La vita umana di Gesù, capolavoro di amore, è la vita stessa di Dio e ci insegna a vivere secondo Dio.

Dal Vangelo secondo Giovanni (1,1-5.9-14)

In principio era il Verbo,
e il Verbo era presso Dio
e il Verbo era Dio.
Egli era, in principio, presso Dio:
tutto è stato fatto per mezzo di lui
e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste.
In lui era la vita
e la vita era la luce degli uomini;
la luce splende nelle tenebre
e le tenebre non l’hanno vinta.
Veniva nel mondo la luce vera,
quella che illumina ogni uomo.
Era nel mondo
e il mondo è stato fatto per mezzo di lui;
eppure il mondo non lo ha riconosciuto.
Venne fra i suoi,
e i suoi non lo hanno accolto.
A quanti però lo hanno accolto
ha dato potere di diventare figli di Dio:
a quelli che credono nel suo nome,
i quali, non da sangue
né da volere di carne
né da volere di uomo,
ma da Dio sono stati generati.
E il Verbo si fece carne
e venne ad abitare in mezzo a noi;
e noi abbiamo contemplato la sua gloria,
gloria come del Figlio unigenito
che viene dal Padre,
pieno di grazia e di verità.

Ascoltiamo oggi il prologo del quarto vangelo, già proclamato nella messa del giorno di Natale. In questo testo, uno dei vertici di tutta la Scrittura, il mistero dell’incarnazione è presentato come contemplazione della Parola di Dio, fattasi evento storico di salvezza nell’uomo Gesù, Parola fatta carne.

«In principio era la Parola e la Parola era rivolta verso Dio e la Parola era Dio». Questa Parola, per mezzo della quale Dio ha creato ogni cosa (cf. Gn 1,1-2,4; Pr 8,22-31; Eb 11,3), è vita e luce per l’umanità intera: essa ha brillato nella storia e le tenebre, pur tentando di oscurarne lo splendore, non sono riuscite a sopraffarla. Eccoci già collocati nel pieno del dramma dello scontro tra la luce e le tenebre, che ha conosciuto il suo apice nel rifiuto incontrato da Gesù Cristo, «luce del mondo» (Gv 8,12): eppure, a dispetto di ogni apparenza, l’esito di questa lotta è positivo, come rivela la luce della resurrezione che nell’alba di Pasqua fuga le tenebre della morte…

«Venne un uomo mandato da Dio e il suo nome era Giovanni. Egli venne come testimone per rendere testimonianza alla luce, perché tutti credessero per mezzo di lui». La menzione di Giovanni il Battezzatore, che sembra spezzare lo svolgimento del testo – come avverrà anche poco più avanti –, in realtà chiarisce subito al lettore che la storia narrata dall’evangelista è quella di Gesù, che è lui la Parola e la Luce. Inoltre, Giovanni riassume nella sua persona il ministero fondamentale di tutti i profeti biblici, quello di rendere testimonianza alla «luce vera che illumina ogni uomo», il Figlio Gesù Cristo: tutti i profeti hanno parlato di lui e hanno intravisto da lontano il suo giorno, come dirà Gesù a proposito di Abramo (cf. Gv 8,56)…

La Parola di Dio, il Figlio di Dio venuto tra i suoi, non è stato riconosciuto né accolto; malgrado questa incomprensione generale, un piccolo resto si è aperto per grazia alla luce, ricevendo un dono inaudito: «a quanti hanno accolto il Figlio», riconoscendo in lui l’Inviato definitivo del Padre, «ha dato potere di diventare figli di Dio: a quelli che credono nel suo Nome, i quali non da sangue né da volere di carne né da volere di uomo, ma da Dio sono stati generati». Il Padre ha comunicato al Figlio la vita (cf. Gv 5,26) e la gloria (cf. Gv 17,24), e questi le ha donate a tutti quelli che aderiscono a lui (cf. Gv 11,25-26), resi figli nel Figlio.

Dopo aver aperto questo squarcio luminoso, l’autore compie la rivelazione decisiva, il vero vertice del prologo: «E la Parola si è fatta carne e ha posto la sua tenda tra di noi, e noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria del Figlio unigenito del Padre, pieno di grazia e di verità». Nel linguaggio biblico «carne» significa l’uomo intero colto nella sua fragilità e caducità, designa cioè la massima distanza tra l’uomo e Dio: eppure questa distanza viene colmata proprio nella carne dell’uomo Gesù di Nazaret, carne in cui si contempla la gloria di Dio! Ecco la portata «scandalosa» dell’incarnazione, dell’umanizzazione di Dio in Gesù: la Parola eterna si è fatta carne nel tempo, Colui che era fin da principio si è fatto uomo, l’Invisibile si è fatto visibile. Sì, la vita eterna di Dio si è manifestata come vita di quel Gesù che ha potuto essere ascoltato, visto, contemplato, palpato (cf. 1Gv 1,1), come dirà il discepolo amato: «la vita si è resa visibile», è apparsa in una carne mortale, «e noi l’abbiamo vista e rendiamo testimonianza» (1Gv 1,2).

La tenda, segno della Presenza di Dio che aveva peregrinato nel deserto insieme al suo popolo (cf. Es 40,34-38) e si era poi stabilita al cuore del tempio, nel Santo dei santi (cf. 1Re 8,10-12), è ormai l’uomo Gesù, tenda innalzata da Dio in mezzo agli uomini: l’umanità, la carne di Gesù Cristo, è il luogo definitivo della Presenza di Dio. Ecco perché a questo punto il prologo si conclude con quell’affermazione straordinaria che contiene in sé tutta la singolarità del cristianesimo rispetto a ogni cammino di fede o di sapienza umana: «Dio nessuno l’ha mai visto (cf. Es 33,20), ma il Figlio unigenito, che è rivolto verso il seno del Padre, lui lo ha raccontato». Questa verità non richiede da noi parole di commento, ma solo un ascolto obbediente e stupito: la vita umana di Gesù, capolavoro di amore, è la vita di Dio e ci insegna a vivere secondo Dio.

Enzo Bianchi

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