Voi siete miei amici

Non cercare di attingere forza in te stesso per vivere il comandamento dell’amore, ma lasciati riempire dell’amore di Dio.

Dal Vangelo secondo Giovanni (15,12-17)

In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli:
«Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi. Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici.
Voi siete miei amici, se fate ciò che io vi comando. Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamato amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre mio l’ho fatto conoscere a voi.
Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga; perché tutto quello che chiederete al Padre nel mio nome, ve lo conceda. Questo vi comando: che vi amiate gli uni gli altri».

 

 

«Questo vi comando: che vi amiate gli uni gli altri». Ma come posso amare una persona che mi ha ferito? Come posso perdonare una persona che mi ha rovinato la vita?
Gesù chiede a noi discepoli di amarci tra noi e di amare gli altri con l’amore con cui lui stesso ci ha amati. L’unico modo che abbiamo di superare i nostri limiti ad amare e a perdonare è quello di riversare sugli altri l’amore con cui Gesù riempie e colma il nostro cuore.

E a ben leggere il Vangelo di Giovanni, ultimo dei quattro ad essere scritto, scopriamo tale superamento interpretativo del “comandamento dell’amore” consegnatoci dagli altri evangelisti che parlano invece di amore per Dio e per il prossimo. Giovanni – il cosiddetto “discepolo amato” (non amante!) – ci parla di un unica corrente di amore che, partendo dal Padre, ci viene consegnato dal Figlio per mezzo dello Spirito, riempie ed attraversa il discepolo ed infine raggiunge i fratelli. Anche nella sua prima lettera, in maniera più evidente, l’apostolo-evangelista non lascia spazio ad altre possibili interpretazioni: «Noi amiamo perché egli ci ha amati per primo» (1Gv 4,19), come dire che i discepoli di Cristo donano quello che a loro volta hanno ricevuto.

Se, dunque, torniamo qualche versetto indietro, all’inizio del capitolo 15 del Vangelo di Giovanni, comprendiamo meglio la parabola della vite e dei tralci: il tralcio non porta frutto per capacità sua, non gli appartiene, ma a causa della linfa vitale che lo riempie, e ne è sua espressione. Un grappolo d’uva non è altro che la manifestazione esteriore della linfa che circola all’interno del tralcio, prodotta e spinta dal ceppo – la vite – e prima ancora dalle sue radici. San Paolo nei suoi scritti parla, infatti, non tanto di frutti “dei discepoli”, ma di “frutto dello Spirito” (Gal 5,22).

Allora, forse è giunto il momento di non cercare di attingere forza in noi stessi per vivere il comandamento dell’amore, ma di lasciarci riempire dell’amore di Dio, come la samaritana al pozzo di Sicar, per consegnarlo ai fratelli per i quali ci è stato appositamente donato.