La prima domenica di quaresima ci presenta la narrazione delle tentazioni di Gesù.

Dal Vangelo secondo Matteo (4,1-11)

In quel tempo, Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto, per essere tentato dal diavolo. Dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, alla fine ebbe fame. Il tentatore gli si avvicinò e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, di’ che queste pietre diventino pane». Ma egli rispose: «Sta scritto: “Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio”».
Allora il diavolo lo portò nella città santa, lo pose sul punto più alto del tempio e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, gèttati giù; sta scritto infatti: “Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo ed essi ti porteranno sulle loro mani perché il tuo piede non inciampi in una pietra”». Gesù gli rispose: «Sta scritto anche: “Non metterai alla prova il Signore Dio tuo”».
Di nuovo il diavolo lo portò sopra un monte altissimo e gli mostrò tutti i regni del mondo e la loro gloria e gli disse: «Tutte queste cose io ti darò se, gettandoti ai miei piedi, mi adorerai». Allora Gesù gli rispose: «Vàttene, satana! Sta scritto infatti: “Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto”».
Allora il diavolo lo lasciò, ed ecco degli angeli gli si avvicinarono e lo servivano.

La prima domenica di quaresima ci presenta in ogni annata liturgica la narrazione delle tentazioni di Gesù. Gesù è stato sempre tentato dal demonio, dalla sua nascita fino alla sua morte, come ogni uomo di carne, fragile, debole, mortale (cf. Eb 4,15). Ma qui l’evangelista cerca di sintetizzare in un quadro il rapporto tra Gesù e il demonio, dunque riassume nelle tre grandi tentazioni tutte le diverse tentazioni vissute da Gesù, secondo uno schema già conosciuto da Israele e testimoniato nell’Antico Testamento: uno schema che peraltro corrisponde anche a ciò che le scienze umane oggi ci dicono riguardo alle passioni, alle libidines fondamentali presenti in ogni persona.

L’umanità, in Adamo ed Eva che la rappresentano, era stata tentata dal diavolo riguardo a un “frutto” che riceve significato non per ciò che è ma per il potere che esercita: l’umano “vide che l’albero era buono da mangiare”, libidoamandi, “appetitoso agli occhi”, libido possidendi, “desiderabile per acquistare potere”, libido dominandi (Gen 3,6). E così, ingannato da questa seduzione del serpente antico – l’avversario, il demonio, Satana, il principe di questo mondo –, acconsente alla tentazione e conosce il male e le sue conseguenze (cf. Gen 3,7). Le stesse seduzioni riguardano nel deserto Israele, il popolo di Dio, e anche in questo caso vi è un cedimento alle tentazioni.

Ma ecco Gesù, il nuovo Adamo e il primo credente del nuovo popolo di Dio, Gesù uomo e Figlio di Dio, che dopo il battesimo e la proclamazione da parte del Padre della sua qualità di Figlio (cf. Mt 3,17), spinto dallo Spirito santo va nel deserto, nella consapevolezza di essere il Figlio di Dio. In quell’orrido luogo di solitudine, di povertà e anche di fame, Gesù potrebbe sfruttare la sua condizione di Figlio per tornaconto personale, pensando a se stesso e non a Dio da cui veniva la sua identità né agli uomini per i quali Dio l’aveva inviato nel mondo.

Il tentatore potente, perciò demonio (munito di forza), è nel deserto per mettere alla prova Gesù, che come uomo sperimenta in sé le tentazioni comuni a ogni persona: innanzitutto vivere a ogni costo, anche ricorrendo al facile miracolo, al cambiare le pietre in pane. Così facendo, verificherebbe se davvero possiede quell’identità che il Padre gli ha rivelato durante il battesimo e sazierebbe la sua fame. E se è capace di cambiare le pietre in pane, allora offrirà pane a tutti e sarà facilmente acclamato Messia, re politico, dunque potrà dominare in Israele. Ma Gesù resiste a questa tentazione: obbedisce al Padre, gli resta sottomesso, e se il Padre lo ha inviato sulla terra nella debolezza della carne, egli deve fare obbedienza, a costo di apparire un “Messia al contrario”, debole appunto. Egli è venuto a portare non il pane materiale, ma il pane della parola di Dio (cf. Dt 8,3), veramente necessario per vivere da figli di Dio.

Segue un’altra esemplificazione delle tentazioni subite, un altro miracolo ancor più eclatante. Se Gesù è davvero il Figlio di Dio, può mostrarlo attraverso una straordinaria apparizione: si getterà dalla cima del tempio e, secondo il salmo, sarà sostenuto dagli angeli (cf. Sal 91,11-12) e non cadrà sfracellandosi sulle mura di Gerusalemme. Sarà una prova inconfutabile, questo miracolo straordinario sarà divulgato e tutti crederanno a lui. Gesù però non vede in questo una tentazione rivolta solo a lui ma sa immediatamente riferirla a Dio stesso. Per questo rinuncia al successo, obbedendo alla volontà di Dio e al suo comando: “Non tenterai il Signore Dio tuo” (Dt 6,6).

E infine ecco l’ultima, l’estrema tentazione. Il demonio lo porta su un’alta montagna, da cui può vedere tutte le ricchezze della terra: possedimenti, beni, città, regni, con tutta la loro gloria… Se lui adorasse il demonio e si prostrasse a ciò che lo rappresenta – il denaro (mamôn), il potere, lo sfarzo, il lusso, il regno di questo mondo –, tutto questo sarebbe suo. Ma anche qui Gesù si mostra vincitore: come uomo resta in adorazione di Dio (cf. Dt 6,13), obbedisce solo a lui e ripudia tutto il potere mondano.

La sua via messianica è altra: non vivere salvaguardandosi, senza gli altri e contro gli altri, non fare segni meravigliosi che stupiscono, non volere il potere di questo mondo. È la via di un Messia, povero, umile, mite, fino a essere crocifisso nell’infamia. Gesù tutto attende da Dio e solo da lui.

Enzo Bianchi