Cosa c’è da decodificare di quanto hanno visto i discepoli nel cenacolo?

Il brano del testo evangelico della quinta Domenica di Pasqua ci riporta indietro a quel giovedì in cui Gesù nel cenacolo anticipa il suo sacrificio di salvezza nel pane eucaristico e nell’acqua con cui lava i piedi dei suoi discepoli. Durante questa cena ha più volte preannunciato il tradimento di uno dei presenti e nonostante la consapevolezza che quel discepolo, fratello e amico, sia abitato nel cuore dalle tenebre della morte, Gesù lo fa oggetto di una straordinaria amorevolezza fino al punto da considerarlo il commensale più importante di quel banchetto. A Giuda, infatti, viene offerta “la parte migliore” di quella cena nel dono del “primo boccone”.

Ma anche dopo la cena, quando Giuda esce dal cenacolo per portare a compimento il suo obiettivo di consegna-tradimento, Gesù non spende una parola contro Giuda, non mormora, non svela i suoi segreti, non punta contro il suo dito. Al contrario, svela una verità su sé stesso: «Ora il Figlio dell’uomo è stato glorificato, e Dio è stato glorificato in lui» (Gv 13,31), che possiamo tradurre così: ora il Figlio dell’uomo è stato manifestato nella sua più vera e profonda identità e Dio è stato manifestato in lui, attraverso ciò che avete visto.

Cosa c’era da vedere? Cosa c’è da decodificare di quanto hanno visto i discepoli? Che Gesù è la manifestazione visibile di ciò che è Dio; che Dio è amore e che ama nel modo in cui il Figlio ha amato Giuda nonostante tutto, nonostante la consapevolezza di quanto Giuda ha nel cuore e che sta per mettere in atto, e nonostante la consapevolezza che anche i suoi altri amici più stretti di lì a poco lo abbandoneranno al suo destino. Sarebbe stato forse più semplice, più istintivo, ma anche più umano, intavolare quella sera una discussione con Giuda e contro Giuda, avendo accanto degli amici pronti a farne carne da macello di quell’infame traditore, ma Gesù ha scelto di intavolare il linguaggio dell’amore, l’unico che conosce e che appartiene a Dio. Quel linguaggio che userà fino all’apice della sofferenza quando per coloro che lo sbeffeggiano, lo insultano, lo piantano sulla croce, scusandoli per la loro ignoranza, rivolge al Padre una preghiera di perdono incondizionato, ripetuta quasi ossessivamente.

Sì, Dio è amore e questo amore-Dio si è manifestato in Cristo Gesù proprio in questo momento e in siffatto modo. In tutti quei tre anni di ministero pubblico Gesù aveva manifestato l’amore di Dio per gli uomini, particolarmente per i poveri, gli ammalati, gli esclusi, i derelitti. Con quanta cura e amicizia aveva manifestato amore per i suoi discepoli, per quanti considerava suoi familiari, uomini e donne. Quanta tenerezza nel sollevare a sé e nell’abbracciare i bambini… ma – diciamocelo – erano e rimangono gesti alla portata di tutti. Al contrario, amare Giuda nel modo del cenacolo e continuarlo ad amare anche dopo che ne è uscito per eseguire il suo piano di morte con tutto ciò che ne conseguirà, non rientra tra le nostre “dotazioni” di esseri umani. È per questo che Gesù, consegnando il comandamento dell’amore, non fa riferimento al modo in cui lo hanno visto amare nei tre anni precedenti, ma come lo hanno visto in quelle ultime ore, anticipo di come lo vedranno amare nelle prossime ventiquattro.

Quello di Gesù non è un generico invito ad amare, ma ad un “di più”: «Avete inteso che fu detto: Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico. Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano, affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli; egli fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti. Infatti, se amate quelli che vi amano, quale ricompensa ne avete? Non fanno così anche i pubblicani? E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani? Voi, dunque, siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste» (Mt 5,3-48). Ed insieme a questo “di più” c’è il “modus” in cui va manifestato questo amore: come io vi ho amati lavando in ginocchio i vostri piedi, consegnando a voi tutto me stesso, il mio corpo e fino all’ultima goccia del mio sangue, senza fare differenza tra amici e nemici, anzi prestando maggiore cura proprio verso quanti mi odiano e mi combattono, verso quanti rifiutano di ricevere il mio amore.

Questa follia dell’amore di Dio, stoltezza agli occhi di chi non crede in Gesù ma sapienza di Dio agli occhi dei credenti (cfr 1Cor 1,23-24), san Paolo la descrive bene nella lettera agli Efesini laddove scrive che Gesù ci ha resi suoi familiari e concittadini del suo Regno mediante il suo sacrificio d’amore e di pace: «in Cristo Gesù, voi che un tempo eravate lontani, siete diventati vicini, grazie al sangue di Cristo. Egli infatti è la nostra pace, colui che di due ha fatto una cosa sola, abbattendo il muro di separazione che li divideva, cioè l’inimicizia, per mezzo della sua carne… per mezzo della croce, eliminando in se stesso l’inimicizia» (cfr Ef 2,13-22).

I discepoli di Cristo sono chiamati ad amarsi gli uni gli altri non tanto e non solo per rinsaldare un’amicizia, una sintonia di caratteri, di vedute, di sentire comune, ma per creare in sé, nel proprio sangue, cioè col sacrificio di sé, ponti di amicizia con chi amico proprio non lo è e non lo vuole essere.
Come noi possiamo essere divisi da Dio ma Dio non lo sarà mai da noi, così il discepolo di Cristo, come il suo Maestro e Signore, è chiamato ad offrire sé stesso in sacrificio d’amore e di pace verso chi lo respinge, lo odia e perfino lo perseguita. E così anche continuare a chiamare «Amico» (cfr Mt 26,49) colui che lo sta consegnando alla morte con un bacio – metafora di quel finto “essere in pace” con noi stessi e con tutti di tanti seminatori di divisione e di odio – poiché «Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici» (Gv 15,13).

Come per Gesù così per i suoi discepoli non esistono nemici, ma al contrario amici che hanno bisogno di sperimentare l’amore di Dio attraverso gesti di amore “alla maniera” di Gesù, circondando di attenzioni i Giuda di turno, tacendo di fronte alle accuse false ed infamanti da parte dei Caifa, degli Erode o dei Pilato di turno, sopportando pazientemente e umilmente il peso dell’odio da parte dei carnefici di turno, scusando sempre e pregando con perseveranza il Padre di perdonare chi ci provoca dolore offrendo sé stessi in sacrificio di comunione e di pace.
Altro modo non c’è se vogliamo essere riconosciuti come discepoli di Gesù: «Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri» (Gv 13,35).

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