Io sono la porta delle pecore

La Chiesa non è un rifugio, ma il luogo dove si entra per mezzo della fede in Gesù e da cui si esce per annunciare il suo amore.

Dal Vangelo secondo Giovanni (10,1-10)

In quel tempo, Gesù disse: «In verità, in verità io vi dico: chi non entra nel recinto delle pecore dalla porta, ma vi sale da un’altra parte, è un ladro e un brigante. Chi invece entra dalla porta, è pastore delle pecore. Il guardiano gli apre e le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome, e le conduce fuori. E quando ha spinto fuori tutte le sue pecore, cammina davanti a esse, e le pecore lo seguono perché conoscono la sua voce. Un estraneo invece non lo seguiranno, ma fuggiranno via da lui, perché non conoscono la voce degli estranei».

Gesù disse loro questa similitudine, ma essi non capirono di che cosa parlava loro.

Allora Gesù disse loro di nuovo: «In verità, in verità io vi dico: io sono la porta delle pecore. Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e briganti; ma le pecore non li hanno ascoltati. Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo. Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza».

 

 

All’apparenza il Vangelo di oggi ci appare un po’ complicato da comprendere, ci sono una marea di personaggi contrapposti l’uno all’altro e altrettante figure emblematiche come quando Gesù dice di sé stesso di essere la porta del recinto delle pecore. Ma la presunta difficoltà svanisce nel momento in cui comprendiamo l’insegnamento-provocazione centrale di tutto il discorso: le pecore devono uscire fuori dal recinto!

Di che recinto si tratta? È un’immagine che è possibile leggere su più livelli, ma tutti concordanti. Si tratta del recinto dell’osservanza della Legge, dell’impostazione legalistica del nostro rapporto con Dio. La Legge, infatti, pone delle delimitazioni, custodisce l’uomo dal farsi e dal fare del male, ma non ha vita in sé stessa, non nutre e non salva. C’è poi, ad un altro livello, il recinto del nazionalismo giudaico per cui Dio ama e si prende cura solo dei discendenti di sangue di Abramo, mentre è vero il contrario, che cioé l’amore di Dio e la sua salvezza in Cristo Gesù è universale e il suo Vangelo va portato a tutti gli uomini di ogni lingua, nazione, cultura. In Gesù Cristo tutti hanno diritto di ascoltare la Parola che salva e dona vita. Ed infine, ma non ultimo, ci sono i recinti delle nostre strutture ecclesiali, dei nostri schemi pastorali, dei nostri gruppi e delle nostre attività entro cui ci rinchiudiamo per appagare il nostro bisogno di sicurezza e non affrontare le sfide dell’evangelizzazione.

Il Signore viene perciò a spingerci fuori, quasi con forza, da tutti questi recinti. Egli viene a liberarci dalle nostre paure, dal nostro bisogno di sentirci rassicurati e confermati nel fare “gruppo”, magari chiuso e contro chi non crede e non la pensa come noi, dalla nostra accidia e indolenza, dalla nostra autoreferenzialità. È vero, invece, il contrario, che cioè stando chiusi nei nostri recinti – come ha più volte sostenuto Papa Francesco – rischiamo di ammalarci di aria stantia, di farci prendere dalle nostre nevrosi o dalla depressione e così diventare facile preda di ladri e briganti.

La Chiesa non è un rifugio, un club esclusivo ed escludente per pochi eletti, ma il luogo dove si entra per mezzo della fede in Gesù e da cui si esce per annunciare il suo amore, guidati dalla Parola di Gesù che ci ripete: andate e fate discepoli tutti i popoli!