanato dalla comunione della preghiera e delle riunioni e di ogni santa relazione.

Presiedono i più anziani, tutti approvati, che hanno conseguito codesta carica non pagando,

ma rendendo testimonianza: poiché nessuna cosa di Dio costa danaro.
Anche se c'è una specie di cassa, il danaro che vi si raccoglie non deriva da contributi onorari,

quasi prezzo d'acquisto della carica religiosa. Ognuno versa una monetuzza in un giorno del mese o quando vuole e soltanto se vuole e soltanto se può. Poiché nessuno vi è costretto, ma il contributo è spontaneo.

Sono questi, per così dire, i depositi della pietà.
E, infatti, vi si attinge non per provvedere a banchetti, né a bicchierate, né a gozzoviglie spinte oltre il desiderio: ma per nutrire i poveri e seppellirli, i fanciulli e le fanciulle rimasti privi di mezzi e di genitori, i servitori vecchi e i naufraghi e quelli che, condannati nelle miniere o nelle isole o nelle prigioni soltanto per appartenere alla setta di Dio, diventano pupilli della religione da loro confessata.
Ma specialmente la pratica di tale amore ci procura l'annotazione presso alcuni.

"Guardate - dicono - come si amano tra loro (mentre essi, infatti, fra loro si odiano),

e come sono pronti a morire l'uno per l'altro (essi, infatti, sono più pronti ad ammazzarsi a vicenda)".
Ma anche per il fatto che ci chiamiamo fratelli, non per altro motivo penso, perdono la testa, perché tra di essi ogni termine di consanguineità, quanto all'affetto, è una finzione. Inoltre siamo anche fratelli vostri per legge di natura, unica madre, anche se voi siete troppo poco uomini, perché cattivi fratelli.
Ma quanto più degnamente fratelli si dicono e si ritengono coloro che riconoscono un unico Dio come padre, che si sono abbeverati a un unico spirito di santità, che da un unico grembo della medesima ignoranza, con un pauroso stupore, emersero a un'unica luce di verità.
Ma forse per questo siamo ritenuti meno fratelli legittimi,

perché nessuna tragedia declama sull'argomento della nostra fraternità,

o perché siamo fratelli nella comunione dei beni familiari, che tra di voi, di solito, i fratelli dividono.
Perciò noi, che siamo uniti nell'animo e nella vita, non esitiamo a mettere in comune le sostanze.
Il nostro pranzo rende ragione di sè dal suo nome: si chiama con un termine che in greco vale "amore". Per quanto grandi siano le spese che costa, è guadagno fare una spesa in nome della pietà, dato che, con questo ristoro, aiutiamo tutti i bisognosi; non come presso di voi i parassiti aspirano alla gloria di asservire la loro libertà, a condizione di rimpinzarsi la pancia sotto gl'insulti; ma come davanti a Dio è maggiore il riguardo per gli umili.
Di là si ritorna non per costituire caterve di assassini, né schiere di vagabondi, né per abbandonarci alla sfrenatezza, ma per continuare la stessa cura della modestia e della pudicizia, come chi abbia mangiato non tanto un pranzo, quanto un insegnamento. Codesta adunata di Cristiani è certamente illecita, se è pari alle cose illecite; certamente da condannarsi, se ci si lamenta di essa allo stesso titolo che delle conventicole.
Per la rovina di chi ci raduniamo qualche volta? Noi siamo la stessa cosa se riuniti, come se separati; la stessa cosa se tutti insieme, come se singolarmente; nessuno offendendo, nessuno contristando. Quando si radunano persone oneste, buone, pie, caste, non è il caso di parlare di fazione, ma di assemblea.
(Apologeticum, 39,1-11.16.19-20 [trad. in italiano corrente di fra’ D. Lauricella])
 

 

La Proposta Formativa 2007/2008 si pone, con coerenza, in continuità con le precedenti. Siamo, infatti, arrivati al terzo anno della memoria delle origini del carisma francescano negli ottocento anni della conversione del Serafico Padre San Francesco. Così, dopo aver riflettuto sulla nostra vocazione sul modello di Francesco, chiedendo al Signore, insieme a lui, "Cosa vuoi che io faccia?", e ricercato il Volto di Dio in ogni aspetto umano e religioso della vita perché tutta la nostra esistenza abbia in Lui il suo inizio ed il suo compimento, ci avviamo a fare memoria di una delle caratteristiche del carisma francescano che più di ogni altra ci avvicina all'anima del Vangelo ed esprime quel costante riferimento alla Chiesa delle origini che Francesco ricercava costituendo l'Ordine Francescano quale "fraternità evangelica".

Perciò, se il primo anno del nostro ripercorrere le origini del carisma francescano è approdato al mandato del Crocifisso di andare e riparare la "casa del Signore", cioè la Chiesa, e nel secondo anno, proprio pochi mesi fa, abbiamo ricercato, scoperto e contemplato il Volto di Dio nella Parola, nei Sacramenti e nel volto stesso di ogni uomo, soprattutto quello debole e bisognoso, in questo terzo anno dell'ottavo centenario francescano ricercheremo il naturale approdo del nostro viaggio: la fraternità come luogo in cui risplende il Volto di Dio come luce e, pertanto, sacramento di salvezza per ogni uomo. È questa, infatti, la misura di quel "restauro" della Chiesa a cui il Signore chiama Francesco e ogni suo seguace.

 

Proprio per disposizione della Provvidenza divina, che lo dirigeva in ogni cosa, il servo di Cristo aveva restaurato materialmente tre chiese [San Damiano, S. Pietro e S. Maria degli Angeli], prima di fondare l'Ordine e di darsi alla predicazione del Vangelo. In tal modo non solamente egli aveva realizzato un armonioso progresso spirituale, elevandosi dalle realtà sensibili a quelle intelligibili, dalle minori alle maggiori; ma aveva anche, con un'opera tangibile, mostrato e prefigurato simbolicamente la sua missione futura.
Infatti, così come furono riparati i tre edifici, sotto la guida di quest'uomo santo si sarebbe rinnovata la Chiesa in tre modi: secondo la forma di vita, secondo la Regola e secondo la dottrina di Cristo da lui proposte - e avrebbe celebrato i suoi trionfi una triplice milizia di eletti. E noi ora costatiamo che così è avvenuto. (FF 1050)

 

S. Bonaventura, autore della Legenda Maggiore da cui abbiamo tratto il sopra citato passaggio, sottolinea il modo in cui Francesco e i suoi seguaci hanno contribuito al restauro della Chiesa: la forma di vita, la Regola e la dottrina di Cristo, che così possiamo tradurre: il Vangelo, la Fraternità, la fedeltà alla Chiesa. Infatti, per Francesco la forma di vita è “osservare il santo Vangelo del Signore nostro Gesù Cristo”; la Regola, nell’accezione giuridica che gli da S. Bonaventura, è la declinazione giuridica del Vangelo in quanto norma della vita fraterna; la dottrina di Cristo fa riferimento a quella che viene definita la “cattolicità romana” di Francesco che esige dai frati tutta l’integrità della fede e della vita cristiana, vissuta con tutti i sacramenti affidati alla cura della medesima Chiesa, unica custode e fedele amministratrice del Vangelo, affinché, sempre sudditi e soggetti ai piedi della medesima santa Chiesa, stabili nella fede cattolica, osserviamo la povertà, l’umiltà e il santo Vangelo del Signore nostro Gesù Cristo, che abbiamo fermamente promesso. (Rb XII; FF 109) Alle sette ereticali della sua epoca che avevano scelto per unica norma la Sacra Scrittura, Francesco oppone il binario della cattolicità interiore: il Vangelo vissuto secondo la forma della santa Chiesa cattolica romana. Francesco voleva che il vivere secondo la forma del santo Vangelo fosse arginato e protetto dal vivere secondo la forma della Santa Chiesa romana.
Sommando insieme questi tre elementi, possiamo evidenziare l’unico modo che Francesco attuò per adempiere alla missione affidatagli dal Cristo: vivere il Vangelo di Cristo, in fraternità, secondo la forma della santa Chiesa cattolica romana.
Se, dunque, c’è una caratteristica che contraddistingue il carisma francescano e rappresenta il fulcro stesso della vocazione francescana è la fraternità. Ma non un vivere da fratelli come esperienza paradisiaca di pace e di amore universale alla “figli dei fiori”, bensì delimitata da due pilastri che la mantengono della sua originalità: il Vangelo da una parte e la Chiesa dall’altra.

Così delineata, la fraternità francescana manifesta nell’oggi della storia l’archetipo della fraternità evangelico-ecclesiale, quella descritta in Atti 2,42-47: Erano assidui nell’ascoltare l’insegnamento degli apostoli e nell’unione fraterna, nella frazione del pane e nelle preghiere. Un senso di timore era in tutti e prodigi e segni avvenivano per opera degli apostoli. Tutti coloro che erano diventati credenti stavano insieme e tenevano ogni cosa in comune; chi aveva proprietà e sostanze le vendeva e ne faceva parte a tutti, secondo il bisogno di ciascuno. Ogni giorno tutti insieme frequentavano il tempio e spezzavano il pane a casa prendendo i pasti con letizia e semplicità di cuore, lodando Dio.
Francesco d’Assisi, dunque, riproponendo la forma di vita della fraternità delle origini, fondata sull’insegnamento evangelico degli apostoli e il loro magistero e guida, sulla comunione fraterna, eucaristica e dei beni spirituali e materiali, compie un restauro non di facciata; non aggiunge altre cose e opere a quelle che la Chiesa fino ad allora aveva posto in essere; non si prodiga, come altri fondatori che lo hanno preceduto o che verranno, a edificare cattedrali e santuari, opere sociali e caritative, istituti e centri educativi, ecc.; ma semplicemente riporta la Chiesa al punto di partenza, alle sue radici, alla sua identità più profonda ed autentica e che, sola, può dare senso ad ogni altra opera. In termini moderni, possiamo dire che Francesco non si limita ad un restauro “conservativo”, inteso come operazione necessaria ad arrestare il degrado dell’organismo architettonico o, ancora, un restauro “filologico” mirante alla ricostruzione di parti mancanti e considerate essenziali per la lettura dell’ambiente architettonico. Francesco compie una operazione di restauro “integrale” dell’edificio spirituale che è la Chiesa, riportandola al suo splendore originario così come è stata voluta da Dio e che Cristo acquistò col suo sangue, come lo Spirito Santo gli avrebbe fatto capire e come egli stesso rivelò in seguito ai frati. (FF 1038).

 


GUARDATE COME SI AMANO
Nella storia della Chiesa il primo segno di riconoscimento dei cristiani è stato quello dell’amore vicendevole. Nella prima, esemplare, comunità cristiana, il segno dell’appartenenza alla comunità era quello di avere un cuor solo e un’anima sola.
Il brano prima citato di Atti 2 si conclude al versetto 47: e godendo la simpatia di tutto il popolo. E prosegue nel 48: Intanto il Signore ogni giorno aggiungeva alla comunità quelli che erano salvati. Questa conclusione ci dice quanto, già presso il popolo giudaico, nonostante l’avversione per la nuova dottrina, i cristiani si contraddistinguevano per l’amore fraterno che suscitava la simpatia e attraeva alla comunità nuovi membri. E nell’antica Roma, così refrattaria ad accogliere il messaggio di Cristo, l’esperienza più sconvolgente per i pagani era quella di costatare: Guardate come si amano!
L’esclamazione che abbiamo scelto a slogan di quest’anno formativo, è tratta dall’Apologeticum, probabilmente il primo scritto in assoluto della letteratura cristiana latina e capolavoro di tutta la produzione di Tertulliano.
Di Quintus Septimius Florens Tertullianus «non conosciamo con esattezza le date della sua nascita e della sua morte. Sappiamo invece che a Cartagine, verso la fine del II secolo, da genitori e da insegnanti pagani, ricevette una solida formazione retorica, filosofica, giuridica e storica. Si convertì poi al cristianesimo, attratto - come pare - dall’esempio dei martiri cristiani. Cominciò a pubblicare i suoi scritti più famosi nel 197. Ma una ricerca troppo individuale della verità insieme con le intemperanze del carattere — era un uomo rigoroso — lo condussero gradualmente a lasciare la comunione con la Chiesa e ad aderire alla setta del montanismo. Tuttavia, l’originalità del pensiero, unita all’incisiva efficacia del linguaggio, gli assicurano una posizione di spicco nella letteratura cristiana antica.
Sono famosi soprattutto i suoi scritti di carattere apologetico. Essi manifestano due intenti principali: quello di confutare le gravissime accuse che i pagani rivolgevano contro la nuova religione, e quello - più propositivo e missionario - di comunicare il messaggio del Vangelo in dialogo con la cultura del tempo. La sua opera più nota, l’Apologetico, denuncia il comportamento ingiusto delle autorità politiche verso la Chiesa; spiega e difende gli insegnamenti e i costumi dei cristiani; individua le differenze tra la nuova religione e le principali correnti filosofiche del tempo; manifesta il trionfo dello Spirito, che alla violenza dei persecutori oppone il sangue, la sofferenza e la pazienza dei martiri: “Per quanto raffinata - scrive l’Africano -, a nulla serve la vostra crudeltà: anzi, per la nostra comunità, essa è un invito. A ogni vostro colpo di falce diveniamo più numerosi: il sangue dei cristiani è una semina efficace! (semen est sanguis christianorum!)” (Apologeticum 50,13)»
(Benedetto XVI, Udienza Generale, 30 maggio 2007)

Al Capo 39 incontriamo l’esclamazione “Guardate come si amano”, dall’autore messa in bocca ai pagani, che pur disprezzando la nuova religione e accusando delle peggiore infamie i suoi adepti, restano però ammirati dallo stile di vita delle loro comunità. E non c’è ragione di dubitare di questa ammirazione e di tale esclamazione, se è vero che Tertulliano, in particolare nell’Apologetico, fa sfoggio della sua bravura di avvocato usa uno stile letterario e un periodare che prevede, tra l’altro, il contraddire gli avversari attraverso le loro stesse affermazioni, mettendo a nudo le contraddizioni della legislazione romana relativa al trattamento della religione cristiana. I cristiani sono veramente delinquenti, come pretende l’opinione pubblica? Allora bisogna ricercarli e condannarli, e non lasciarli stare in base a un’ambigua disposizione dell’imperatore Traiano. I cristiani sono, al contrario, brava gente? Allora non si deve condannarli per delitti che non hanno compiuto o, peggio ancora, per il solo nome che portano!
Ad una società pervasa da una cultura gaudente, egoista e di morte, che vede il cristianesimo come una minaccia, Tertulliano oppone la manifesta cultura della vita e dell’amore dei seguaci di Cristo, l’agape, che in greco vale ‘amore’.
Forse che la nostra attuale società si differenzia da quella descritta da Tertulliano? Nel testo del Capitolo 39, che trovate sopra, vi abbiamo risparmiato quanto l’apologeta ironizza e descrive, quasi fosse una telenovela o un club-privé di questo nostro secolo, sull’uso di scambiarsi le mogli tra amici: essi che, non solo delle mogli degli amici si appropriano, ma anche le proprie con tutta sopportazione a disposizione di quelli mettono: in conformità, credo, a quella disciplina dei maggiori e dei più grandi filosofi, del greco Socrate e del romano Catone, che le proprie mogli misero in comune con gli amici, le quali li avevano sposati per mettere al mondo figli anche in casa altrui… O esempio di attica saggezza, di romana gravità! Un filosofo e un censore diventano mezzani. (12-13)
Non c’è dubbio che, a distanza di duemila anni, quella cultura e quel sistema sociale sono di nuovo tra noi, o forse non ci hanno mai abbandonati. E se questo è vero, è altrettanto vero che solo l’agape potrà spezzarne il giogo.

«Io dico pertanto ai credenti che mi ascoltano: siate presenti nella società con l’annuncio vitale del Vangelo e con l’invito a inserirsi nella Chiesa, dove è offerto il dono della verità e della grazia in Cristo: un dono di cui gli uomini di oggi hanno e avvertono un estremo bisogno. Sono certo che, nonostante alcune difficoltà, molta gente è disponibile ad aderire o a ritornare al cristianesimo. La vostra passione di appartenenza alla Chiesa possa far esclamare a chi vi osserva: “Guardate come si amano!”. Sarà questa la “prova” più efficace perché chi vi vede possa riconoscere il Signore Gesù tra voi ed accogliere l’annuncio di salvezza che egli ha portato all’intera umanità.
Le vostre aggregazioni ecclesiali, le parrocchie, i gruppi giovanili, le associazioni formative non ostacolano la società. Recano invece un messaggio; mettono in evidenza un pluralismo sociale, che già esiste e può essere sano; rendono possibile l’evangelizzazione nel pieno rispetto della libertà di tutti, in un confronto che salva ed eleva l’umano. Se i credenti, uniti nella fede, nei sacramenti e nella disciplina ecclesiale, secondo le loro diverse peculiarità, sapranno rendersi presenti e operosi nella società, ridiventeranno una “forza sociale”, nello stile della loro originalità e responsabilità laicali e senza alcuna imposizione della fede a chi non intende accoglierla. Tutti gli uomini di buona volontà riconosceranno, piuttosto, gli ineludibili principi etici fondamentali della persona».
(Giovanni Paolo II, Appello ai credenti e non credenti durante l’incontro con la cittadinanza, Carpi 3 Giugno 1988)

 

 

I SUSSIDI


Possono essere richiesti on-line attraverso l'apposito modulo, oppure inviando una e.mail con i dati necessari alla spedizione, oppure via tel/fax allo 0931-835279 (fra Saverio)

 

 

Adolescenti e Giovani (in distribuzione dal 22 set)

 

 

 

Sussidio per la formazione e le attività,
con itinerario mensile di preghiera.
pp. 256

Contributo: 20,00 Euro la prima copia, 10,00 Euro le successive.

 

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Fanciulli e Ragazzi (in distribuzione dal 13 set)

 

Scarica l'attività d'inizio anno (settembre) (file .zip)

 

Sussidio per la formazione e le attività, ad uso degli Animatori,
con itinerario mensile di preghiera e laboratorio educativo.
In appendice la Guida per l'uso del Sussidio di Avvento/Natale.
pp. 128

Contributo: 20,00 Euro la prima copia, 10,00 Euro le successive.

 

modulo richiesta on-line

 

 

 

Fanciulli e Ragazzi (in distribuzione da novembre)

 

Guida dell'educatore e alcune pagine del libretto
(PDF tratto dal sussidio "Guardate come si amano" per fanciulli e ragazzi)

 

Sussidio per i tempi di Avvento e Natale 2007,
con attività missionaria.
pp. 28

Viene inviato gratuitamente, senza limiti di copie, a quanti ne faranno richiesta.
Si richiede solo la realizzazione dell'attività missionaria attraverso i Barattoli della Solidarietà il cui ricavato servirà a finanziare i progetti estivi dei Giovani Missionari Francescani.

 

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