II Domenica di Avvento – C

Il Signore è già venuto per te, è venuto per parlarti cuore-a-cuore e per salvarti dentro il tuo deserto.

Dal Vangelo secondo Luca (3,1-6)

Nell’anno quindicesimo dell’impero di Tiberio Cesare, mentre Ponzio Pilato era governatore della Giudea, Erode tetràrca della Galilea, e Filippo, suo fratello, tetràrca dell’Iturèa e della Traconìtide, e Lisània tetràrca dell’Abilène, sotto i sommi sacerdoti Anna e Càifa, la parola di Dio venne su Giovanni, figlio di Zaccarìa, nel deserto.
Egli percorse tutta la regione del Giordano, predicando un battesimo di conversione per il perdono dei peccati, com’è scritto nel libro degli oracoli del profeta Isaìa:
«Voce di uno che grida nel deserto:
Preparate la via del Signore,
raddrizzate i suoi sentieri!
Ogni burrone sarà riempito,
ogni monte e ogni colle sarà abbassato;
le vie tortuose diverranno diritte
e quelle impervie, spianate.
Ogni uomo vedrà la salvezza di Dio!».

 

Il tempo di Avvento che abbiamo iniziato la scorsa settimana, è un tempo in cui siamo chiamati a volgere lo sguardo al Signore che viene. Egli è già venuto nelle vesti di un uomo come noi e tornerà alla fine dei tempi rivestito di gloria. Ma, nel frattempo, tra il già e il non ancora, come scrive san Francesco nella sua Prima Ammonizione, “ogni giorno egli stesso viene a noi in apparenza umile; ogni giorno discende dal seno del Padre sull’altare nelle mani del sacerdote. […] E in tale maniera il Signore è sempre presente con i suoi fedeli, come egli stesso dice: Ecco, io sono con voi sino alla fine del mondo” (cfr FF 144-145).

Credo che basti questa premessa per comprendere che l’Avvento non è e non deve essere un tempo di preoccupazione, un tempo di paura su ciò che dobbiamo fare. Il tempo di Avvento è il tempo dell’annuncio dell’avvento del Signore, della sua venuta tra noi, che non dipende da noi, ma dalla sua libera e imperscrutabile volontà.

Così, leggiamo quest’oggi nel testo del Vangelo che mentre gli uomini organizzano la propria esistenza, il proprio presente e il proprio futuro – Nell’anno quindicesimo dell’impero di Tiberio Cesare, mentre Ponzio Pilato era governatore della Giudea, Erode tetràrca della Galilea, e Filippo, suo fratello, tetràrca dell’Iturèa e della Traconìtide, e Lisània tetràrca dell’Abilène, sotto i sommi sacerdoti Anna e Càifa – il Signore è venuto nel deserto, nel luogo dove non c’è niente da organizzare né regni da spartire né tanto meno religioni da praticare. Nel deserto non ci sono opere da realizzare, esso è solo un luogo da attraversare, possibilmente in tutta fretta.

In questo luogo, Giovanni il Battista annuncia l’avvento del Signore che verrà per perdonare i peccati del suo popolo. Ed ecco cosa annuncia: Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri! La via da preparare non è nostra, ma del Signore; i sentieri da raddrizzare non sono i nostri, ma quelli del Signore.

La vera domanda che dobbiamo porci in questo tempo in cui ci viene annunciata la venuta del Signore non è come farlo arrivare a noi, per quale strada, in quale modo, poiché lui arriva per le sue vie, che non sono le nostre vie, bensì come riconoscere la sua venuta e quindi come accoglierlo.

Egli, come abbiamo detto all’inizio, è già venuto, tornerà nello splendore della sua gloria, ma anche viene ogni giorno, e ciò non per mia scelta o per mio merito e neanche per come io ho deciso che debba venire, ma per sua libera scelta e nelle modalità che lui ha stabilito. E quando il Signore viene, viene per salvare, così come annuncia il Battista riproponendo uno degli oracoli del profeta Isaia: “Ogni uomo vedrà la salvezza di Dio!”.

Quando il Signore viene a noi, non lo fa perché abbiamo organizzato per benino la cosa, perché ci siamo già convertiti dai nostri peccati e gli abbiamo steso innanzi il tappeto rosso, ma perché vuole salvarci dalla nostra condizione di peccatori a causa della quale non eravamo preparati ad accoglierlo. Egli, come leggiamo nel libro dell’Apocalisse, viene, sta alla porta e bussa, “se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me” (Ap 3,20). Cosa è importante in questo discorso? Ascoltare la sua voce, riconoscere lui che ci sta parlando.

Ancora oggi il Signore viene nei nostri deserti, quando il cuore è arido, quando non siamo preparati e organizzati per lui, ma siamo “altrove” preoccupati di noi stessi, indaffarati nelle nostre vie o smarriti nei nostri sentieri, e ci parla, ci fa sentire la sua voce perché vuole salvarci. Una voce che ci parla magari attraverso un fatto che ci coinvolge all’improvviso e ci trascina nel deserto dello smarrimento, nel deserto della mancanza di appigli e di punti di riferimento.

La parola ebraica midbar, che traduciamo con deserto, significa “posto della parola”, il luogo nel quale la parola di Dio opera. Quando siamo perciò nel deserto, quando, come abbiamo ascoltato la scorsa Domenica, ci frana la terra sotto i piedi e crolla ogni punto di riferimento, quando la luna e il sole non danno più luce e calore – “desolazione” significa letteralmente “essere senza sole” – è sì una situazione di oggettiva difficoltà, ma è anche l’opportunità per ascoltare la voce del Signore e per sperimentare la sua salvezza.

Quando ci troviamo nel deserto, piuttosto che chiuderci in noi stessi e non voler sentire nessuno, è proprio in questi frangenti che abbiamo bisogno di aprirci alla Sua voce, è proprio questo il momento di convertirci, di dare una svolta alla nostra vita e di incamminarci all’incontro con il Signore che ci aspettava e bussava dietro la porta del nostro cuore. E, come sai, i nostri incontri MGF, particolarmente i nostri corsi Alpha, sono pensati proprio per farti sentire in maniera chiara ed inequivocabile  la sua voce.

Il Signore è già venuto per te, è venuto per parlarti cuore-a-cuore e per salvarti non tanto e non solo dal deserto, ma dentro il tuo deserto. Forse è proprio ora ed è proprio qui che ti sta dicendo: È arrivato il momento di dare una svolta alla tua vita e di sperimentare la mia salvezza!

fra’ Saverio Benenati, ofm conv.