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Ospedali da campo

C’è bisogno di giovani che annuncino il Vangelo su ogni strada, prendendosi cura di ogni malato con la tenerezza dell’Amore di Dio.

 

 

Nel 1967 venne pubblicato a firma di Don Milani “La scuola di Barbiana”, una icona e un simbolo durante e dopo il ‘68, per l’appassionato appello civile, morale, sociale e umano e per il messaggio rivoluzionario che credeva possibile un cambiamento radicale della società.
Scritto da otto ragazzi della scuola di Barbiana sotto la guida di Don Milani, era una denuncia verso la scuola formale, che accoglieva solo gli studenti più bravi e allontanava gli “svogliati”, provocando una profonda ingiustizia sociale.

Scrivendo in forma epistolare ad una professoressa, simbolo di tale scuola considerata ingiusta da parte di questi ragazzi, poveri, figli di contadini, di lavoratori, obbligati nei campi o al lavoro per aiutare la famiglia nella difficile gestione della vita quotidiana, tra le altre cose, colpisce questo passaggio: …se si perde loro [i ragazzi più difficili], la scuola non è più scuola. È un ospedale che cura i sani e respinge i malati. Da una parte c’è un accorato appello all’istituzione scolastica a svolgere pienamente il suo compito educativo senza lasciare indietro nessuno, ma dall’altra parte c’è la lucida consapevolezza, da parte di chi scrive, di essere bisognosi di tale istituzione, la consapevolezza della propria “malattia”.

C’è un antico detto che afferma che non c’è peggior malato di chi non vuol guarire, ma anche di chi non riconoscendo e accettando la propria malattia, rifiuta ogni aiuto e ogni cura. Perciò, l’immagine dell’ospedale che cura i sani e respinge i malati che troviamo nella citata lettera, va sicuramente integrata con quella dell’ospedale da campo con cui Papa Francesco vede la Chiesa di oggi. Una grande maggioranza degli adolescenti e dei giovani di oggi, rispetto a quelli di Barbiana e dei suoi tempi, vive un profondo disagio rispetto alla società, alla famiglia, alle istituzioni scolastiche ed educative, compresa la Chiesa, a cui non riesce e spesso non vuole dare un nome. Un profondo disagio, frutto di un insieme di problematiche, che come un cancro rode dall’interno l’anima, ma che ci si rifiuta di affrontare o per il quale non si intende chiedere aiuto ad alcuno. Ma il male c’è, è profondo e pervasivo, è come una tanica di benzina colma, ma silente, messa in un angolo, che attende solo una scintilla per infiammarsi ed esplodere nella rabbia, nelle sbronze, nella violenza gratuita e di branco, nello sballo… nel voler mettere a tacere ad ogni costo il proprio mal di vivere. A volte queste esplosioni sono sotterranee, silenziose, ermetiche, traducendosi in atteggiamenti apparentemente apatici, nell’isolamento, nell’assenza di comunicazione e di relazioni ridotte al minimo indispensabile, nella violenza psicologica o anche fisica autoinflitta.

Non intendendo entrare nei dettagli della questione, è però importante comprendere che le agenzie educative, dalla famiglia e la scuola per arrivare anche alla Chiesa, non possono più pensarsi come un ospedale e il suo Pronto Soccorso che attendono l’arrivo del malato in ambulanza o quando già il paziente è in uno stato comatoso-terminale. Soprattutto i giovani che hanno incontrato Gesù, che hanno sperimentato la sua guarigione e la sua salvezza, non possono godersi la gioia del Vangelo tra loro, nei loro piccoli gruppi, insensibili verso quel mondo in fiamme da cui provengono e in cui comunque, volenti o nolenti, abitano. Oggi per ogni comunità ecclesiale e particolarmente per i suoi gruppi giovanili, non è più il tempo dell’attesa, come appunto in un ospedale di città. «La cosa di cui la Chiesa ha più bisogno oggi è la capacità di curare le ferite e di riscaldare il cuore dei fedeli, la vicinanza, la prossimità. Io vedo la Chiesa come un ospedale da campo dopo una battaglia… Invece di essere solo una Chiesa che accoglie e che riceve tenendo le porte aperte, cerchiamo pure di essere una Chiesa che trova nuove strade, che è capace di uscire da se stessa e andare verso chi non la frequenta, chi se n’è andato o è indifferente. Dobbiamo annunciare il Vangelo su ogni strada, predicando la buona notizia del Regno e curando, anche con la nostra predicazione, ogni tipo di malattia e di ferita.» (Papa Francesco)

Il Signore ha bisogno oggi di discepoli audaci che scendono in strada, nel mezzo della battaglia, per curare le ferite con la tenerezza dell’Amore di Dio. Non si tratta di combattere e costringere quasi a forza chi non accetta neanche la sola idea di poter essere malato o ferito, ma, come insegna san Francesco nella sua Regola, di dimostrarsi fratelli e familiari con tutti, testimoniando la bellezza e la gioia della vita nuova donata da Cristo, come quando si accende una luce nel buio della notte. Come quando Gesù, passando per la piscina di Betzatà, vedendo un uomo malato, solo, che si era abbandonato a sé stesso, gli si accostò e gli chiese: “Vuoi guarire?” (cfr Gv 5,1-9). Quel giorno una luce si accese per quell’uomo e dopo ben trentotto anni prese in mano la sua vita, la sua barella, e tornò a camminare.

 

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