Fino a quando lasceremo Dio gridare invano il suo appello alla conversione?

«Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido a causa dei suoi sovrintendenti: conosco le sue sofferenze. Sono sceso per liberarlo dal potere dell’Egitto».

– Esodo 3,7-8

«Un tale aveva piantato un albero di fichi nella sua vigna e venne a cercarvi frutti, ma non ne trovò. Allora disse al vignaiolo: “Ecco, sono tre anni che vengo a cercare frutti su quest’albero, ma non ne trovo. Tàglialo dunque! Perché deve sfruttare il terreno?”. Ma quello gli rispose: “Padrone, lascialo ancora quest’anno, finché gli avrò zappato attorno e avrò messo il concime. Vedremo se porterà frutti per l’avvenire; se no, lo taglierai”».

Luca 13,6-9

Perché il male? Perché proprio a me doveva capitare? Cosa ho fatto di male per meritare questo dolore? Sono domande legittime e drammatiche che si levano dai nostri cuori quando siamo feriti dalla vita. Un lutto, una malattia, una cattiveria ingiusta o una violenza gratuita nei nostri confronti, una relazione che va in frantumi… ci fa sperimentare il male in prima persona e ci fa gridare verso il cielo tutto il nostro dolore.

Il popolo di Israele, ridotto ad una dura schiavitù in Egitto, esasperato aveva levato alto il suo grido verso il cielo. Ci sarebbe stato qualcuno disposto ad ascoltarlo?
Si, in cielo c’è un Dio che ha ascoltato quel grido di dolore. È il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe. Un Dio presente nella storia, quella di ieri e quella di oggi. Il Dio della mia storia, che la conosce fino in fondo perché mi ha tessuto nel seno di mia madre, che è presente quando salgo nei cieli della santità ed è altrettanto presente quando scendo negli abissi del male che mi abita (cfr Sal 139). La mia vita gli appartiene e sono prezioso ai suoi occhi. Non è per niente un Dio cieco e sordo né tanto meno se ne sta muto e inerte di fronte al mio soffrire.
«Io sono colui che sono!». Dio è presente, Dio c’è sempre, Dio soffre con me perché è accanto a me; di più: Dio è nel mio dolore e lo fa diventare il suo dolore.

Viceversa, c’è un grido di dolore verso cui noi ci mostriamo sordi. È il grido di dolore di Dio per il male che ci abita, per quel male con cui noi infliggiamo sofferenza a noi stessi e agli altri e che non vogliamo vedere.
È il reiterato grido di dolore di un Dio che non si rassegna a perdere neanche uno solo dei suoi figli: «se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo» (Luca 13, 3 e 5).
Dio non vuole la morte del peccatore, tanto meno del giusto! Perciò, non stiamo a chiederci “che male ho fatto per meritare questo dolore?”. Dio non infligge dolore, sofferenza e morte a nessuno dei suoi figli. Nessuno li merita, perché siamo stati creati per la felicità e la vita eterna. Si è fatto uomo come noi, sofferente come noi fino alla morte di croce, perché abbiamo vita in abbondanza e gioia piena.
È tra le pieghe di questo dolore di Dio, di mezzo al grido di dolore del Dio crocifisso, che siamo chiamati a intravedere la luce della risurrezione e della vita. Come vorrebbe fare un padre o una madre nei confronti del proprio figlio che soffre, Egli ha preso e vuole ancora oggi prendere il nostro posto caricandosi di tutto il nostro dolore, di tutto il male del mondo. Ma dobbiamo permetterglielo.
Per quanto tempo ancora lo lasceremo attendere chiudendoci in noi stessi e ripiegandoci sul nostro dolore?

Anziché interrogare la vita e ciò che di male la colpisce – guerre, violenza, terrorismo, malattie, calamità, inimicizie… – lasciamoci interrogare dalla vita, dal Dio della vita: cosa e come rispondi al male presente nel mondo? Rispondi al male col male? Ti giri dall’altra parte? Sei sempre alla ricerca di un colpevole? Oppure, ti dai da fare perché si edifichi una civiltà del bene, della vita, dell’amore e della speranza?
Tu, fratello, sorella, sei quel frutto di bene, frutto del fico piantato in mezzo alla vigna – simbolo della legge di Dio, la legge dell’amore piantata al centro della convivenza umana – che Dio vuole raccogliere. Per tre anni Gesù ha predicato la buona notizia dell’amore di Dio Padre per l’umanità e che conosciamo attraverso i Vangeli. È la sua risposta al nostro grido di dolore, al grido dell’umanità. Perché restiamo sordi al suo grido d’amore? Fino a quando lasceremo Dio gridare invano il suo appello alla conversione?

fra’ Saverio Benenati, OFM Conv.
(commento alle letture della III Domenica di Quaresima, Anno C)

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